| |
martedì 28 ottobre 2003, ore 20.30
LUCIANO BERIO
(1925 - 2003)
Linea, per due pianoforti e percussioni
CLAUDE DEBUSSY
( 1862 - 1918)
En blanc et noir, per due pianoforti
Avec emportement - Lent sombre - Scherzando
MAURICE RAVEL
(1875 - 1937)
La valse, per due pianoforti
intervallo
BÉLA BARTÓK
(1881 - 1945)
Sonata per due pianoforti e percussioni
Assai lento - Allegro molto
Lento ma non troppo - Allegro ma non troppo
En blanc et noir nasce in pieno periodo bellico. È un Debussy
fortemente sollecitato dagli eventi della prima guerra mondiale,
tanto che il musicista scriverà all’amico-editore Durant: «Benché
non ve ne abbia mai parlato, ho molto sofferto per la prolungata
aridità che la guerra ha imposto al mio cervello...». Momento cardine
di En blanc et noir è ad esempio il secondo quadro, dedicato
alla memoria del sottotenente Jacques Charlot, morto in battaglia
nel marzo 1915: opera estrema e tribolata, dunque, in cui già l’allusione
ai colori della tastiera, alla loro netta opposizione, rimanda a
quel forte intento di purificazione formale ed espressiva che è
la caratteristica dell’ultimo, stile debussiano. «Non scervellatevi
su En blanc et noir. Il colore, l’emozione di questi pezzi
derivano soltanto dal pianoforte, come i grigi di Velasquez,
se siete d’accordo»: così, in una lettera all’amico Godet, Debussy
ben sintetizza il richiamo emotivo dell’opera, così racchiusa dagli
estremi del bene e del male e così drammaticamente in bilico tra
inquietudine ed instabilità.Il primo quadro è una giga dedicata
all’amico Serge Kussewitsky, la cui portata emotiva, fatta di una
coinvolgente alternanza tra burrascosi temi e esitanti meditazioni
rivela di una epigrafe dal Romeo e Giulietta di Gounod: «Chi
resta al suo posto e non danza/fa in fondo confessione di qualche
disgrazia». Come già accennato, l’allusione evidente alle atrocità
della Grande Guerra si palesa nel secondo quadro, anch’esso supportato
da una strofa della Ballata contro i nemici della Francia
di François Villon che recita «Non è degno di posseder virtù/chi
vuole il male del regno di Francia»: considerato dallo stesso Autore
il quadro più riuscito della raccolta, risuona in filigrana del
corale di Lutero (con evidente allusione alle teutoniche forze nemiche,
simboleggiate anche da un «wagneriano» accordo di quinte diminuite)
sul quale si animano squilli di trombe e brontolii di cannoni. Ecco
allora la battaglia, con incalzanti ottave e l’ostinato del basso
sino alla tragica sospensione su di un accordo di nona, che rivela
l’uccisione del soldato in battaglia.
L’ultimo brano, Scherzando, è dedicato a Igor’ Stravinskij:
la trascendente tecnica pianistica, che tanto ricorda gli Études,
non adombra uno straordinario gusto per la chiarezza e la semplicità
«clavicembalistica». «Un turbinio fantastico e fatale» come lo stesso
Ravel definì La Valse, accorato omaggio del compositore francese
alla memoria di Johann Strauss, dove un carosello di valzer alimenta
infatti il racconto sonoro di questo «poema». E molti sono gli adattamenti
che interessano il fortunato destino della Valse raveliana,
dalla versione per orchestra a quella per pianoforte solo sino alla
spettacolare versione per due pianoforti che sostituì ben presto
quella per pianoforte a quattro mani. Originariamente scritta da
Ravel in forma di poema coreografico per il balletto di Diaghilev,
l’opera venne eseguita in prima assoluta in forma di concerto sino
alla messa in scena all’Opera di Parigi, nel 1928, sotto la cura
di Ida Rubinstein: «Ho concepito il lavoro come una specie di apoteosi
del valzer viennese - ci confida Ravel nel suo Schizzo autobiografico
- e immagino La Valse nella cornice di una corte imperiale,
verso il 1855».
Non di rado definita danse macabre, La Valse non è
di spensierata leggerezza e levità come l’occasione potrebbe far
supporre: piuttosto, al pari di mahleriane atmosfere, il pretesto
giocoso fa da fatale contrappunto all’estrema, tragica stagione
compositiva raveliana. «Un unico, grande valzer tragico, ad un tempo
nobile e sentimentale» dirà di questa opera lo Jankélévitch, con
evidente riferimento alle Valses nobles del 1910: infatti,
discostandosi dai poemi sinfonici tradizionali che prendono le mosse
da un aneddoto extramusicale, La Valse ha come tema la musica
stessa, in questo caso il ritmo ternario viennese. In tal
senso, come accennato, l’obiettivo di Ravel si avvicina tantissimo
alla poetica di Mahler, che scriveva le sue sinfonie prendendo spunto,
stravolgendole nel significato, da marce militari o da Ländler.
Alle origini della Sonata per due pianoforti e percussione
sono i contatti con la Società Internazionale di Musica Contemporanea
di Basilea, desiderosa di festeggiare, siamo nel 1938, il decennale
di fondazione. Nelle intenzioni degli amici svizzeri era ricevere
un quartetto «tradizionale» ma Bartók non riuscì ad esaudire tale
desiderio: «Era da un po’ di anni - scrisse il compositore-che pensavo
di scrivere un lavoro per pianoforte e percussione. Mi sono però
lentamente convinto che un solo pianoforte non poteva equilibrare
sufficientemente le asciutte sonorità delle percussioni». Nasce
così la Sonata, brano che, assieme alla altrettanto celebre
Musica per achi, percussione e celesta rappresenta uno degli
esempi di scrittura più avveniristica di Bartók: tutti gli strumenti
hanno un impiego «percussivo» che conferisce alla composizione un
carattere prettamente ritmico, laddove i timpani, lo xilofono, il
cimbalo, vanno opportunamente a sottolineare i momenti cruciali
delle parti pianistiche. Vanno peraltro evidenziate le asciutte
sonorità della Sonata, animate da un andamento agogico straordinario,
dal pieno volume sino alle rarefatte atmosfere dei piatti suonati
«con le unghie delle dita, oppure la lama di un coltellino, sull’orlo».
Una spazialità sonora accuratamente studiata, munita anche di una
«mappa» di posizionamento degli strumenti sul palco, che dilata
l’ascolto ad una realtà nondimeno «tridimesionale». Omaggio al Maestro
scomparso nel maggio scorso è dunque Linea per due pianoforti
e percussioni: una composizione, pensata come vero e proprio
«gioco» di tastiere (quelle tradizionali dei pianoforti unitamente
a vibrafono e marimba) che risulta essere un Berio per certi versi
anomalo, a tratti quasi classicheggiante nell’adamantino uso dei
timbri a disposizione. Composta nel 1973 ed eseguita per la prima
volta a Grenoble nel 1974, Linea richiama - per la sua specifica
qualità artigianale - ad un celebre aforisma del compositore ligure:
«Non esiste crisi nella musica ed è da dubitare che sia mai esistita.
Esistono solo opere che sono o non sono significative e persone
più o meno educate alla loro assimilazione».
(inizio pagina)
|
|