ORCHESTRA E CORO
DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Goffredo Petrassi
Coro di morti
Benjamin Britten
Serenata per tenore, corno e archi op. 31
Franz Schubert
Sinfonia n. 8 in si minore Incompiuta
Corno
RADOVAN VLATKOVIC
Tenore
MARK MILHOFER
Maestro del Coro
MARTINO FAGGIANI
Direttore
BRUNO BARTOLETTI
PROGRAMMA
GOFFREDO PETRASSI
(1904 - 2003)
Coro di morti
Andante lento - Scherzo strumentale, moderato - Andante lento
Tempo dello Scherzo - Sostenuto, ma non troppo - Moderatissimo
BENJAMIN BRITTEN
(1913 - 1976)
Serenata per tenore, corno e archi op. 31
Prologue - Pastoral - Nocturne - Elegy - Dirge - Hymn - Sonnet
- Epilogue
intervallo
FRANZ SCHUBERT
(1797 - 1828)
Sinfonia n. 8 in si minore Incompiuta
Allegro moderato - Andante con moto
Goffredo Petrassi ci lasciava, poco più di un anno fa, e Coro
di morti è senza dubbio tra i più significativi omaggi alla
figura del grande compositore romano. Per decenni l’opera petrassiana
è stata un punto di riferimento per l’intera vita musicale italiana,
non solo come fonte di mestiere e dottrine, ma soprattutto come
inesauribile spunto di vivacità intellettuale: dal cosiddetto
«classicismo» o «neo-madrigalismo» degli anni Trenta sino ad una
più declamata libertà linguistica che lambisce il filone espressionistico
e atonale, percorso musicale ben condensato nella serie degli
otto Concerti per orchestra nati nell’arco di un quarantennio.
Di fatto uno stile compiuto, originale anche nella capacità di
assimilare le innovazioni linguistiche dell’intero Novecento musicale,
contribuendo in maniera determinante allo stabilirsi di una cultura
«strumentale» nel nostro Paese.
Il Coro di morti, assieme ad altre partiture come Noche
oscura, appartiene a quella sfera compositiva di Petrassi
legata ad una forte spiritualità: una religiosità che si coniuga
con una forte presa di posizione rispetto agli eventi storici
contemporanei, quali la libertà e l’impegno civile filtrati da
una personalissima dimensione mistica.
Coro di morti, scritto nel 1940 - 41, è ciò che lo stesso
autore definì una meditazione sul destino dell’uomo: del resto
già la scelta di un testo leopardiano, tratto dal Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie, è significativa di quell’attitudine
all’«interpretazione dell’esistenza» che è così, per le parole
del poeta di Recanati «arcana mirabile e spaventosa».
Nel Dialogo leopardiano si immagina che le mummie del naturalista
olandese, ridestate a favella, intonino un canto (trentadue versi
di endecasillabi e settenari) pel mezzo del quale descrivere il
loro stato d’animo di anime trapassate rispetto all’immagine della
vita.
Partitura che Petrassi risolve - per certi versi in analogia espressiva
con TheUnanswered Question di Charles Ives - sul contrasto
di due differenti piani dialogici: il primo, tonalmente ambientato,
riservato al coro dei morti, laddove l’aggettivo di «madrigale
drammatico» si tesse di riflessi monteverdiani; l’altro riservato
alla parte orchestrale, in una scrittura ardua, straniante, ostile.
Ovvero quell’eterna domanda, quell’eterno desiderio di conoscere
al di là di «questa siepe» che altro non risolve, da quel vano
interrogarsi, a quell’ultima, isolata nota di annientamento leopardiano.
Non di rado, con certa malizia, si addebita a Benjamin Britten
il ruolo di maggior compositore inglese dopo Purcell… In verità
l’opera del musicista di Lowenstoft, benchè improntata ad un sapido
eclettismo, molto deve, per naturale eredità, ad una fitta schiera
di compositori che segnano, pur senza vette estreme, la densa
produzione musicale britannica.
Un eclettismo, si diceva, che impedisce a Britten di specializzarsi
prevalentemente in una forma specifica, offrendo un catalogo talmente
vario da comprendere tutti i generi musicali. Non sono estranei
a Britten influssi della musica europea degli autori coevi, distinguendosi
per la particolare ricchezza timbrica unita ad una scrittura limpida
e a un gusto per la varietà dei colori strumentali, ottenuti attraverso
il sapiente uso dei pizzicati, suoni al ponticello, armonici…
Anche la Serenata per tenore, corno e archi op. 31, considerata
opera «minore», è però frutto del più autentico Britten. Da sottolineare
lo straordinario tessuto connettivo che lega l’orchestra e le
due parti melodiche del canto e del corno: un contesto narrativo
carico di tensione entro cui accade il dialogo possibile tra melodia
e testo poetico.
L’ideale romantico che nei primi anni del secolo scorso sembra
attingere il pensiero musicale dalle ragioni estreme della speranza,
degli eroismi e delle audaci passioni, pare frangersi - quasi
come la quiete nell’occhio del ciclone beethoveniano - entro le
tinte più stemperate e malinconiche di Franz Schubert. Lontano
forse dai grandi impeti e da rivolte faustiane, la musica del
compositore viennese si accosta con naturalezza al sentire più
quotidiano dell’animo umano, nostalgie e coscienza del dolore,
passioni certo meno consone ai moti dell’eroe romantico, ma non
per questo meno violente e tempestose. Specchio dell’anima, la
vita di Schubert - trascorsa entro una ristretta cerchia di amici
e lontano dai favori del grosso pubblico - pare così sottolineare,
quasi fisicamente, l’estraneità alle grandi rivoluzioni, alle
epiche battaglie in favore di una rinnovata umanità: raccolte
su se stesse, alimentate dai mille ostacoli e delusioni che una
natura terrena di semplice felicità invano seguiva, le pagine
schubertiane sembrano così rinunciare ai limpidi aneliti di speranza,
alla coraggiosa certezza di un futuro migliore. Se gioia appare
nella musica di Schubert - e tanta ve n’è da raccoglierne a piene
mani - è sempre felicità contemplata da lontano, con la nostalgia
di cose passate o irraggiungibili e dove, più d’una volta, gli
spasmodici contrasti sembrano trovare nell’ideale di morte unico
ed inevitabile conforto.
Non di rado - come già accennato - nel fecondissimo arco creativo
di Franz Schubert felici paesaggi musicali aprono a ben più amare
risonanze: nella delusione di un’esistenza a tratti arida e inospitale,
la ricerca di un altrove poetico pare librarsi con insistente
suggestione davanti al compositore: mentre lo spirito beethoveniano
riesce a scrutare con incrollabile fiducia verso il futuro, Schubert
si macera spesso sull’orlo di un bivio fatale, capace di intuizioni
musicali che non trovano precedenti, ovvero abbandonarsi al passato,
magari ripercorrendo le strade di un Mozart o di un Haydn.
Itinerari che sembrano convergere tutti in pagine come l’Ottava
Sinfonia, penultima delle sinfonie schubertiane e opera dove
il carattere del compositore abbandona con sicurezza gli ultimi
refoli beethoveniani.
L’«Incompiuta» consta di soli sue movimenti, l’Allegro moderato
e l’Andante con moto e la presenza di avanzati abbozzi
per uno Scherzo giustificano il mancato compimento di questo
progetto sinfonico: l’autografo reca la data del 30 ottobre 1822,
ma, misteriosamente conservato nel cassetto di Anselm Hünterbrenner,
amico di Schubert, fu eseguita solamente nel dicembre del 1865.
Ad iniziare dalla cupa e dolorosa introduzione di otto battute
affidata a violoncelli e contrabbassi, la sinfonia si caratterizza
per uno straordinario senso unitario: proprio a tale tema iniziale
si può infatti assimilare il principale corpus tematico dei due
movimenti.
Drammaticità e coerenza strutturale sono infatti pesati nell’«Incompiuta»
con miracolosa alchimia, un modello di perfezione (che talvolta
ha veramente messo in dubbio l’«incompiutezza» della partitura)
da risultare, forse, l’affresco sinfonico più geniale del compositore
viennese.
Giovanni Fontechiari
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