Mercoledí 21 aprile 2004, ore 20.30
ORCHESTRA DELLA FONDAZIONE ARTURO TOSCANINI
CORO POLIFONICO FARNESIANO
Antonio Vivaldi
Sinfonia in si minore RV 169 Al Santo Sepolcro
Wolfgang Amadeus Mozart
Requiem in re minore per soli, coro e orchestra K 626
Soprano
DARIA MASIERO
Mezzosoprano
ROSSANA RINALDI
Basso
KONSTANTIN GORNY
con la partecipazione straordinaria di
JOSÉ CARRERAS
Maestro del Coro
MARIO PIGAZZINI
Direttore
DAVID GIMÉNEZ
PROGRAMMA
ANTONIO VIVALDI
(1678 - 1742)
Sinfonia in si minore RV 169 Al Santo Sepolcro
Adagio molto - Allegro ma poco
WOLFGANG AMADEUS MOZART
(1756 - 1791)
Requiem in re minore per soli, coro e orchestra K 626
Requiem e Kyrie
Dies irae
Tuba mirum
Rex tremendae
Recordare
Confutatis
Lacrymosa
Domine Jesu
Hostias - Quam olim
Sanctus - Osanna
Benedictus - Osanna
Agnus Dei - Lux aeterna - Cum sanctis tuis
ANTONIO VIVALDI, MIRACOLO DI SAN MARCO
LA SINFONIA AL SANTO SEPOLCRO
Antonio Vivaldi discende dal Prete Rosso e questi è un miracolo
di SanMarco, è il ritratto che Gian Francesco Malipiero col suo
impagabile estro ha tracciato del suo grande concittadino, quasi
puntigliosamente rivendicando i tratti inconfondibili della venezianità.
E Venezia costituisce in effetti l’universo entro cui il musicista
ha liberato la sua inesauribile vena, tradottasi in un’opera smisurata,
se si consideri soltanto la produzione strumentale rappresentata
dai quasi cinquecento Concerti per varie combinazioni timbriche;
suggerite queste dalla stessa attività svolta per gran parte della
sua vita quale maestro di musica presso l’Ospedale della Pietà;
dove appunto la particolare temperie che si creava tra le giovani
allieve – orfane o abbandonate che venivano istruite al canto
o a vari strumenti – costituiva per il compositore un terreno
sperimentale i cui esiti sono riconoscibili nella particolare
fragranza coloristica, paragonabile a quella di un Guardi. Era
anche un tramite questa attività del Conservatorio della Pietà,
al pari di quello dei Mendicanti, degli Incurabili e dell’Ospedaletto,
con la vita sociale e artistica, estremamente viva, della città.
Occasioni pubbliche e più ancora private, pensando ai tanti appuntamenti
musicali presso le grandi famiglie veneziane dove, come annotava
il presidente de Brosses, accadeva che ogni sera si desse spettacolo
quattro volte nella medesima serata ne sono annunciati almeno
un paio. E pure occasioni religiose alle quali la partecipazione
di Vivaldi è testimoniata, oltre che da composizioni dichiaratamente
sacre, anche da pagine strumentali come il Concerto per la santa
lingua di Sant’Antonio da Padova, quello per la solennità di San
Lorenzo e quello per l’Assunzione della Vergine Maria. E tra queste
opere un rilievo particolare ha assunto la Sinfonia al Santo Sepolcro
dove l’occasionalità viene riassorbita dalla capacità del compositore
di piegare la propria così naturale eloquenza alla varietà delle
situazioni; nel caso, appunto, di ricreare un clima di vibrante
misticismo riconoscibile nella stessa asciuttezza dell’organico
costituito dai soli archi (Vivaldi prescrive senza organo né clavicembalo)
attraverso la forma della sonata da chiesa, benché secondo la
consuetudine indicata ancora come sinfonia. Due i movimenti, un
Adagio molto quale introduzione al dramma che va poi liberandosi
nel secondo, attraverso l’intenso percorso di una doppia fuga,
venato di scoperti patetismi e di esaltanti sprazzi di luce.
Gian Paolo Minardi
OPUS ULTIMUM
IL REQUIEM DI W. A. MOZART
Almeno due interrogativi, amplificati oltremodo attraverso
le suggestioni più varie, tanto da sfumare nella leggenda, accompagnano
l’immagine dell’ultima composizione di Mozart, il Requiem in re
minore, partitura che il musicista, spentosi il 5 dicembre del
1791, lasciò com’è noto incompiuta. Il primo interrogativo riguarda
proprio la definizione di fino a che punto l’opera che oggi ascoltiamo
debba ritenersi autentica; l’altro tocca invece il perché di un
Requiem, e la risposta a tali questioni, non poco intriganti,
già immediatamente dopo la scomparsa del musicista trovò proiezioni
immaginarie destinate ad accrescersi via via. Il primo biografo
di Mozart, Franz Xaver Niemetschek, che attinse direttamente dai
racconti di Konstanze, la moglie, riferisce del particolare stato
d’animo in cui versava il musicista in quell’ultimo scorcio di
vita: di ritorno a Vienna la sua indisposizione si aggravava visibilmente,
e lo sprofondava in un’opprimente malinconia. Lasua sposa se ne
accorse con afflizione. Un giorno, accompagnatolo al Prater per
procurargli un pò di distrazione e restituirgli coraggio, e mentre
si trovavano seduti tutti e due soli, fianco a fianco, Mozart
si mise a parlare della morte; ed affermò che componeva il Requiem
per se stesso. Aveva le lacrime agli occhi. “Ne ho una sensazione
troppo forte, proseguì – non ne ho più per molto: mi hanno avvelenato,
è sicuro! Non posso disfarmi di questa idea”. Ma al di là delle
tante contrastanti implicazioni generate da questa testimonianza
il “mistero” del Requiem è riconducibile a circostanze più determinate,
alla committenza ricevuta da Mozart da parte di un personaggio
che desiderava mantenere l’anonimato; si trattava del conte Franz
von Walsegg, un nobile viennese che oltre a suonare per diletto
il flauto e il violoncello era solito presentarsi agli invitati,
nel suo castello di Stuppach, anche come compositore; di opere
che in realtà commissionava ad altri musicisti facendole passare
per sue. Ora, desiderando celebrare con un Requiem la memoria
della moglie, scomparsa, all’età di vent’anni, nel febbraio di
quel 1791, affidò la commissione, tramite un suo emissario, a
Mozart. Impossibile ricostruire i termini cronologici della vicenda
compositiva su cui schiere di studiosi si sono affannati cercando
di ricomporre la cronologia di quei mesi che vedevano il compositore
impegnato tra LaClemenza di Tito e Il Flauto magico: una delle
ipotesi più probabili è che Mozart si sia dedicato alla composizione
del Requiem tra il 7ottobre, prima rappresentazione del Flauto
magico e il 20 di quello stesso mese quando la malattia rendeva
ormai impossibile la continuazione del lavoro, che si arrestava
dunque alla ottava battuta dell’ultima strofa del Lacrymosa, sul
verso Judicandus homo reus. Mozart aveva composto integralmente
l’Introito, il Kyrie e abbozzato lo schema dell’Offertorio. Rimanevano
ancora da comporre il Sanctus, il Benedictus, l’Agnus Dei e il
Communio. A questo punto per la moglie Konstanze si poneva la
necessità del completamento dell’opera, se non altro per soddisfare
gli obblighi verso il misterioso committente e percepire il saldo
del compenso, e fu per lei naturale rivolgersi quindi ad alcuni
di quei giovani musicisti cui Mozart era solito affidare compiti
di routine nella stesura delle partiture; tra questi Joseph Eybler,
stimato dal maestro, si impegnò a completare le parti già abbozzate,
sulla base delle indicazioni inequivocabili presenti nell’abbozzo,
mentre per quelle da comporre ex-novo, dopo la rinuncia di Eybler,
l’incarico fu affidato a Franz Xaver Süssmayer il quale probabilmente
aveva seguito più da vicino la nascita del Requiem. In tal modo
l’opera venne completata e il manoscritto fu consegnato al committente.
Konstanze tuttavia ne conservò alcune copie promovendone la prima
esecuzione a Vienna, il 2 gennaio 1793 mentre il conte Walseck
fece eseguire l’opera, la cui partitura nel frontespizio recava
la scritta Requiem composto dal conte Walseck, il 14 febbraio
1794 nel terzo anniversario della morte della moglie. La singolarità
della situazione, nell’incrociarsi della volontà della vedova
del compositore che intendeva rivendicare l’autenticità dell’opera
e quella opposta del committente, con tutte le complicazioni anche
editoriali che ne conseguirono, incise inevitabilmente sul alcuni
modi di valutare il lavoro; significativo, ad esempio il giudizio
di Zelter, il consigliere musicale di Goethe, che ritenne l’opera
frammentaria, diseguale, costituita di singoli brani senza connessione.
Ora, se è indubbio che l’autenticità di quest’opera trova un’ombra
nell’incompiutezza, tale condizione non offusca nella sostanza
il senso profondo del Requiem e il significato che esso assume
quale opus ultimum; partendo dalla constatazione che, preceduto
dal breve, sublime Ave verum composto nel giugno di quel 1791,
il Requiem rappresenta un ritorno al sacro del compositore dopo
un lungo arco di assenza da questo genere praticato con fervore
negli anni giovanili come ben attestano le diciassette Messe oltre
le numerose altre pagine tra cui litanie, vespri, salmi: l’ultima
testimonianza, infatti, è rappresentata dalla grande Messa in
do minore del 1783, rimasta pur essa incompiuta. Gli anni viennesi,
infatti, avevano visto il compositore impegnato su altri versanti,
quello del Concerto per pianoforte e orchestra in particolare
ma soprattutto quello teatrale. Il ritorno al sacro, nel 1791,
con l’Ave verum e con il Requiem, lascia trasparire il peso di
queste esperienze mostrando altresì il distacco dallo “stile da
chiesa” su cui si muovono quelle precedenti opere; mutamento dovuto
anche ad una maggior interiorizzazione da parte di Mozart del
suo sentire religioso, quindi del suo rapporto con la morte. Se
ancora nel Don Giovanni questa è avvolta da una tensione demoniaca,
nel Flauto magico la prospettiva estrema va sublimandosi verso
aspirazioni più essenziali, più decantate, riflesse del resto
da quella purificazione del linguaggio che contrassegna l’intera
produzione del fatidico ultimo anno. Molte le affinità con Il
Flauto magico, nel particolare colore strumentale dovuto a rari
impasti – il timbro scuro di fagotti, tromboni e soprattutto del
corno di bassetto – come pure nell’impiego più rigoroso, essenziale,
rispetto alle opere precedenti, del contrappunto; ed è in questa
essenzialità con cui Mozart sembra filtrare la grande lezione
bachiana e haendeliana entro una plasticità di forme non più tributarie
delle convenzioni consolidatesi specificamente nel genere sacro,
che il Requiem rivela la sua modernità, da far pensare con infinito
struggimento, come ha osservato Abert quanto Mozart, se fosse
vissuto, avrebbe potuto dare al mondo nel campo della musica sacra.
Esemplare di questo modo di rinnovare la tradizione l’Introitus,
la cui solennità sacrale insita nel tema del Requiem, disegnato
dai fagotti e dai corni di bassetto, viene intimamente animata
dal senso doloroso e insieme drammatico recato dai tromboni, il
tutto con quella decantata semplicità che ritroviamo pure nelle
intonazioni sacre del Flauto magico. A far da contrasto con tale
visione è quella più drammatica, legata all’evocazione del giorno
del Giudizio universale, espressa dalla doppia fuga del Kyrie
e del Christe, la cui dichiarata movenza bachiana e pure haendeliana
– ciò che sconcerterà alcuni miopi detrattori – si ricarica di
nuove energie, addirittura sconvolgenti, un’espressività veramente
demoniaca, confinante talora con la disperazione (Abert). Un’apertura
che trova prolungamento nel Dies irae dove Mozart alimenta la
fervida immaginazione con un’ardimentosità armonica senza pari.
Il quadro ritrova un ordine più pacato col Tuba mirum contrassegnato
dal disegno del trombone, ripreso poi dal basso, un tema che dietro
la sua solennità lascia trasparire il senso più intimo, consolatorio
con cui questo ultimo Mozart rivive la dimensione sacrale; il
contrasto riappare con il Rex tremendae majestatis stemperato
poi nella dolcezza del Recordare, brano questo di cui lo stesso
Mozart, secondo le dichiarazioni della moglie, avrebbe rimarcato
la particolare importanza nel caso dovesse morire prima di aver
terminato il tutto. Si rinnova nel Confutatis l’evocazione drammatica
dei tormenti infernali, sempre accompagnata da una partecipazione
intimamente accorata; quindi l’ultimo brano della sequenza, il
Lacrymosa, che, dopo l’emozionante inizio siglato, sull’accompagnamento
degli archi, senza bassi, dal toccante tema del coro, segna anche
il momento dell’addio del compositore: l’autografo si arresta
a questo punto, entra in gioco Süssmayer e qui si aprono interrogativi
irrisolti, fino a che punto, cioè, il completamento sia stata
opera del famulus , come questi sostenne e se la stessa ripresa,
dal Lux aeterna dei movimenti iniziali, dall’Introito e dalla
fuga del Kyrie, fosse una sua scelta oppure attuasse un intendimento
originario del compositore, come qualcuno ritiene appoggiandosi
al fatto che Mozart in altre Messe giovanili aveva già impiegato
tale procedimento.
Secondo il racconto di Konstanze e della sorella Mozart, nei giorni
precedenti la morte, avrebbe incontrato Süssmayer consegnandogli
degli appunti di lavoro insieme all’autografo, inoltre un cantante
della troupe di Schikaneder – librettista e impresario del Flauto
magico, vicinissimo quindi a Mozart – ha addirittura riferito
di aver collaborato, insieme ad altri due cantanti, a un’esecuzione
domestica del Requiem, avvenuta il pomeriggio del 4 dicembre –
il giorno precedente la morte del compositore. Ma qui davvero
il discorso, al di là delle infinite ipotesi nate anche dietro
la spinta di tanti interessi, da quello della vedova a quello
di Süssmayer, degli editori, del committente come pure dai tanti
studiosi che si sono accaniti attorno al problema, non può che
arrestarsi: non senza ricordare l’entusiasmo che generò la sua
apparizione, a partire da quello di Haydn il quale affermò che
quest’opera sola avrebbe assicurato l’immortalità al suo autore;
e tra le tante attestazioni – opus summum summi viri annotò sulla
partitura il direttore del Gewandhaus di Lipsia, Johann Adam Hiller
– va ricordato pure che il Requiem fu scelto per le onoranze funebri
a Napoleone.
Gian Paolo Minardi
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