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Domenica 16 novembre 2003, ore 20.30

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI

Hector Berlioz
Sinfonia fantastica op. 14

Ottorino Respighi
Fontane di Roma, poema sinfonico

Ottorino Respighi
Pini di Roma, poema sinfonico

Direttore
LORIN MAAZEL

PROGRAMMA

HECTOR BERLIOZ
(1803 - 1869)
Sinfonia fantastica op.14
Sogni, passioni (Largo, Allegro agitato e appassionato assai)
Un ballo (Valse: Allegro non troppo)
Scena nei campi (Adagio)
Marcia al supplizio (Allegretto non troppo)
Sogno di una notte del Sabba (Larghetto, Allegro)

intervallo

OTTORINO RESPIGHI
(1879 - 1936)
Fontane di Roma, poema sinfonico
La fontana di valle Giulia all’alba (Andante mosso)
La fontana del Tritone al mattino (Vivo, Un poco meno allegretto, Più vivo gaiamente)
La fontana di Trevi al meriggio (Allegro moderato, Allegro vivace, Più vivace, Largamente, Calmo)
La fontana di Villa Medici al tramonto (Andante, Meno mosso, Andante come prima)

OTTORINO RESPIGHI
(1879 - 1936)
Pini di Roma, poema sinfonico
I pini di Villa Borghese (Allegretto vivace, Più vivo, Vivace)
I pini presso una catacomba (Lento, Più mosso, Ancora più mosso, Poco meno, Più lento)
I pini del Gianicolo (Lento)
I pini della via Appia (Tempo di Marcia)

Tra i musicisti di quella «generazione dell’80» che nei primi due decenni del novecento incarnava l’impegno di un rinnovamento della nostra cultura musicale, nella doppia direzione della «sprovincializzazione» attraverso il raccordo con le nuove esperienze europee ed insieme del recupero delle nostre più remote tradizioni oscurate dal predominio melodrammatico, Ottorino Respighi occupa una posizione più appartata, meno stagliata rispetto a quelle espresse, pur con caratteri assai differenziati, se non addirittura antitetici, da Casella, Pizzetti e Malipiero. Una posizione intermedia, si potrebbe dire, tra la vocazione aperta dei compositori di successo legati all’esperienza del verismo e quella più determinata che contrassegna i tre musicisti citati, e ciò per l’atteggiamento pragmatico che ha sempre animato fin dai suoi esordi il compositore bolognese, la cui formazione risentì non poco dei rapporti avuti a Mosca con Rimskij-Korsakov e a Berlino con Max Bruch. E probabilmente si deve a tali influenze la sua inclinazione per il grande sinfonismo e più in particolare per il genere prediletto dai musicisti dell’ultima stagione romantica, il poema sinfonico. Si deve soprattutto alle due opere appartenenti a questo genere, Fontane di Roma e Pini di Roma, se ancor oggi l’immagine di Respighi si mantiene salda nei repertori internazionali. Composto nel 1916, Fontane di Roma, avrebbe dovuto essere tenuto a battesimo da Toscanini nel novembre di quello stesso anno, se la contestazione del pubblico dell’Augusteo causata dalla presenza nel programma precedente di Mormorio delle foresta e della Marcia funebre dal Sigfrido di Wagner, tumultuosa reazione all’attacco aereo austriaco su Padova, non avesse fatto saltare il concerto. Sarà quindi Antonio Guarnieri a proporre, l’11 marzo del 1917, il poema sinfonico, con un successo modesto che troverà poi pieno riscatto a Milano nel febbraio del 1918 sotto la bacchetta di Toscanini. È lo stesso Respighi ad indicare il programma di questo fortunato lavoro, nell’intendimento di «esprimere sensazioni e visioni suggerite da quattro fontane di Roma, considerate nell’ora in cui il loro carattere è più in armonia col paesaggio circostante o in cui la loro bellezza appare meglio suggestiva a chi la contempli». Ecco dunque l’evocazione pastorale suggerita da La fontana di Valle Giulia all’alba, mentre un clima di freschezza va liberandosi dalla Fontana del Tritone al mattino. Più solenne il quadro che fa da sfondo alla Fontana di Trevi al meriggio in un intensificarsi della scrittura sinfonica che va poi decantandosi nell’ultimo scorcio, quello della Fontana di Villa Medici al tramonto, dove - sempre sottolinea Respighi - «l’aria è piena di rintocchi di campane, di bisbigli d’uccelli, di brusii di foglie. Poi tutto si quieta dolcemente nel silenzio della notte». Quattro momenti riuniti in una sequenza organica «che non deve nulla a nessuno», come ha detto D’Amico, a rivendicare il senso di un’originalità che non viene turbata dall’inevitabile ombra di Strauss (che proprio a Roma, nel 1913, aveva diretto i quattro suoi maggiori poemi sinfonici, Ein Heldenleben, Tod und Verklärung, Don Juan e Till Eulenspiegel). Caratteri analoghi, nella singolare ricchezza di questo sinfonismo che fonde suggestioni impressoniste e tratti popolareschi - ma rispetto a quella di Fontane di Roma con una scrittura meno gremita - offre l’altro celebre poema sinfonico Pini di Roma, composto nel 1924 e presentato all’Augusteo nel dicembre di quello stesso anno da Bernardino Molinari. Sono i pini questa volta a guidare la fantasia del compositore nel ricreare particolari scorci e atmosfere: giochi di bimbi che «ballano a girotondo» nei Pini a Villa Borghese, in sensibile contrasto con la scena suggerita dai Pini presso una catacomba dove «sale dal profondo una salmodia accorata, si diffonde solenne come un inno e dilegua misteriosa»; da tale evocazione il trapasso al notturno dei Pini al Gianicolo, tramato dal penetrante canto dell’usignolo, incantata sosta lirica prima del più sontuoso finale dove con I pini della via Appia si apre il panorama della campagna romana ancora avvolta dalla nebulosità dell’alba, via via trascolorante fino all’esaltazione luminosa che, con un singolare trapasso immaginativo, guida il compositore verso «una visione di antiche glorie».

Benché senza una connessione diretta, un aspetto particolare sembra collegare i poemi sinfonici di Respighi con la Symphonie Fantastique, quello recato dalla componente programmatica che costituisce uno dei tratti rivoluzionari del capolavoro berlioziano. Rivoluzione di cui era ben consapevole il giovane Berlioz il quale nel 1830, mentre lavorava attorno a quest’opera scriveva in una lettera: «Sto preparando una immensa composizione strumentale di genere nuovo con la quale cercherò di impressionare fortemente il mio uditorio». E l’impressione degli ascoltatori, la sera del 5 dicembre 1830 quando la Sinfonia fu presentata al Conservatorio sotto la direzione di Habeneck, dovette essere stata notevole, a giudicare dal telegrafico resoconto fatto dallo stesso Berlioz al padre: «Successo straordinario. La Symphonie Fantastique è stata accolta con grida, con tumulti. Pixis mi ha abbracciato; e più di cinquanta altri. Eravamo al furore. Liszt, il celebe pianista, mi ha, per così dire, rapito a pranzo da lui, assalendomi con tutto che l’entusiasmo ha di più energico». Liszt contribuirà alla diffusione di quest’opera attraverso una geniale riduzione per pianoforte, quella che consentirà a Schumann di scrivere un rivelante saggio sulle straordinarie novità contenute nella Sinfonia, il cui cammino, tuttavia, come del resto tutta l’opera di Berlioz, risulterà costellato di giudizi negativi - da quello di Mendelssohn che parlò di «un balbettio indifferente» a Wagner che giudicava il linguaggio di Berlioz «diabolicamente confuso» - dovuti all’inatteso confronto con i tanti aspetti davvero rivoluzionari presentati da questa partitura: la struttura in cinque movimenti, che, contro il canone classico, pareva rispecchiare quella teatrale del grand-opéra, la forma non convenzionale di ognuno di essi, l’intridersi nella creazione di ragioni autobiografiche, la spregiudicatezza della strumentazione e quindi il senso assolutamente moderno assunto dal timbro, come valore a se stante. La genesi della Symphonie Fantastique, benché alcune parti musicali risulteranno poi precedenti al progetto, è strettamente legata alla suggestione ricevuta dal giovane Berlioz assistendo, nel settembre del 1827, alle rappresentazioni shakespeariane di una compagnia inglese al Théâtre de l’Odéon: insieme all’intenso rapimento, comune ai giovani romantici di quella infiammata stagione, recato da Shakespeare fu l’attrice principale della troupe, l’irlandese Harriet Smithson, a incatenare la fantasia esaltata del compositore: «L’effetto del suo prodigioso talento - scriverà poi nei Memoires - o piuttosto del suo genio drammatico, sulla mia immaginazione e sul mio cuore è paragonabile solo allo sconvolgimento che mi fece subire il poeta del quale ella era la degna interprete. Non posso aggiungere altro.» Un incontro dunque destinato poi a divenire una vera e propria ossessione, che andava ad aggiungersi, in un vertiginoso quanto tormentoso intreccio tra arte e vita, alle tante sollecitazioni che il giovane infervorato musicista riceveva in quel tempo scoprendo il Faust di Goethe e le Sinfonie di Beethoven. Dopo l’ascolto della Terza e della Quinta Sinfonia, dirette nel marzo 1828 da Habeneck, scriverà il proprio entusiasmo: «Beethoven mi aprì davanti un nuovo mondo sonoro, allo stesso modo in cui Shakespeare mi aveva rivelato un nuovo universo di poesia». Prese corpo così il progetto della Symphonie Fantastique, contrassegnato dal significativo sottotitolo di «Episode de la vie d’un artiste» e soprattutto sorretto da un programma che muove dall’immaginario incontro con la creatura ideale, evocato tra slanci di passione e trepidazione nel primo movimento; nel secondo l’artista intravede soltanto la donna in mezzo al tumulto di una festa e ne prova profondo turbamento; nel terzo, un ampio Adagio, l’artista immerso nella solitudine di un paesaggio medita tristemente, travolto poi dalla disperazione che si tramuta, nel quarto, in un’esaltazione estrema, prodotta dall’oppio che l’artista ha assunto per uccidersi e che invece lo avvolge in un sonno agitato da cui prende vita la convinzione immaginaria di aver ucciso l’amata, quindi di essere condotto al patibolo; sogno che lo porterà nell’ultimo movimento entro l’atmosfera diabolica di un Sabba, dove una sfrenata danza infernale si intreccia con la cupa sequenza gregoriana del Dies irae. A fungere da collegamento tra i cinque movimenti è un inciso tematico, che Berlioz indica come idée fixe, quale ossessiva immagine musicale della donna amata, profilo-simbolo che va trasformandosi, vero e proprio Leitmotiv, lungo la fantasmagorica vicenda, fino a deformarsi in una fisionomia grottesca nel satanico finale.

Quale curioso contrappasso di questa fervida, esaltata creazione, sta la circostanza che Berlioz conobbe realmente Harriet Smithson nel 1832, in occasione di un’esecuzione della Sinfonia e nemmeno dopo un anno i due si trovarono marito e moglie; matrimonio contrassegnato da litigi, disagi finanziari, infedeltà da parte di Berlioz, destinato ad una dolorosa conclusione.

Del resto, di quanto Berlioz fosse preso da quella tensione autobiografica che pervadeva la sua Sinfonia è indicativo il fatto che fin dalla prima esecuzione, quindi nel frontespizio della partitura a stampa, il compositore si fosse preoccupato di far conoscere all’ascoltatore il dettagliato programma sotteso ai cinque movimenti. Solo successivamente Berlioz rielaborò il programma, quando presentò la Fantastique seguita dal monodramma Lélio, ou le retour à la vie composto durante un soggiorno in Italia, unitamente ad una profonda revisione della Sinfonia: mutava, infatti, la prospettiva, nel senso l’artista appariva ormai guarito dalla malattia esistenziale grazie alla forza positiva della musica e quindi tutta la Sinfonia, e non soltanto gli ultimi due movimenti, veniva inquadrata nella cornice del sogno, quel sogno di un oppiomane che ci riporta chiaramente alla particolare temperie letteraria di quegli anni.

Gian Paolo Minardi

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