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Domenica 9 novembre 2003, ore 20.30

PARMA OPERA ENSEMBLE

Ludwig van Beethoven
Settimino in mi bemolle maggiore op. 20

Johannes Brahms
Serenata in re maggiore op. 11
(I versione per nonetto)

PROGRAMMA

LUDWIG VAN BEETHOVEN
(1770 - 1827)
Settimino in mi bemolle maggiore op. 20
Adagio - Allegro con brio - Adagio cantabile - Tempo di Menuetto
Tema con Variazioni, Andante - Scherzo, Allegro molto e vivace
Andante con moto alla Marcia - Presto

intervallo


JOHANNES BRAHMS
(1833 - 1897)
Serenata in re maggiore op. 11
(I versione per nonetto)
Allegro molto - Scherzo, Allegro non troppo - Adagio non troppo
Menuetto I e II - Scherzo, Allegro
Rondò, Allegro

Un filo rosso - seppur nella valenza di minimo spunto di riflessione - accomuna le due straordinarie pagine cameristiche di Beethoven e Brahms in programma questa sera: entrambe sono per i loro giovani autori una sorta di «cimento» musicale, un passaggio a nord-ovest le cui coordinate saranno per i due compositori una insostituibile esperienza nell’accedere a nuovi percorsi creativi. Il Settimino è infatti per Beethoven un’opera al confine dell’idea classica nel senso più «scolastico» del termine, mentre la Serenata brahmsiana non è altro che il prologo, ovvero uno «studio» tramite il quale raggiungere la padronanza della forma della sinfonia. Così nel Beethoven dei primi anni compositivi la riproduzione di forme classiche quali l’Ottetto di Bonn oppure la Sonata in si bemolle maggiore per flauto e pianoforte appare a tratti come un «esercizio» di stile, benché il riferimento alla tradizione vada gradatamente a scolorire nell’emergere - specialmente nella Sonata - dell’ineluttabile impronta beethoveniana. E se non mancano gli omaggi ai «maestri» Mozart e Haydn (soprattutto per quanto attiene l’uso degli strumenti a fiato) il giovane Beethoven riesce ad imporre al Settimino in mi bemolle maggiore op. 20 una cifra del tutto originale, tanto che questa pagina diverrà immediatamente un «best-sellers» dell’epoca: «...un settimino scritto con gusto ed immaginazione» scriverà l’Allgemeine Musikalische Zeitung ovvero un successo che spingerà il nostro compositore a raccomandarne all’editore Hoffmeister una versione per quintetto con flauto ad uso dei dilettanti «che me ne fecero già richiesta - scrive il Nostro in una lettera del 1801 - e vi sciamerebbero attorno avidamente come tanti insetti». Il Settimino è composto tra il 1799 ed il 1800 e la dedica appartiene all’imperatrice Maria Teresa: la sua prima esecuzione appare ai posteri un evento perché fu abbinata, al National Hoftheater di Vienna, alla Prima Sinfonia. Se certa critica rinfacciava al giovane Beethoven una indecisione tra forma ed espressione, questo non è certo il caso del Settimino: anzi, è proprio questa pagina che, senza tema di smentite, può rappresentare quel giro di boa che affranca totalmente il compositore di Bonn dall’accusa di epigonismo: una pagina «classicizzante» verrebbe da dire, a tal punto che la sua fresca inventiva (come dimenticare la trepidante grazia in 9/8 dell’Adagio cantabile...) non di rado sarà equivocata come stato dell’arte del primo stile beethoveniano, «corrotto» poi dal genio degli anni maturi... Parimenti il giovane Brahms già intuisce l’inesauribile portata della forma classica, quel «recupero» del classicismo viennese che, strada facendo, passerà al vaglio dalla temperie romantica: non è mistero che la Serenata in re maggiore op. 11 rappresenta un saggio di schema sinfonico, una forma che, peraltro, Brahms non affronterà prima della quarantina. Scritta durante il periodo di Detmold, questa incantevole pagina brahmsiana, trabocca di quiete e dolcezza, non certo nello stile settecentesco del Gelegenheitsmusik ovvero della «musica d’occasione» come a caldo verrebbe da pensare, piuttosto in una liberissima interpretazione delle guide classiche: ad iniziare dal primo movimento, un Allegro molto di ben 576 battute nel quale, tra le bucoliche atmosfere, rieccheggiano andamenti di stile gregoriano, per approdare al quinto movimento, lo Scherzo, dove la lezione beethoveniana sembra emergere con insolita presenza. Strizzatina d’occhio è invece per il Mozart dei due Minuetti, forse i movimenti più «in stile» dell’intera composizione, benché quella sorta di instabilità espressiva, così in bilico tra serenata e modello sinfonico, rappresenti infine quella sotterranea vibrazione che regala fascino e serenità all’intero brano.

Giovanni Fontechiari

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