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Giovedì 30 ottobre 2003, ore 20.30

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI

Claude Debussy
Prelude à l’après-midi d’une faune per orchestra

Igor’ Stravinskij
L’oiseau de feu, suite dal balletto op. 20

Johannes Brahms
Sinfonia n. 1 in do minore op. 68

Direttore
GEORGES PRÊTRE

PROGRAMMA

CLAUDE DEBUSSY
(1862 - 1918)
Prelude à l’après-midi d’une faune per orchestra

IGOR’ STRAVINSKIJ
(1882 - 1971)
L’oiseau de feu, suite dal balletto op. 20
Introduzione - L’oiseau de feu e la sua danza
Variazione dell’oiseau de feu - Rondò delle principesse
Danza del re Katscei - Berceuse e finale

intervallo

JOHANNES BRAHMS
(1833 - 1897)
Sinfonia n. 1 in do minore op. 68
Un poco sostenuto - Allegro - Un poco sostenuto - Andante sostenuto
Un poco allegretto e grazioso - Adagio - Più andante
Allegro non troppo ma con brio - Più allegro

Il Prelude à l’après-midi d’un faune è l’opera sorprendente che rivela al pubblico la modernità di Debussy: quando fu eseguito la prima volta, a Parigi nel dicembre del 1894, il successo fu così caloroso che si dovette replicare l’esecuzione. Ma dietro questi modi così accattivanti, l’opera presentava delle novità fino allora impensabili; il discorso musicale si snodava con una libertà, con una leggerezza sinuosa, che andava oltre la nozione corrente di sviluppo, offrendo la suggestione di una forma che andava plasmandosi secondo movenze sganciate da schemi predeterminati. In effetti, i temi, pur così chiaramente individuati, si fanno poi mobilissimi, fondendosi e frammentandosi variamente, e pure i timbri con la loro nitidezza e insieme la loro straordinaria ricchezza di sfumature compongono una tavolozza ancora inedita per quegli anni; tutto ciò fa sì che il respiro interno, a partire dall’emblematico arabesco iniziale del flauto, sembri evocare una dimensione più naturale, più libera rispetto a quella regolata dal battito musicale. La eccezionalità di questo esito trova indubbiamente ragione nell’intensa emozione procurata a Debussy dalla ecloga di Mallarmé; anche se poi il progetto iniziale del compositore, quello di intercalare la lettura della poesia, o forse la rappresentazione, con un preludio, un interludio e una parafrasi finale si arresterà al solo preludio. Non senza un iniziale sospetto del poeta il quale, informato degli intendimenti di Debussy, avrebbe affermato: «pensavo di averlo messo in musica io stesso: è una trasposizione du même au même», sfiducia del resto subito sfatata dall’ascolto dell’opera che lasciò fortemente ammirato il poeta: «Non mi aspettavo una cosa simile! Questa musica prolunga l’emozione dei miei versi e rende l’ambientazione con più passione e efficacia di quanto non riuscirebbe a fare la pittura». Mallarmé restituirà poi al compositore un esemplare della partitura con le illustrazioni di Manet annotandovi sopra questi versi:

Sylvain d’haleine première               

Si ta flûte a réussi

Ouïs toute la lumière

Qu’y soufflera Debussy

Si era già parzialmente rivelata la genialità del giovane Stravinskij quando nel 1909 Diaghilev, l’estroso animatore dei Ballets Russes, gli commissionò la partitura per un nuovo balletto, sceneggiato da Fokin, sulla antica leggenda russa dell’Uccello di fuoco, la storia del principe Ivan che cattura e libera un magico Uccello di fuoco; quindi con il suo aiuto vince il cattivo, il gigante Katscei e ne annulla gli incantesimi conquistandosi l’amore di una delle tredici principesse tenute prigioniere dal malefico gigante. Situazioni nettamente scandite, secondo lo spirito delle antiche leggende russe che, diceva il compositore «hanno come eroi personaggi semplici, ingenui, talora anche francamente stupidi, privi di malizia, e sono loro che vincono sempre contro personaggi bravi, furbi, complessi, crudeli e potenti». E proprio tale semplificazione diventa un termine di caratterizzazione stilistica per Stravinskij il quale si muove già con straordinaria abilità e con un istinto infallibile entro il variegato orizzonte linguistico di quegli anni, così da far propri, ma senza il minimo sospetto di eclettismo, tanto i modi appartenenti al retaggio tardottocentesco assimilati dall’amato C•ajkovskij e più direttamente ancora dal suo maestro Rimskij-Korsakov, attraverso il quale filtra i maliosi pimenti orientaleggianti che profumano la partitura, quanto, nel percorrere le zone magiche della fiaba, le più sofisticate movenze decantate sia da Scrjabin che dai musicisti francesi. Ma, come si è detto, questa pluralità di suggestioni è genialmente ricreata entro una visione originale che, nella rivisitazione della fiaba sulla contrapposizione di diatonismo e cromatismo, a rispecchiare i due versanti, quello luminoso e quello demoniaco, i fa dell’Uccello di fuoco un’opera decisamente cruciale nel percorso stravinskijano, segnando da un lato la conclusione del periodo di esordio ma al tempo stesso indicando le premesse, specie nella personalissima concezione del ritmo, di quegli esiti folgoranti ormai prossimi come quello del Sacre du printemps. Il balletto, andato in scena il 25 giugno 1910, all’Opéra di Parigi, riscosse uno straordinario successo e le fortune di Stravisnkij crebbero oltremodo. «Ricordo che, la sera della prima esecuzione - ricorderà il compositore - Debussy venne a salutarmi sul palcoscenico e si complimentò per la mia partitura. Fu quello l’inizio delle nostre relazioni che rimasero molto amichevoli fino alla fine dei suoi giorni». Nello stesso 1910 Stravinskij trasse dalla partitura del balletto una suite che conservava, più o meno, l’organico originale, straordinariamente esteso. Successivamente, nel 1919, ne realizzò una seconda - quella proposta dal programma di questa sera - con un organico più ridotto e infine, nel 1945, una terza, leggermente più ampia. La suite si apre con l’evocazione, cromaticamente inquietante, del giardino incantato di Katscei, cui segue la vitalistica «danza dell’Uccello di fuoco», quindi il più disteso «rondò delle principesse» che contrasta con l’impetuosa «danza infernale di Katscei»; la intensa «Berceuse» prepara al giubilante finale.

Con la lunghezza di sguardo che ne fa uno dei testimoni più acuti e penetranti della stagione romantica Schumann, dopo aver ascoltato alcune composizioni pianistiche del Brahms ventenne aveva già prefigurato già nel 1853, in quell’articolo che già nel titolo, Vie nuove, suona come affettuoso e illuminante viatico, il percorso creativo del giovane amburghese: «S’egli abbasserà la sua bacchetta magica là dove le potenze delle masse corali e orchestrali gli prestano le loro forze, noi potremo attenderci di scoprire, nei segreti del mondo degli spiriti, paesaggi ancor più meravigliosi. Possa fortificarlo in ciò il genio più alto, e tutto fa supporre che così sarà, poiché in lui abita un altro genio, quello della modestia». Parole profetiche, appunto, cui la nascita, travagliatissima, dopo quattordici anni di lavoro e di tormentate riflessioni, della Prima Sinfonia offre un’esemplare risposta. L’opera, eseguita a Karlsrühe nel 1876 sotto la direzione di Otto Dessoff, è il frutto di una serie di ripensamenti il cui esito ha suggellato ufficialmente l’ingresso del musicista nell’universo sinfonico: sottolineato soprattutto dalle parole dell’autorevole critico Eduard Hanslick il quale, indicando esplicitamente la diretta continuità con Beethoven (e Bülow definì infatti questa Sinfonia come la Decima) dichiarò senza mezzi termini come la nuova opera testimoniasse «di una volontà poderosa, di un pensiero musicale logico, di una grandezza di facoltà architettoniche e di una maestria tecnica che nessun altro compositore vivente possiede». Il pensiero a Beethoven, in effetti, ricorre più volte all’ascolto di questa Sinfonia, nella forte struttura dei due movimenti estremi, l’ingresso trionfale dell’ultimo in specie, dove il richiamo al tema dell’Inno alla gioia è quasi esplicito. Ma il senso più intimo dell’opera si sottrae invece ad ogni confronto, svelando pienamente tutti i caratteri brahmsiani, nel modo di elaborare le idee tematiche e in quel continuo rapporto di affinità/contrasto che nasce dal procedimento variativo di alcune idee germinali.

g.p.m.

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