ORCHESTRA D’ARCHI ITALIANA
Johann Sebastian Bach
Concerto n. 5 in fa minore per pianoforte e archi
BWV 1056
Ernest Bloch
Concerto Grosso n. 1 in re minore
per archi e pianoforte obbligato
Camille Saint-Saëns
Wedding Cake
Paul Hindemith
Die vier Temperamente
Direttore e pianoforte solista
FRANÇOIS-JOËL THIOLLIER
PROGRAMMA
JOHANN SEBASTIAN BACH
(1685-1750)
Concerto n. 5 in fa minore BWV 1056
Allegro – Largo – Presto
ERNEST BLOCH
(1880-1959)
Concerto Grosso n. 1 in re minore per archi e pianoforte obbligato
Prelude – Dirge
Pastorale and rustic dances – Fugue
intervallo
CAMILLE SAINT-SAËNS
(1835-1921)
Wedding Cake
PAUL HINDEMITH
(1895-1963)
Die vier Temperamente
Thema - I Variation: Melancholisch - II Variation: Sanguinisch
III Variation: Phlegmatisch - IV Variation: Cholerisch
La parentesi che intercorre tra il 1728 ed il 1735 vede la nascita
degli otto Concerti per clavicembalo e archi di Johann
Sebastian Bach: un interesse per la Konzertform che il
compositore, sin dagli anni giovanili, alimenta con crescente
interesse, vale la nota attività di trascrizione per tastiera
dei concerti vivaldiani. E proprio dal musicista veneziano Bach
prenderà a ideale modello l’architettura serrata e simmetrica
dei tre movimenti svelto – lento – svelto che si incontrerà
nelle future composizioni concertanti.
All’epoca dell’ufficio per il Collegium Musicum di Lipsia Bach
concentra la maggior parte dei concerti per cembalo: con un trucco…
Similmente ai Trii per cembalo obbligato, Bach trascrive
per lo strumento a tastiera i Concerti per violino, affidando
la parte melodica alla mano destra e utilizzando la sinistra per
rafforzare la linea del basso. Addirittura sappiamo di tre probabili
concerti per violino unicamente tramite la «trascrizione» per
clavicembalo, dato che gli originali sono andati persi.
Il Concerto n. 5 in fa minore BWV 1056 appartiene a questo
gruppo ed è datato all’incirca attorno al 1730, ma l’escamotage
bachiano non deve trarre in inganno. Benché frutto di una trascrizione,
la parte clavicembalistica non va considerata a guisa di banale
«copia e incolla»: al contrario Bach applicò alla tastiera una
serie di continue revisioni, addentrandosi sempre più nel vivo
della «natura» clavicembalistica, portando in primo piano uno
strumento destinato sino a quel momento al ruolo di accompagnamento,
laddove nell’impianto polifonico dei tre movimenti sembra emergere
con crescente vigore il gusto del dialogo tra solista ed orchestra.
Occasione più unica che rara, il programma di questa sera offre
una pagina di non facile presenza nel novero dei repertori concertistici:
Wedding Cake di Camille Saint-Saëns. Una pagina minore,
certo, specie se confrontata ai notevolissimi cinque Concerti
per pianoforte, che comunque completa, assieme alla Rhapsodie
d’Auvergne, l’Allegro Appassionato e Africa la
produzione pianistica con orchestra del musicista francese.
Wedding Cake op. 76 risale al 1886 e l’idea si presentò
in occasione delle nozze dell’amica Caroline de Serres, fra le
più importanti pianiste francesi dell’epoca: l’alto virtuosismo
di questo caprise-valse è infatti tagliato su misura della
de Serres, fatto d’una scrittura sufficientemente mondana per
giustificare un’eleganza ed una leggerezza di scrittura di particolare
fascino.
Forse sin troppo facile sarebbe scoprire in questa pagina il riflesso
di un musicista tra i più riconosciuti protagonisti della vita
europea a cavallo tra i due secoli: Saint-Saëns uomo di grande
cultura, viaggiatore instancabile delle colonie francesi, archeologo
dilettante, esemplare da salotto corteggiato dai migliori circoli
parigini; dalla sua tavolozza musicale quell’instancabile difesa
della tradizione classica e del romanticismo tedesco ovvero la
strenue difesa della musica strumentale in una Francia così dedita
all’opera e al balletto.
Ma non per questo Saint-Saëns può essere tacciato di stretto conservatorismo:
anzi, la sua è di fatto una posizione di confine, ridisegnando
i canoni della musica francese tradizionale alla luce di un secolo
di romanticismo e alla vigilia del totale rinnovamento del linguaggio
musicale che attendeva la musica a venire (Igor Straviskij lo
ricorda alla seconda esecuzione del Sacre, al Casino dei
Paris, «tranquillo, non troppo coinvolto dal clima di scandalo
che marchiava la première dell’anno precedente»).
Wedding Cake, al pari dei Concerti, è dunque un
ascolto estremamente appagante, un’esperienza solare nutrita di
un pianismo rutilante, sciolto e poetico da cui traspare, in filigrana,
quel lieve sorriso che accompagna tanti scritti del compositore
parigino.
Cavalcando una moda assai in voga tra i compositori degli anni
‘20 e ‘30 Ernest Bloch compone una fra le pagine più conosciute
del suo intero repertorio: è il Concerto Grosso n. 1
per archi e pianoforte obbligato, scritto nel 1924
per gli studenti della Cleveland School of Music, ricordando che
il compositore ginevrino si trasferì ben presto negli Stati Uniti
dove rimase (ad eccezione di qualche breve parentesi) sino alla
morte, nel 1959.
La destinazione ad uso «scolastico» di questa partitura per pianoforte
e piccola orchestra d’archi rivela l’evidente esercizio di stile
pensato sullo stimolo della celebre forma strumentale del ‘700
italiano e tedesco: questa esperienza «neoclassica» di Bloch (che
tanto influenzò i suoi allievi d’oltreoceano, primo fra tutti
George Antheil, prima di divenire l’enfant terrible dell’avanguardia
americana) si traduce in un brano dalla forte connotazione ritmica,
specialmente nel Preludio iniziale a cui fa contrasto il
Canto Funebre del secondo movimento, passaggio disseminato
di eloquenti dissonanze ed appoggiature sulla trama di una orchestrazione
estremamente fine e calibrata.
La Pastorale e la Danza Rustica provengono da un
precedente progetto del 1899, la Suite de danses suisses,
qui riprese nel celebre tema lento iniziale che sfocia nell’esplosione
di una piacevole tavolozza folklorica (che tanto ricorda un analogo
brano del 1925, Sulle montagne) tutto «alpi e cioccolata».
La Fuga conclusiva è forse il brano più caratterizzante
dell’intero Concerto, costruita sulle solida fondamenta
della forma contrappuntistica per eccellenza dalla quale però
non esita a far capolino quel certo pathos smaltato che è cifra
più prossima del compositore elvetico.
Gli oltre quarant’anni di attività compositiva di Paul Hindemith
non sono per niente scevri da certa avventurosa dedizione all’arte
musicale: dall’iniziale avanguardia fatta di jazz e cabaret degli
anni Venti all’espressionismo, dal contrappunto dissonante al
recupero dello stile bachiano, dalla teoria della Gebrauchmusik
(la sua famosa «musica d’uso») sino all’arcaismo del Suonatore
di ghironda: comun denominatore nell’opera hindemithiana resta
pur sempre l’origine polifonica dell’atto musicale, unitamente
all’ostentato distacco da qualsiasi coinvolgimento emotivo del
materiale scritto.
Ad iniziare dall’opera Mathis la ferma oggettività di Hindemith
inizia però a mostrar qualche cricca e non di rado si intravvede
nel compositore un cambiamento di inconfessato addensamento emozionale:
come nel caso del tema con variazioni I quattro temperamenti,
brano per pianoforte ed archi scritto nel 1940.
In origine la nascita per questa partitura viene sollecitata a
Hindemith dal noto George Balanchine per un nuovo balletto: ma
il progetto teatrale coreografico si concretizzerà non molti anni
dopo (1946), quando cioè Die vier Temperamente avrà già
trovato una sua autonoma natura nel novero dei repertori concertistici.
Questa pagina trova ispirazione nella teoria greca e poi medievale
dei «temperamenti», nei quattro estremi o umori principali di
sanguigno, flemmatico, collerico e malinconico: ad un tema principale
(Moderato, Allegro assai, Moderato) Hindemith applica la
forma della variazione: benchè, come accennato, non sia così facile
ritrovare in queste quattro ampie variazioni una corrispondenza
analogica al programma dell’intero brano, l’Hindemith «oggettivo»
sembra ammorbidirsi all’insegna del Valzer (ed al suo mahleriano
uso di questo genere musicale, semplice e «sanguigno» allo stesso
tempo), del Malinconico (nell’uso delle sordine e dello
slow, appunto), del Collerico (nei continui soprassalti
d’umore dei tempi vivace, appassionato e maestoso).
Giovanni Fontechiari
(inizio pagina)