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Cattedrale di Parma
venerdí 10 dicembre 2004, ore 20.30
Fuori abbonamento, ingresso gratuito con ticket invito
Georg Friedrich Händel
MESSIAH
Oratorio in tre parti HWV 56
Soprano
ANNETTE DASCH
Mezzosoprano
ANNETTE MARKERT
Tenore
FABRICE DALIS
Baritono
MARKUS BUTTER
Maestro del coro
MARTINO FAGGIANI
Direttore
PETER SCHREIER
ORCHESTRA e CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Concerto offerto alla città dalla Fondazione Teatro Regio
di Parma
Biglietti
Gli abbonati alla Stagione concertistica 2004/2005 potranno
esercitare il diritto di prelazione per il ritiro del ticket invito
al Messiah di Händel diretto da Peter Schreier esclusivamente
presso la biglietteria del Teatro Regio di Parma da martedì
23 a sabato 27 novembre 2004.
Eventuali ticket ancora disponibili saranno messi in distribuzione
presso la biglietteria del Teatro Regio a partire da martedì
30 novembre 2004.
Tale è stata, nel corso del tempo, la fortuna del Messiah
tanto da giustificarne un vero e proprio modello del genere oratorio.
Soprattutto nei paesi di lingua inglese, fra il XVII e il XIX sec.,
la prassi esecutiva paga un generoso tributo al modello del Messiah,
tanto da “uniformare” la prassi esecutiva, da Bach a Haydn, allo
stile haendeliano.
Del resto, l’oratorio rappresenta un vero e proprio capitolo a parte
nella storia della musica inglese, stabilendosi come uno dei generi
più saldamente legati alla cultura anglosassone e l’opera di Händel
ne evidenzia buona parte, stabilendo convenzioni di scrittura e
di comportamento che avrebbero retto all’incirca per ben due secoli:
l’oratorio inglese, non va dimenticato, nasce in teatro e si pone
immediatamente quale alternativa al melodramma, in particolare quello
italiano.
Ma, rispetto all’opera, l’oratorio non richiede particolari allestimenti
scenografici e coreografici, può essere rappresentato anche “fuori”
dai teatri e tratta generalmente di soggetti particolarmente di
moda fra il pubblico del tempo, ovvero i racconti biblici; non va
nemmeno dimenticata la spiccata tradizione inglese per il canto
corale, tanto che già a Londra nel 1724 era attivo il “Three Choir
Festival”, oltre alle connotazioni politiche alle quali assurse
l’oratorio dopo la ribellione degli Stuart nel 1745.
L’oratorio haendeliano si innesta dunque su di una già fertile matrice,
portando al contempo una sorta di rivoluzione: il progetto di Händel
per l’oratorio inglese si distacca enormemente da quello della tradizione
germanica, ne risulta più alleggerito, meno austero, più intelligentemente
incline ai gusti del nuovo pubblico.
Del resto, non sarebbe del tutto corretto vedere negli oratori haendeliani
una totale matrice religiosa: anzi, da uomo di teatro qual era Händel,
le epiche vicende dei personaggi quali Giosuè, Sansone, Belshazzar
divengono il più delle volte lo strumento per traslare dal soggetto
religioso alla rappresentazione di una profonda partecipazione umana
ai temi dell’amore, della felicià e del dolore: tutti argomenti
che facevano dell’oratorio haendeliano un genere direttamente comprensibile
e affine al sentire delle platee inglesi.
E, forse il Messiah è l’oratorio nel quale si possono rintracciare
in egual misura tracce di profonda religiosità ovvero di introspezione
umana, un abile oscillare tra i sentimenti più nobili del sacro
e del profano, unendo al contempo elementi della cantata corale
di tradizione germanica e inglese assieme ai caratteri propri dell’opera
seria italiana e dell’oratorio liturgico seicentesco.
Ma il Messiah si discosta dalla maggior produzione oratoriale
di Händel anche per un altro, più diretto motivo: la storia viene
qui presentata in forma narrativa e non pel mezzo del dialogo dei
personaggi, mancando anche la tradizionale figura dell’historicus,
del narratore, e quella principale del Redentore, per la maggior
parte raccontata in terza persona dal Coro.
Le prime due rappresentazioni del Messiah, allestite a scopo
benefico, avvennero nell’aprile e nel giugno del 1742 al New Music
Hall di Dublino: esemplare l’accoglienza del pubblico irlandese,
bissata nel 1750 a Londra al Foundling Hospital e da qui direttamente
al Covent Garden, ricevendo gli onori di un “vero teatro”.
Il testo del Messiah, com’è noto, è ad opera di Charles Jennes,
mutuato da differenti fonti bibliche quali i Libri dei Profeti,
i Salmi, ilVangelo e il Prayer Book (il Libro
delle Preghiere) adottato dal culto inglese. Non è peraltro
da escludere che lo stesso Händel si sia occupato della supervisione
del testo, ipotesi motivata dalla grande omogeneità stilistica della
stesura: vi è rappresentata l’intera vita di Cristo, ad iniziare
dalle profezie sulla venuta del Messiah e sulla nascita di
Gesù, sino alla rievocazione della Passione e della Resurrezione
e il libretto si chiude con una sorta di riflessione sulla diffusione
del messaggio evangelico.
Ma sarebbe errato leggere il Messiah a guisa di una semplice
narrazione di eventi: meglio disporsi all’ascolto di una meditazione
lirica ed epica sul concetto di redenzione cristiana, adottando
la riflessione di Winton Dean allorché “il termine “sacro” nel Messiah
si riferisce al soggetto e non allo stile musicale o all’intenzione
di Händel di comporlo”.
L’opera è suddivisa in 52 numeri: 16 arie, 13 recitativi, 21 cori,
una sinfonia pastorale (che racconta la notte di Natale) e un’ouverture
in due parti. Due sono le linee guida adottate da Händel nel Messiah:
da un lato l’adesione allo stile degli anthems, ossia i grandi
inni corali della tradizione polifonica inglese e dall’altro l’abbandono
ai dettami formali dell’opera, soprattutto nelle arie di tipo solistico
che, in alcuni casi, offrono la classica struttura dell’aria col
“da capo”mentre al coro è invece affidata una funzione narrativa
e di “collegamento”.
Giovanni Fontechiari
Proponiamo alla lettura, prima dell’ascolto di questa grandiosa
composizione, alcuni brevi estratti dal libro che il reverendo John
Mainwaring scrisse, col titolo Memoirs of the Life of the Late
George Friedrich Handel (Memorie della vita del defunto George
Friedrich Händel) edito (senza indicazione d’autore) a Londra nel
1760, ad un anno dalla morte del compositore.
Fu questa probabilmente la prima vera e propria biografia di un
musicista compositore che sia mai apparsa: basterebbe questo a renderla
importante. Ma più di un motivo vi è però a renderla interessante
ai nostri occhi, poiché il Mainwaring, oltre alle note aneddotiche
di cui costella il suo scritto (e sulla cui autenticità è lecito
dubitare) compie una vera e propria disamina critico-musicologica
(in un’accezione quasi moderna del termine) delle varie forme della
sua opera. Con particolare riferimento al Messiah vediamo così –
a fianco della proclamazione della grandezza e bellezza della sua
musica (non senza efficacia egli scrive che le “armo-nie di Händel
possono ben paragonarsi all’antica figura di Ercole, che sembra
fatta soltanto di muscoli e nerbi; del pari, la sua melo-dia sarà
invece assimilata alla Venere de’ Medici, che è tutta gra-zia e
delicatezza”) – esaminati i caratteri peculiari della sua ispirazione,
che egli trova nella sua “religione e umanità”. Il brevissimo estratto
che proponiamo (tratto dall’edizione italiana della Edt/Musica)
si conclude infine, forse come uno di quei sermoni edificanti per
i quali il reverendo Mainwaring fu più famoso, con l’invito al vedere
l’esempio di questa gigantesca figura come stimolo all’emulazione,
e non allo scoraggiamento. (v.r.s.)
Per ritornare al nostro esame delle opere di Händel: nei suoi cori
egli è senza rivale. Quella agevole, naturale melodia, e l’aria
che vi scorre attraverso, è un pregio quasi altrettanto miracoloso
di quella perfetta pienezza e varietà in cui tuttavia nulla sembra
esserci che non conti, né una sola nota che possa essere risparmiata.
[...]
Poiché i suoi oratorii sono tutti, o almeno la gran maggioranza,
su argomenti scritturali, i loro cori sono del tutto in stile ecclesia-stico;
e senza stravaganza si può dire che gli slanci sublimi che vi abbondano
sembrano piuttosto effetti di illuminazione e di ispira-zione che
di mero genio naturale. Della moltitudine di esempi che si possono
addurre voglio soltanto rammentare al lettore i pochi passi seguenti,
tolti dal solo Messiah: “For unto us a Child is born”, “Lift
up your heads, O ye gates”, “Hallelujah, for the Lord God Omnipotent
reigneth”. Dopo questi vasti sforzi del genio, lo vediamo ascendere
anche più in alto nei tre cori conclusivi, ognuno dei quali sorpassa
il precedente, fintanto che, nella apoteosi del-l’Amen, l’orecchio
straripa di un tal fervore armonico da sollevare la mente in una
specie di estasi paradisiaca.
Ci sono in realtà ben poche persone versate in musica quanto basta
per sentire sia la speciale appropriatezza e giustezza, sia l’unione
e concordia collettiva di tutte le parti in queste composi-zioni
assai complesse. È comunque notevole che alcune persone, sulle quali
le modulazioni più raffinate avrebbero un effetto affatto trascurabile,
sono invece state folgorate dai cori di Händel. Il che probabilmente
si deve alla grandezza della concezione che vi pre-domina: la quale,
derivando puramente dalla Natura, è tanto più vigorosa e più generalmente
sentita.
È bensì vero che nella meravigliosa creazione rammentata qui sopra
[ossia il Messiah] ci sono grandi diseguaglianze, come per
lo più nelle composizioni di Händel; ma chiunque la voglia esami-nare
attentamente, dovrà considerarla un autentico prodigio. Ado-pero
quest’espressione perché non c’è parola capace di esprimere il suo
carattere, a meno di non ripetere quelle che Longino adopera nella
descrizione di Demostene, ogni particolare della quale si attaglia
perfettamente a Händel, al punto che uno potrebbe illu-dersi ch’essa
sia stata scritta per lui.
La sua eccellenza in un altro ramo della musica, ossia nei reci-tativi,
la si può dimostrare tanto nei suoi vecchi drammi per musica quanto
nell’oratorio menzionato testé. Basteranno i seguenti pas-saggi:
“Comfort ye, comfort ye, my people, saith your God” nel Messiah,
e “Alma del gran Pompeo” in Giulio Cesare, ai quali pos-siamo
ben aggiungere la grande scena della morte di Bajazet nel Tamerlano.
Senza tentare di spiegare le cause di codesta vigorosa espres-sione
e del prepotente pathos che spirano da questi come da parecchi altri
passaggi dei suoi recitativi, voglio soltanto allegare questi effetti
della musica, per mostrare che il loro giusto impiego e supremo
valore è di esaltare le impressioni naturali della religione e della
umanità […]
Per conchiudere, c’è in queste come in altre classi della sua pro-duzione
musicale una pienezza, forza ed energia tali che le armo-nie di
Händel possono ben paragonarsi all’antica figura di Ercole, che
sembra fatta soltanto di muscoli e nerbi; del pari, la sua melo-dia
sarà invece assimilata alla Venere de’ Medici, che è tutta gra-zia
e delicatezza.
Si pensi quello che si vuole del presente tentativo di rendere giustizia
alla memoria di lui: certo è che gli interessi della religione e
dell’umanità non sono poi tanto fortemente custoditi o tanto vigo-rosamente
assicurati da poter facilmente fare a meno del soccorso e dell’assistenza
somministrati dalle arti belle. Esse raffinano ed esaltano le nostre
idee di piacere, che, se ret-tamente inteso e decentemente perseguito,
è il vero fine della nostra esistenza. Esse aumentano e determinano
le nostre idee del gusto, il quale, ove sia fondato sopra solidi
e coerenti principii, spiega le cause e potenzia gli effetti di
qualsivoglia bellezza ed eccellenza nelle opere del creato non meno
che nelle produzioni delle umane facoltà. Esse ornano e abbelliscono
il volto della Natura; fanno più acuti e vigorosi i talenti dell’uomo,
più civili e raffinate le sue maniere: in una parola, addolciscono
gli affanni della vita e fanno più tolle-rabili le grevi calamità
aggiungendosi al numero dei piaceri innocenti. La speranza di render
qualche servizio alla Musica, e di sugge-rire qualche spunto che
possa magari dare avvio a ulteriori ricerche in questa difficile
scienza, mi ha indotto ad aggiungere al pre-cedente elenco delle
opere di Händel alcune osservazioni che pare-vano offrirsi nel corso
di questa rassegna. Perché, se le osserva-zioni sono giuste, coloro
che sono maestri nell’argomento possono essere indotti a portarle
innanzi ed estenderle; ma se sono erro-nee, le stesse persone sono
libere di confutarle. Comunque sia, questo sguardo agli svariati
e positivi incrementi arrecati alla Musica dalle incessanti fatiche
e dai meravigliosi apporti di un solo uomo può servire a risvegliare
l’attenzione dei curiosi per quelle nuove fonti di bellezza e sublimità
che ancora giacciono nascoste nelle regioni dell’armonia. Può altresì
servire a indurre gli artisti futuri ad uno studio più accurato
delle sue composizioni in ogni genere, e a intralciare i progressi
di quella corruzione del gusto che in ogni tempo, e forse mai quanto
ai giorni nostri, ha minacciato la distruzione dell’Arte. In verità
ci sono poche speranze di mai eguagliare, e meno ancora di sorpassare,
un artista tanto progredito seguendo la sua stessa strada; comunque,
poiché tanti sono i viali ancora aperti che menano all’eccellenza,
tanti i sentieri ancora non calpestati che conducono alla gloria,
c’è da sperare che l’esempio di così illustre straniero riesca piuttosto
di stimolo che di scoraggiamento per l’ingegno e il genio dei nostri
concittadini.
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