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g.p.m.Venerdì 19 dicembre 2003, ore 20.30
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
Giovan Battista Viotti
Concerto n. 22 in la minore per violino e orchestra
Felix Mendelssohn-Bartholdy
Sinfonia n. 4 Italiana in la maggiore op. 90
Direttore e violino solista
SALVATORE ACCARDO
PROGRAMMA
GIOVAN BATTISTA VIOTTI
(1755 - 1824)
Concerto n. 22 in la minore per violino e orchestra
Moderato - Adagio - Agitato assai
FELIX MENDELSSOHN-BARTHOLDY
(1809 - 1847)
Sinfonia n. 4 Italiana in la maggiore op. 90
Allegro vivace - Andante con moto - Con moto moderato -
Saltarello (Presto)
In memoria di Carlo Zecchi nel centenario della nascita
Il concerto di questa sera vuol ricordare, nella ricorrenza
del primo centenario della nascita, Carlo Zecchi, uno dei maggiori
pianisti del secolo, ma pure prestigioso direttore. Si era imposto,
appena ventenne, come uno dei più acclamati pianisti, in diretta
competizione con i nuovi astri, quali Horowitz e Rubinstein . Dopo
gli studi a Roma con Francesco Bajardi, si era trasferito nel 1923
a Berlino per studiare con Busoni, esperienza durata pochi mesi
soltanto, per la morte del grande pianista, decisiva tuttavia per
aprire al giovane una prospettiva che sarà ulteriormente consolidata
con la frequentazione di Arthur Schnabel. La figura di Zecchi si
pone come una presenza fondamentale nel quadro interpretativo del
novecento per l’intendimento stilistico nuovo recato da quel suo
pianismo stupefacente, in cui si poteva scorgere la confluenza di
una mirabile chiarezza, sintesi di una ritrovata strumentalità italiana
e insieme riflesso dell’ideale busoniano per <una nuova classicità>,
con il più consistente lascito della tradizione europea. Un infortunio
interruppe nel ‘38 la straordinaria carriera solistica, senza tuttavia
allontanare Zecchi dal pianoforte come ben sanno gli appassionati,
anche della nostra città, che conservano il ricordo della lunga
collaborazione, durata venticinque anni, col grande violoncellista
Enrico Mainardi, un duo ormai storico per l’altezza degli esiti
raggiunti dove la preziosità del suono aristocratico del violoncello
trovava il più naturale completamento e arricchimento nella naturale
eloquenza del pianismo di Zecchi. Ma il cammino musicale di Zecchi
continuava anche lungo un’altra strada, quella della direzione d’orchestra,
intrapresa con umiltà pari alla costanza, un avvio felicemente
battezzato, dopo il primo concerto a Basilea, dall’insigne critico
Otto Maag, padre dell’ indimenticabile Peter: “ Abbiamo perduto
un grande pianista ma abbiamo acquistato un eccellente direttore”.
Quarant’anni è proseguita questa carriera, che lo ha portato con
le più prestigiose orchestre in ogni parte del mondo; memorabili
gli approdi di Zecchi direttore nella nostra città, con la Wienerkammerorchester
e con la “Toscanini”. Ma non meno significativo l’impegno con cui
coinvolgeva i giovani nel lavoro attorno alla musica, nei tanti
corsi tenuti; quelli di direzione d’orchestra alla Chigiana dove
tra i giovani allievi figuravano Claudio Abbado, Zubin Mehta, Daniel
Barenboim che insieme hanno voluto significativamente ricordare
il maestro in questa occasione del centenario: ”Ciò che colpiva
maggiormente della sua personalità musicale – ha detto Barenboim
– era la sintesi della sensibilità latina con un rigore e comprensione
teutonica della musica “ così come Metha esprimeva la sua gratitudine
per avergli dato “ le prime idee illuminanti per capire il mondo
dei significati e dell’esperienza di fronte ad un’orchestra”. La
stessa ampiezza e profondità di visione che Zecchi sapeva offrire
durante i suoi tanti corsi di perfezionamento pianistico, da Salisburgo
a Trieste, da Rio de Janeiro a Vienna. Indimenticabile quello tenuto
a Parma nel 1965, quattro intense settimane in cui una quindicina
di giovani pianisti, alcuni dei quali oggi inseriti nell’agone del
concertismo internazionale, hanno potuto nutrirsi di quel suo insegnamento.
Un fervore che Zecchi sapeva trasmettere quando saliva sul podio,
come un impulso rivelatore che guidava ogni strumentista verso quell’ineffabile
leggerezza che libera la musica da ogni materialità, una gioia che
Zecchi continuava a dispensare con instancabile entusiasmo, tenendo
sempre teso quel filo che si è interrotto, serenamente, il 2 settembre
1984 a Salisburgo.
La figura di Giovanni Battista Viotti, nato a Fontanetto Po nel
1755, morto a Londra nel 1820, trova uno spicco universalmente riconosciuto
quale caposcuola di una corrente violinistica destinata a produrre
frutti significativi soprattutto in Francia e in Inghilterra, dove
Viotti trascorse gran parte della sua vita, non poco tormentata
e avventurosa. Come molti altri nostri musicisti cerca infatti successo
all’estero, e lo ottiene a Parigi, dove approda nel 1781, esibendosi
al Concert Spirituel; l’affermazione facilita il suo inserimento
nell’ambiente parigino dove stringe amicizia con Cherubini e con
i violinisti francesi Baillot, Kreutzer, Rode. Affronterà addirittura
la più impervia impresa teatrale ma la Rivoluzione interromperà
bruscamente tale linea in ascesa: sarà infatti accusato di aver
legami con la casa reale e quindi costretto ad abbandonare Parigi
negli anni del Terrore. Ricomincia così la sua carriera a Londra,
dove suona per i concerti Solomon e intraprende nuovamente il cimento
teatrale ma ecco che ancora un intrigo politico, sospetti di simpatia
per la causa repubblicana, lo inducono a ritirarsi in una campagna
nei pressi di Amburgo. Ritornerà a Londra nel 1801 ma nonostante
le protezioni di amici appartenenti all’alta borghesia non riesce
a dare un assetto stabile alla sua professione musicale e si dedicherà
addirittura ad un impresa commerciale nel campo dei vini. Dopo la
caduta di Napoleone viene nuovamente tentato da Parigi dove assumerà
la direzione del Théâtre Italien e dell’Opéra ma poi, in seguito
alle critiche, si ritirerà amareggiato ritornando a Londra. La produzione
di Viotti trova il suo punto di forza nei ventinove Concerti per
violino e orchestra attraverso i quali si può cogliere la portata
dell’evoluzione stilistica significativa proprio in rapporto alle
vicende che attraversano la musica strumentale europea in quei decenni
così cruciali, di transizione. Viotti, dice puntualmente Pestelli
“come Cherubini o Clementi, diventa europeo, ma senza tagliare i
ponti in modo così netto con la madre patria, ancorato a uno strumento
non più perfezionabile e a quella tecnica violinistica italiana
che da un secolo si trasmetteva senza strappi o insofferenze”. Il
Concerto in la minore n. 22, la cui data di composizione oscilla
tra il 1792 e il 1797, è quello che tra i ventinove Concerti ha
mantenuto salda la sua posizione nei repertori e ciò grazie all’ammirazione
espressa dal grande Joachim, che riscoprì la partitura, e condivisa
pure da Brahms. Ammirazione che trascendeva l’aspetto virtuosistico
per cogliere i contenuti espressivi, considerazioni del resto subito
fatte dai contemporanei, come attesta il commento sul Morning
Chronicle del 1794 dove si legge:”Viotti stupisce l’ascoltatore;
ma fa anche qualcosa di infinitamente migliore: risveglia le emozioni,
dà anima al suono, e imprigiona le passioni”.Catalogata come “quarta”
la Sinfonia in la maggiore di Mendelssohn, nota come “Italiana”,
è in realtà in ordine di composizione la terza, precedente quindi
la “Scozzese”; un scompenso dovuto al fatto che nonostante la Sinfonia
fosse terminata nel 1833, anno in cui sotto la direzione dello stesso
autore fu eseguita alla Società Filarmonica di Londra, Mendelssohn,
sempre autocritico, sottoporrà la partitura a numerose revisioni:
la versione definitiva, quale conosciamo oggi, sarà infatti proposta
soltanto due anni dopo la morte del compositore, avvenuta nel 1847,
con l’orchestra del Gewandhaus di Lipsia di cui Mendelssohn era
stato per molti anni direttore. L’origine della Sinfonia, riflessa
dalla stessa denominazione datale dal compositore, è legata al viaggio
in Italia – vero e proprio viatico per ogni artista tedesco - intrapreso
da Mendelssohn nel 1830: soste deputate Venezia, Firenze, Roma,
dove Mendelssohn conosce Berlioz, Napoli. Ognuna di queste tappe
è fonte di suggestioni che si tramutano in appunti musicali, come
era avvenuto l’anno prima durante il viaggio in Scozia. Ma l’aspetto
più mirabile offerto da questa Sinfonia è la misura con cui tali
suggestioni lungi dall’esaurirsi in puro descrittivismo sono state
riassorbite entro l’ordine della struttura classica, senza peraltro
perdere nulla della loro freschezza, e pure nel flusso unitario
che abbraccia tutte le parti dell’intero organismo, la cui intima
connessione, aveva acutamente colto Schumann, sembra nascere dall’affinità
della struttura melodica. E’ la misura esemplare del musicista “classico-romantico”
come spesso - non senza un’ombra limitativa - viene definito Mendelssohn,
il quale invece esprime una sottilissima originalità proprio attraverso
la più ingegnosa trasformazione degli schemi, come testimonia mirabilmente
il primo movimento della Sinfonia. Il secondo movimento, il cui
tema sembrerebbe riprendere, quale omaggio al proprio maestro e
consigliere di Goethe, un’idea di Karl Friedrich Zelter, suggerisce
un andamento processionale, anche questo un topos ricorrente nei
vari viaggi musicali italiani, che ritroviamo nel più visionario
Aroldo in Italia di Berlioz, mentre il terzo lascia trasparire
in filigrana l’impronta del vecchio Minuetto di stampo haydniano.
Di irresistibile carattere l’ultimo movimento, stimolato dalla provocazione
ritmica del Saltarello napoletano che, al di là della più diretta
evocazione folclorica, sembra spingere il compositore verso le impalpabili
leggerezze trasognante della Elfenmusik.
(inizio pagina)
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