| |
Cattedrale di Parma, venerdì 16 gennaio 2004, ore 20.30
Fuori abbonamento
Messa da Requiem
per soli, coro e orchestra
di Giuseppe Verdi
Soprano
Doina Dimitriu
Mezzosoprano
Tichina Vaughn
Tenore
Aquiles Machado
Basso
Giovanni Battista Parodi
Direttore
Mstislav Rostropovich
Maestro del coro
Corrado Casati
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO MUNICIPALE DI PIACENZA
Messa da requiem
per soli, coro e orchestra
di Giuseppe Verdi
Requiem e Kyrie
(Quartetto e coro)
Dies Irae
Dies irae (coro)
Tuba mirum (coro)
Mors stupebit (basso e coro)
Liber scriptus (contralto e coro)
Quid sum misterum (soprano, contralto, tenore)
Rex tremendae (quartetto solista e coro)
Ricordare (soprano, contralto)
Ingemisco (tenore)
Confutatis (basso, coro)
Lacrimosa (Quartetto solista e coro)
Domine Jesu
(Offertorio e quattro voci soliste)
Sanctus
(a doppio coro)
Agnus Dei
(soprano, contralto e coro)
Lux aeterna
(contralto, tenore e basso)
Libera me
(soprano e coro)
1. Requiem
Coro
Requiem aeternam dona eis, Domine,
et lux perpetua luceat eis.
Te decet hymnus, Deus in Sion,
et tibi redettur votum in Jerusalem,
exaudi orationem meam,
ad te omnis caro veniet.
Requiem aeternam dona eis, Domine,
et lux perpetua luceat eis.
Quartetto e Coro
Kyrie eleison;
Christe eleison;
Kyrie eleison...
2. Dies Irae
Coro
Dies irae, dies illa,
solvet saeculum in favilla,
teste David cum Sibylla.
Quantus tremor est futurus,
quando judex est venturus,
cuncta stricte discussurus.
Tuba mirum spargens sonum,
per sepulchra regionum,
coget omnes ante thronum.
Basso
Mors stupebit et natura,
cum resurget creatura,
judicanti responsura.
Mezzo Soprano e Coro
Liber scriptus proferetur,
in quo totum continetur,
unde mundus judicetur.
Judex ergo, cum sedebit,
quidquid latet, apparebit,
nil inultum remanebit.
Coro
Dies irae, dies illa,
solvet saeclum in favilla,
teste David cum Sibylla.
Soprano, Mezzo Soprano e Tenore
Quid sum miser tunc dicturus,
quem patronum rogaturus,
cum vix justus sit securus?
Quartetto e Coro
Rex tremendae majestatis,
qui salvandos salvas gratis,
salva me, fons pietatis.
Soprano e Mezzo Soprano
Recordare Jesu pie,
quod sum causa tuae viae,
ne me perdas illa die.
Quaerens me, sedisti lassus,
redemisti crucem passus,
tantus labor non sit cassus.
Juste judex ultionis,
donum fac remissionis,
ante diem rationis.
Tenore
Ingemisco, tamquam reus,
culpa rubet vultus meus,
supplicanti parce, Deus.
Qui Mariam absolvisti,
et latronem exaudisti,
mihi quoque spem didisti.
Preces meae non sunt dignae,
sed tu bonus fac benigne,
ne perenni cremer igne!
Inter oves locum praesta,
et ab haedis me sequestra,
statuens in parte dextra.
Basso e Coro
Confutatis maledictis,
flammis acribus addictis,
voca me cum benedictis.
Oro supplex et acclinis,
cor contritum quasi cinis,
gere curam mei finis.
Coro
Dies irae, dies illa,
solvet saeclum in favilla,
teste David cum Sibylla.
Quartetto e Coro
Lacrymosa dies illa,
qua resurget ex favilla,
judicandus homos reus.
Huic ergo parce Deus.
Pie Jesu Domine,
dona eis requiem. Amen.
3. Offertorium
Quartetto
Domine Jesu Christe, Rex gloriae,
libera animas omnium fidelium
defunctorum de poenis inferni
et de profundo lacu...
Libera eas de ore leonis,
ne absorbeat eas tartarus,
ne cadant in obscurum:
Sed signifer sanctus Michael
repraesentet eas in lucem sanctam,
quam olim Abrahae promisisti
et semini ejus.
Hostias et preces tibi,
Domine, laudis offerimus.
Tu suscipe pro animabus illis,
quarum hodie memoriam facimus;
Fac eas, Domine,
de morte transire ad vitam,
quam olim Abrahae promisisti
et semini ejus...
Libera animas omnium fidelium
defunctorum de poenis inferni.
Fac eas de morte transire ad vitam.
4. Sanctus
Due Cori
Sanctus, sanctus, sanctus,
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt coeli et terra
gloria tua.
Hosanna in excelsis.
Benedictus, qui venit
in nomine Domini.
Hosanna in excelsis!
5. Agnus Dei
Soprano, Mezzo Soprano e Coro
Agnus Dei,
qui tollis peccata mundi,
dona eis requiem.
Agnus Dei,
qui tollis peccata mundi,
dona eis requiem sempiternam.
6. Communio
Mezzo Soprano, Tenore e Basso
Lux aeterna luceat eis, Domine,
cum sanctis tuis in aeternum,
quia pius es.
Requiem aeternam dona eis, Domine,
et lux perpetua luceat eis,
cum sanctis tuis in aeternum,
quia pius es.
7. Responsorium
Soprano e Coro
Libera me, Domine, de morte aeterna,
in die illa tremenda,
quando coeli movendi sunt et terra,
dum veneris judicare
saeculum per ignem.
Tremens factus sum ego et timeo,
dum discussio venerit
atque ventura ira,
quando coeli movendi sunt et terra.
Dies irae, dies illa,
calamitatis et miseriae,
dies magna et amara valde,
dum veneris judicare
saeculum per ignem.
Requiem aeternam dona eis, Domine,
et lux perpetua luceat eis.
Libera me, Domine, de morte aeterna,
in die illa tremenda,
quando coeli movendi sunt et terra,
dum veneris judicare
saeculum per ignem.
Il Requiem di Verdi
Per Verdi «la morte è una specie di ferro del mestiere drammatico,
un ineluttabile evento naturale che, come necessario deus ex
machina, viene a tagliare i nodi e a risolvere le intricate
situazioni in cui gli uomini si sono cacciati per effetto delle
loro passioni». Così ha scritto Massimo Mila dando rilievo ad uno
degli aspetti costitutivi del dramma verdiano, un motivo che penetra
nel profondo del tessuto musicale incidendone le nervature con un
segno di fatalistica incombenza, quasi una costante riconoscibile
in specifiche configurazioni musicali, ritmiche in particolare,
che introducono un vero e proprio richiamo rituale ogni volta che
nel dramma si avvicina la morte. La quale, tuttavia, proprio nella
sua funzionalità drammaturgica, segna un itinerario sempre mirato,
entro un circuito di tensioni specifiche, non necessariamente devastante:
a volte addirittura agisce come fattore catartico, liberatorio,
come in Aida dove la morte dei due sfortunati innamorati
viene accolta, nel chiuso della tomba, quale aspettativa di una
nuova felicità.
Ma quando Verdi esce dal gioco della grande finzione melodrammatica,
gioco che pur sempre lo coinvolge nel modo più profondo e rivelatore,
per concentrarsi su una più intima riflessione di fronte all’ineluttabilità
della morte, allora il quadro si colora di diversa intensità, percorso
da una varietà di trapassi che prendono vita dal contrasto di fondo
tra l’atteggiamento di non credente del musicista e quella sua così
forte inclinazione umana che gli fa sentire drammaticamente inaccettabile
l’idea della fine. È con questo senso del contrasto che Verdi si
accosta alla liturgia dei morti, nella Messa da Requiem,
con un atteggiamento intimamente drammatico che tuttavia non deve
necessariamente riportarsi alle ragioni teatrali: talora si è voluto
proporre quest’opera come un singolare melodramma il cui «libretto»,
costituito dal testo della liturgia dei defunti, offrirebbe i termini
drammaturgici di un conflitto estremo, ma mi pare si tratti di un
giudizio improprio, dettato più che altro da certi inevitabili richiami
operistici presenti nella partitura. Il discorso, infatti, trascende
la dimensione singola dei personaggi per porsi ad un livello di
universalità che esclude specifiche movenze di affetti e che trova
invece proprio nella meditazione sul testo, percorso nella sua ben
individuata articolazione, una forza di eloquenza assoluta. Aspetto
questo che ci riporta anche alla continuità di una tradizione che
i nostri artisti non hanno mai cessato di onorare, nonostante la
loro condizione fosse profondamente mutata rispetto alla posizione
«di servizio» occupata nei secoli passati; così che nell’Ottocento,
benché l’attività teatrale costituisse, specie in Italia, l’obiettivo
di gran lunga prevalente per il lavoro di un musicista, la composizione
sacra rimane forse l’unico filo di continuità col passato, innervato
dalla consuetudine di culto non meno che da una pratica artigianale.
Era quindi inevitabile che in questo mutato rapporto operativo i
due ambiti, quello del teatro e della musica sacra, finissero per
intrecciarsi l’un con l’altro e quello sacro in particolare intridersi
di movenze teatrali. Uno spaccato di tale situazione ci è offerto
da quella Messa a Rossini che rappresenta la prima occasione
in cui Verdi affronta una riflessione sulla morte al di fuori del
tracciato melodrammatico. Si tratta di un progetto intrapreso dallo
stesso Verdi per onorare la memoria di Rossini ad un anno dalla
morte, un omaggio collettivo dei più illustri compositori italiani
del momento, ognuno impegnato a comporre un brano; progetto originale,
senza dubbio, anche se destinato a non prendere il volo in quanto
la partitura, dopo la mancata esecuzione prevista in San Petronio
a Bologna, finì negli archivi di Casa Ricordi per venir riportata
in vita solo in tempi recenti. Esperienza in ogni modo significativa
per Verdi perché è proprio da essa che prende vita la Messa da
Requiem. L’idea di un Requiem era infatti già entrata profondamente
nell’immaginazione del compositore che, proprio in quegli anni,
dopo aver varato Aida, si apprestava ad affrontare un lungo,
deliberato e non poco problematico «silenzio»; inteso come prolungata,
anche amara riflessione di un compositore che aveva superato la
sessantina, lasciandosi alle spalle, con la celebrità, una storia
quanto mai ricca, e che ora si trovava di fronte ad una realtà abbastanza
mutata. Il quadro europeo si era allargato sempre più per il musicista
italiano; il wagnerismo appariva come un vento nuovo che non aveva
lasciato indenne neppure l’immagine verdiana, almeno così pensavano
alcuni che rinfacciavano a Verdi di aver tradito l’italianità per
aver ceduto alle nuove lusinghe; accuse ingiuste, perché mai come
in questo periodo Verdi sentì forte l’istanza di «difendere» la
linea nostrana, non per spirito di conservazione ma per la profonda
consapevolezza delle proprie radici: sarà, infatti, questo il senso
di quel suo, spesso frainteso «torniamo all’antico e sarà un progresso»,
l’invito cioè a ricercare la nostra profonda identità nella grande
tradizione polifonica che aveva nutrito il nostro Rinascimento e
le epoche successive. Ma al tempo stesso Verdi si sentiva puntato
contro il dito di quei più giovani compositori, tra cui gli scapigliati
Faccio e Boito, che guardavano alla sua arte come a un momento ormai
superato, tesi com’erano con la loro irruenza intellettuale verso
l’<avvenire>. E quanto sia stata feconda la lunga riflessione
verdiana, il cui termine conclusivo apparirà nella grande rentrée
teatrale di Otello, preceduta dalla revisione del Simon
Boccanegra, sta a dimostrarlo anche la circostanza che al suo
fianco, nella ripresa di quel suo cammino in cui il passato sembra
fondersi mirabilmente col futuro Verdi si troverà quale intelligente
quanto devoto collaboratore proprio Boito.
L’occasione che guidò Verdi a comporre un Requiem fu la scomparsa
di Manzoni, avvenuta nel maggio del 1873, un avvenimento che colpì
profondamente il compositore legato allo scrittore da un sentimento
di assoluta venerazione. Neppure un anno dopo, nell’aprile del 1874,
la partitura della Messa da Requiem era completata:
l’esecuzione avrebbe avuto luogo nella chiesa di San Marco il 22
maggio, esattamente un anno dopo la morte del grande scrittore.
Ragioni di continuità si possono scorgere, in realtà, con il progetto
della Messa a Rossini per la quale Verdi aveva composto l’ultimo
movimento, il Libera me; tale movimento, infatti, verrà ripreso,
senza ritocchi troppo sostanziali, nella Messa da Requiem
e poiché il Libera me contiene anche i motivi del Requiem
iniziale e del Dies irae, occorre riportare anche l’ideazione
di tali movimenti a quel significativo antecedente.
Come ha efficacemente sintetizzato il Mila, lo snodarsi delle tradizioni
ha affidato all’Ottocento due modi diversi di concepire musicalmente
il rituale funebre: da un lato, ed è questa la linea prevalente
della cultura protestante, si profila una riflessione eminentemente
elegiaca sulla morte, dove è un sentimento di superiore pacificazione
a temperare la visione angosciosa; la linea «consolatoria» che collega,
pur lungo orizzonti stilistici e storici diversi, il Requiem
tedesco di Brahms al Requiem di Fauré. Sull’altro versante
invece, quello «latino», si staglia con uno spicco ben più contrastato
il senso della fine, la cui ineluttabilità appare come ragione drammatica
e la cui accettazione giunge attraverso il più straziato conflitto.
A questo secondo tipo appartiene il Requiem di Verdi, omaggio
estremo ad un credente, al «santo» Manzoni, da parte di un ateo,
che la morte non sentiva con la rassegnazione cristiana, bensì con
l’angoscia di chi dopo di essa non intravedeva nulla. Un Requiem
tutto terreno, dunque, in cui è soprattutto la lotta contro il mistero
che grava con la sua terribilità – «Rex tremendae maiestatis»
– a dominare il campo, senza lasciar spazio a consolazioni metafisiche.
Se talora la dolcezza della musica sembra condurci al limite di
questo mistero, lasciandoci intravedere la luce di una speranza,
è pur sempre una dimensione dolorosa, di strazio che non riesce
a trovare una completa liberazione. Come già aveva colto acutamente
il Prunières «Verdi ci mette sulla prossimità di un presentimento
d’eterno. Ma non ci libera dal nostro destino terrestre; alla fine,
dopo lo slancio del Libera me, sembra anzi che la vita sia
intensificata dalla morte».
La struttura della Messa da Requiem si compone di sette
parti, secondo l’ordinarium del rito romano che per le messe
funebri esclude il Gloria e il Credo, completandosi
invece con il Requiem e il responsorio Libera me, Domine.
Gian Paolo Minardi
La Messa da Requiem
e le «intenzioni su cui bisogna pensare»
A distanza di quasi un anno dalla prima esecuzione della Messa
da Requiem avvenuta il 22 maggio 1874 nella chiesa di San Marco
in Milano, Verdi si raccomanda al mezzosoprano Waldmann per il quale
ha scritto un nuovo brano sulle parole «Liber scriptus»: «voi sapete
che ho scritto un solo per voi. È facile facilissimo come nota e
come musica, ma sapete che vi sono sempre delle intenzioni su cui
bisogna pensare.» Il Requiem verdiano, come accade per tutti
i capolavori, possiede un ventaglio di valenze significanti quasi
inesauribili e quindi è aperto a vari interventi interpretativi.
Ma il fascino del teatro, l’interpretazione degli artisti, la diffusa
scarsa conoscenza del latino, delle sacre scritture e del pensiero
verdiano hanno consentito alla maggioranza del pubblico un ascolto
spesso troppo melodrammatico della composizione. Per la ricerca
di altri significati è utile tornare indietro nel tempo.
Il cammino può iniziare leggendo l’impostazione della prima esecuzione
preannunciata dal quotidiano La Lombardia: «L’area del tempio
rimane divisa in tre parti: quella destinata al clero, quella alla
musica, e quella concessa al pubblico. Al clero è riservato il presbiterio
in cui sarà celebrato il rito funebre; pontificherà in questa circostanza
mons. Giuseppe Calvi, preposto del Capitolo metropolitano. La musica
occupa l’intero spazio sotto la cupola, compreso il braccio sinistro
della crociera. I musicisti istrumentali sono quasi per intero collocati
a sinistra e dall’opposto lato i cantori, uomini e donne; per queste
ultime fu convenuto l’intero vestito nero e il capo coperto da un
ampio velo di lutto.» La Messa da Requiem, quindi,
è stata composta ed eseguita per la messa d’anniversario della morte
di Alessandro Manzoni. Significativa è la collocazione dei 120 coristi
che furono posti fra il sacerdote all’altare e l’assemblea dei fedeli,
come significativa è la frase che Verdi scrisse a Ricordi durante
la preparazione dell’esecuzione: «Come! Non avete ancora cominciato
le prove dei Cori? Ah vi fidate un po’ troppo! Capisco che sarà
facile finché vorrete, ma vi sono intendimenti di espressione, e
soprattutto di carattere che non sono facili. Voi capirete meglio
di me che non bisogna cantare questa Messa come si canta un’opera,
e quindi i coloriti che possono essere buoni al Teatro, non mi accontenteranno
affatto affatto. [...]». La musica, dunque, è interprete e veicolo
dei testi latini per una maggiore comprensione dei significati sacri.
Purtroppo per noi Verdi non ha descritto la tecnica compositiva
utilizzata per la Messa perché conosciuta dai suoi contemporanei.
È indispensabile quindi un ulteriore passo verso la giovinezza del
Maestro, quando, come organista, gli era richiesto di commentare
o sostituire con lo strumento i testi dei vari riti religiosi con
il compito di trasmettere ai fedeli il senso e il contenuto di quello
che stava avvenendo nello spazio del presbiterio. Sino ad allora
gli stati d’animo e i significati intrinseci di un testo erano spesso
rappresentati musicalmente attraverso lo sviluppo di figure musicali
stereotipate che costituivano quasi un campionario di «retorica
musicale». Combinazioni melodiche, ritmiche ed armoniche che i musicisti
utilizzavano per contribuire all’edificazione dei fedeli insieme
agli artisti figurativi. Dai primi anni dell’800 la progressiva
invasione in chiesa della musica di ispirazione teatrale ne ha fatto
perdere interesse, utilizzo e comprensione. Nella sua giovinezza
Verdi ha conosciuto i tentativi dell’autorità ecclesiastica di migliorare
la qualità della musica da eseguirsi in chiesa. Non si trattava
soltanto di allontanare le imitazioni della musica profana e di
recuperare il canto gregoriano, in realtà mai abbandonato, ma anche
di incoraggiare il ritorno nella musica sacra del «Gusto filosofico»,
per usare un termine di Alessandro Tebaldi, maestro comunale di
musica, primo violino e direttore d’orchestra di Guastalla, utilizzato
nel 1834 nell’attestato a favore di Giovanni Ferrari al tempo del
concorso per il posto di organista della Collegiata di Busseto.
Nella Messa verdiana, «filosofico» è l’iniziale andamento
discendente dei violoncelli nel Requiem. In esso è identificabile
il prostrarsi a terra degli uomini che riconoscono la loro condizione
di peccatori e che si preparano all’invocazione del riposo eterno
per tutti i defunti. Diverse sono le note che questa melodia ha
in comune con il corale Aus tiefer Noth screi ich zu dir
(salmo 130 De profundis) e, nel coro successivo, è coinvolgente
l’elaborazione della melodia Te decet hymnus della Messa
da Requiem gregoriana: quasi una supplica personale seguita
dal canto collettivo dell’inno nel rispetto della tradizione cattolica:
il coro a cappella. La sofferenza derivante dalla consapevolezza
della propria situazione è riscontrabile nel Kyrie dall’unione
dell’andamento ascendente della supplica del perdono dei peccati
con il cromatismo discendente affidato agli strumenti gravi dell’orchestra:
una moltitudine di anime che anelano in corpi che si consumano.
Fa parte del «Gusto filosofico» anche il vortice di suoni e i colpi
di grancassa che caratterizzano l’inizio del Dies irae, la
sequenza che precede il Vangelo. È la morsa di fuoco che divora
e fa cadere la città di Babilonia dando inizio al giudizio universale.
Nel Dies irae mi piace ricordare anche altre situazioni.
Il movimento claudicante affidato all’orchestra nel Mors stupebit
ben concretizza nella nostra mente l’annientamento della morte.
Nel Liber scriptus la ripetizione della parola «Nil», isolata
con pause sempre più angosciate, ci ricorda che nessun espediente
potrà nascondere le nostre mancanze e che «nulla rimarrà impunito».
Nel Lacrimosa il movimento cadenzato dei violoncelli e contrabbassi
amplifica lo stato d’animo dei dannati, ora consapevoli della pena
eterna che li attende, mentre le appoggiature del soprano nel registro
acuto indicano il dispiacere degli eletti nell’immaginare le imminenti
sofferenze dei peccatori. Anche nel Dies irae la presenza
del canto gregoriano è affascinante: il frammento musicale che funge
da collegamento di alcune sezioni, infatti, deriva dall’elaborazione
dell’omonimo brano della Messa da requiem gregoriana. Nell’Offertorio
la salita al cielo dell’arpeggio dei violoncelli rappresenta l’offerta
del pane, dell’acqua e del vino, affinché le anime di cui si fa
memoria «non siano inghiottite dal baratro, non cadano nel buio
della notte eterna: ma che l’Arcangelo Michele, col suo vessillo,
le introduca nella luce divina.» Non si dimentichi la divisione
del coro in due blocchi e il cromatismo orchestrale nel Sanctus
che simboleggiano tutti gli elementi del cielo e della terra
che uniti lodano il Signore, Dio dell’universo. Il perfetto movimento
parallelo in ottava dei solisti nell’Agnus Dei esprime il
concetto teologico della doppia natura di Cristo: quella divina
affidata al registro acuto del soprano e quella umana affidata al
registro mediano del contralto. Assai affascinante è la struttura
del brano che richiama la disposizione delle immagini nelle tele
raffiguranti la crocifissione di Gesù, l’Agnello di Dio. Il mio
personale pensiero corre al dipinto del 1579 di Vincenzo Campi collocato
nell’abside dell’Oratorio della Santissima Trinità di Busseto dove
Verdi e Margherita Barezzi si unirono in matrimonio nel 1836. La
melodia della doppia natura di Gesù è sviluppata sull’immagine rarefatta
della Trinità rappresentata dalle tre sezioni del brano. Nella prima
l’Agnello di Dio è accostato al Padre la cui austerità è rappresentata
dal coro ed orchestra che all’unisono eseguono la melodia dei solisti.
La seconda, in do minore – caratterizzata dai sospiri affidati al
flauto e al clarinetto – seguita dalla serena risposta corale in
do maggiore, indica la sofferenza provata dal Figlio nella vita
terrena e il suo ritorno al Padre. Nella terza sezione l’etereo
movimento dei tre flauti sovrapposti ai solisti ricorda lo Spirito
santo. Nell’introduzione del Lux aeterna, l’antifona alla
comunione, il tremolo dei violini imita l’instabilità della luce
delle candele, la debole luce che l’uomo possedeva per illuminare
i riti religiosi. Il brano è caratterizzato dall’assenza del soprano,
voce acuta che abbiamo visto simboleggiare il divino, e dalla presenza
nel registro grave del ritmo puntato caratteristico delle marce
funebri. Tutti elementi che ricordano la misera condizione umana.
Di grande effetto è l’ascolto del Libera Me se immaginato
alla Benedizione al tumulo. La messa d’anniversario era caratterizzata
dalla ripetizione di un gesto avvenuto nella messa del funerale
cioè la benedizione del catafalco, impalcatura più o meno ornata
che sosteneva la bara, che in quella occasione era vuoto. Era quindi
cantato il Libera Me, preghiera per la salvezza personale.
Coinvolgente, per coloro che conoscono il Libro dell’Apocalisse,
è la ripetizione del Requiem iniziale della Messa
nella parte conclusiva di questo brano. La delicatezza della nuova
versione a cappella e in una tonalità più alta di un semitono rispetto
alla precedente, richiama alla mente la frase del Supremo Giudice,
pronunciata dal suo trono nell’ora del giudizio universale, dopo
la condanna dei peccatori al fuoco eterno e la discesa dal cielo
della nuova Gerusalemme: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
L’angoscia iniziale è trasfigurata in un’estatica serenità perché
nella nuova città «non vi sarà più morte, né lutto, né grido, né
pena esisterà più, perché il primo mondo è sparito».
Fra le recensioni che seguirono le prime esecuzioni milanesi del
maggio 1874, per la loro sinteticità e obiettività, meritano la
citazione due frammenti degli articoli apparsi su La Lombardia
e sul Pungolo. Frasi che accostate aiutano a descrivere questa
interpretazione del Requiem verdiano: «Queste armoniose melodie
di Verdi, senza vestire quel convenzionale carattere che suol darsi
alla musica religiosa, sono ben lontane dall’aver senso e forma
teatrale. […]» «Ecco come si può congiungere la espressione alla
scienza, la passione allo studio, ecco come si può elevare la musica
sacra, rendendola interprete efficace e potente del sentimento umano.
[…]».
(inizio pagina)
|
|