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giovedì 23 ottobre 2003, ore 20.30

ORCHESTRA E CORO
DEL TEATRO REGIO DI PARMA

IGOR’ STRAVINSKIJ
(1882-1971)
Sinfonia di salmi, per coro e orchestra

SERGEJ PROKOF’EV
(1891-1953)
Sinfonia n. 3 in do minore op. 44

Moderato - Andante - Allegro agitato - Andante mosso

«La forma della sinfonia, quale ci è stata tramandata dall’Ottocento e che ha visto la sua fioritura in un’epoca le cui idee e il cui linguaggio ci sono tanto più estranei dato che ne siamo usciti, mi seduceva assai poco. Come per la mia Sonata, volli creare un tutto organico senza conformarmi ai differenti schemi codificati dall’uso, ma conservando al pezzo l’ordine periodico, grazie al quale la Sinfonia si distingue dalla Suite, la quale non è altro che una successione di brani di diverso carattere...»: così Stravinskij, nelle sue Chroniques, descrive il progetto per una nuova composizione sinfonica la cui natura, come si desume dalle parole del compositore, rinneghi il modello della sinfonia romantica. Ma torniamo un attimo ancora alle Chroniques: «Nella mia idea - ci confida Stravinskij - la sinfonia doveva essere un’opera dal grande sviluppo contrappuntistico, e per ottenerlo avevo bisogno di ampliare i mezzi a mia disposizione. Finalmente mi fermai su di un organico corale e strumentale nel quale i due elementi fossero posti allo stesso livello, senza alcuna predominanza l’uno sull’altro. In questo modo il mio punto di vista sui reciproci rapporti delle parti vocali e strumentali coincideva con quello degli antichi maestri della musica contrappuntistica, che appunto li trattavano da pari e non riducevano la funzione dei cori a un canto omofono, né la funzione dell’insieme strumentale a quella di un accompagnamento».

Queste le intenzioni: lo strumento sarà il recupero di uno stile pre-romantico, ovvero neo-classico, soluzione linguistica non certo limitata al solo Stravinskij ma appannaggio di un vero e proprio capitolo nella soria musicale del Novecento. In questa «rinascita» molti compositori ritennero di trovare quel legame tra il presente ed il passato arcaico in grado di arricchirli: basti ricordare l’uso del «modo dorico» in Debussy (Pelléas et Mélisande), Ravel (Quartetto in fa), del «modo misolidio» in Sibelius (Quarta Sinfonia), Bartòk (Terzo Concerto per pianoforte) e quanti altri (Respighi, Satie, Walton, Hindemith) hanno abbracciato tale manifesto musicale.

la Sinfonia dei Salmi viene composta a Nizza tra l’inverno e l’estate del 1930 con la seguente dedica: «Questa sinfonia composta a gloria di Dio è dedicata alla Boston Symphony Orchestra in occasione del cinquantesimo della sua esistenza». Di fatto, questa partitura è per Stravinskij - compositore così in bilico tra misticismo orientale e pragmatismo occidentale - l’occasione di una particolare ispirazione religiosa: la scelta dei testi cade sui Salmi di Davide, il 150, il 78 ed il 39, laddove il primo - la visione del carro di Elia che ascende al cielo - rimanda ad una precisa intenzione dell’Autore. La musica non si fa più interprete del «significato» del testo, ne evita il coinvolgimento personale bensì diviene il messaggio, il «tempio» purificato di un’intera comunità: essa non dice né «io» né «tu», ma «noi». Proprio per tale motivo la partitura dei Salmi appare estremamente «figurativa»: «Mai prima di allora - scriverà infatti Stravinskij - avevo scritto qualcosa di così poco immaginoso come le terzine per corno e pianoforte che dovevano suggerire i cavalli ed il carro».

In detto clima neo-classico, che per sacrale monumentalità non può non ricondurre alle note dell’Œdipus rex, le tre parti della Sinfonia dei Salmi si dipanano senza interruzione di continuità: le architetture di questa straordinaria partitura si erigono con ieratica geometria e potenza costruttiva (attenzione al doppio fugato della seconda parte) per spegnersi, col gioco reiterativo di una cellula melodica, nella staticità atemporale dell’ultima sezione.

La Sinfonia n. 3 in do minore appartiene al periodo parigino di Sergej Prokof’ev, soggiorno europeo che non sortì per il compositore russo gli esiti

auspicati: ritorna ancora in nostro aiuto Igor Stravinskij che, benché non legato da stretta amicizia con Sergej ma da cordiale frequentazione, ricorda così il compositore ucraino: «Non ci furono mai episodi spiacevoli fra noi, e credo che avesse più simpatia per me che per qualsiasi altro amico musicista. [...] Quando lo vidi per l’ultima volta a New York nel 1937, era scoraggiato per la sfortuna materiale e artistica che aveva avuto in Francia. Fece ritorno in Russia e quando finalmente capì la situazione in quel paese, era troppo tardi». Ancora i giudizi del nostro Stravinskij sull’opera del collega musicista sono spesso un po’ troppo affrettati ma non mancano di ammirazione: «Prokof’ev era tutt’altro che un pensatore in campo musicale. Aveva infatti idee spaventosamente ingenue in materia di costruzione musicale. Possedeva una certa tecnica e poteva fare alcune cose molto bene, ma soprattutto aveva personalità». E di «personalità» pare proprio essere imbevuta la Terza Sinfonia, partitura di estrema ricerca le cui intuizioni linguistiche affondano sino al clima materialista e strutturalista della Nuova Musica.

Buona parte della Sinfonia, datata 1928, deve il materiale tematico all’opera L’angelo di fuoco, scritta qualche anno prima ma rappresentato solamente nel 1955, a Venezia: in origine Prokof’ev aveva in animo di comporre «solo» una suite sinfonica tratta dall’opera teatrale ma, in corso di lavoro, il progetto si trasformò nelle dimensioni di un grande affresco sinfonico. I leitmotive dell’Angelo di fuoco sono di fatto all’origine di molti temi della Sinfonia, partitura che, benché a detta dello stesso Autore non sia da considerarsi alla stregua di «musica a programma», risente inevitabilmente delle cupe tinte e gravi atmosfere dell’opera originale: sono tuttavia riconoscibili, nel Moderato iniziale, il tema della disperazione e quello dell’amore che caratterizzano la protagonista del libretto di Valerij Brjusov.

Pagina «espressionista», come istintivamente vien da considare questa singolare partitura, la Terza Sinfonia è una pagina drammatica, estremamente rude nel suo voler comunicare un forte disagio esistenziale (le inquiete reminiscenze gotiche e medievali dell’Angelo di fuoco ne sono evidente matrice), fatta di un imponente progetto orchestrale e, a tratti, come nell’Allegro Moderato finale, di inaudita complessità lingustica.

Giovanni Fontechiari

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