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venerdí 11 febbraio 2005 Turno A
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
MAURICE RAVEL
Ma mére l'oye
CLAUDE DEBUSSY
Ibéria, (da Images)
NIKOLAJ RIMSKIJ-KORSAKOV
Shéhérazade op.35
Direttore
CHARLES DUTOIT
Un doppio filo conduttore attraversa il programma di questa sera,
la magìa del colore orchestrale e l’evocazione fantastica, suggerita
dal fiabesco come dall’immaginazione paesistica: colore non inteso
quale orpello aggiuntivo, bensì come fibra essenziale alla struttura
stessa – ciò che rappresenta appunto la svolta straordinariamente
innovativa impressa da Berlioz alla visione del sinfonismo quale
concepito dal modello classicista, quindi ramificatasi lungo le
più variegate direzioni, verso la «modernità». Se Berlioz aveva
creato un’orchestra più ricca, più diversificata, ampia fino al
monumentale, all’effetto persin smodato, innervata da quella tensione
virtuosistica incarnata dallo spirito romantico, dove la materia
tende a decantarsi nel gesto espressivo, estremo, sollecitato da
quella sfida verso l’assoluto che si accende nella trama febbrile
delle pagine più strenue del pianismo lisztiano come negli spessori
inquieti del colore di Delacroix, altre ragioni trova quella invenzione
con Debussy che l’idea del suono-colore sviluppa in modo del tutto
inedito: da cui i caratteri così inimitabili di quella sua musica,
tanto misteriosa quanto nitida nella scrittura. Una contraddizione
questa che affiora dalle stesse parole di Debussy, quando, in una
lettera a Chausson del 3 dicembre 1893 scriveva: «Davvero la musica
avrebbe dovuto essere una scienza ermetica, custodita da testi di
una interpretazione talmente lunga e difficile ch’essa avrebbe certamente
smascherato la massa di gente che se ne servono con la disinvoltura
con cui ci si serve di un fazzoletto!». Anche se poi lo stesso Debussy
insisteva sulla necessità che l’interprete seguisse fedelmente tutto
quanto egli aveva annotato sul pentagramma, ciò che non sempre avveniva,
suscitando in lui sfoghi violenti, come quello che si legge in una
lettera del 12 luglio 1910 a Edgar Varèse: «I cosiddetti pianisti
sono così spesso deludenti! Posso garantirvelo personalmente, infatti
non potete immaginarvi le volte che la mia musica per pianoforte
è stata completamente deformata; al punto che spesso stento a riconoscerla!».
Contraddizione, dunque, tra mistero e trasparenza del dettato,
riassumibile in quella istanza di cercare la disciplina nella libertà.
«Ciò che vorrei fare è qualcosa di più sparso, di più diviso, di
più impalpabile, qualcosa di inorganico in apparenza, e tuttavia
di ordinato nel fondo». Un ordine segreto da poter talvolta venir
dissimulato dall’occasionalità, pensando alla sibillina risposta
che il musicista soleva dare a chi gli chiedeva quale fosse il suo
principio, il suo movente compositivo: «mon plaisir». Così che non
appare del tutto strano che spesso gli interpreti abbiano preso
alla lettera tale boutade ed abbiano perciò creduto di assecondare
tale estemporaneità restando alla superficie di quel tessuto sonoro
già di per sé tanto seducente, proprio come una pittura impressionista.
Che era, sappiamo bene, un termine da cui Debussy continuamente
prendeva le distanze, anche in maniera drastica, come si può leggere
in una lettera a Jacques Durand del marzo 1908: «Cerco di fare altro,
diciamo delle realtà che gli imbecilli chiamano ‘impressionismo’,
un termine che viene usato del tutto a sproposito, soprattutto dai
critici d’arte, i quali non esitano ad affibbiarlo a Turner, il
più grande pittore di ‘mistero’ che l’arte abbia mai avuto!».
Ben altro era infatti il suo rapporto con il reale, tutto immaginario,
– «Quand on n'a pas le moyen de se payer des voyages, il faut suppléer
par l'imagination», scriveva il 3 settembre 1903 all’amico André
Messager – come lasciano ben intendere quelle Images per
orchestra che Debussy iniziò a comporre nel 1906, proprio mentre
ultimava le due serie per pianoforte. Lo stimolo per questo nuovo
trittico sinfonico veniva, appunto, dal reale, riconoscibile nell’intendimento
di legare ognuna delle tre composizioni ad una determinata cultura:
quella inglese per Gigue, quella francese per Ronde de
printemps e quella spagnola per Ibéria che fu la prima
delle tre parti ad essere composta. L’attrazione per la Spagna era
stata sempre molto particolare per Debussy, quella Spagna evocata
già nel 1901 in Lindaraja per due pianoforti, poi nel 1903
in una delle tre Estampes, La soirée dans Grenade,
solo con l’immaginazione, ché Debussy vi avrebbe messo piede soltanto
molti anni dopo, per assistere ad una corrida a San Sebastian. Una
Spagna tutta di fantasia, dunque, quella ricreata nella sfolgorante
partitura di Ibéria; e che appunto per questo affascinò profondamente
De Falla il quale avrebbe testimoniato tale ammirazione citando
proprio un passo de La soirée dans Grenade nel suo Tombeau
de Debussy.
«La forza di evocazione concentrata nelle pagine de La soirée
dans Grenade – osserverà l’autore del Cappello a tre punte
– ha del prodigioso, quando si pensi che questa musica fu scritta
da uno straniero guidato quasi esclusivamente dalla visione del
proprio genio... È proprio l’Andalusia che egli ci presenta: la
verità senza l’autenticità, potremmo dire, dato che non vi è una
sola battuta direttamente improntata al folclore spagnolo, e ciò
nonostante, l’intero brano, fino in ogni minimo dettaglio, fa sentire
la Spagna».
Pressoché contemporanea a Ibéria è la suite Ma
mère l’oye di Ravel, ciò che consente di osservare la diversità
della visione musicale dei due musicisti, ancor oggi sovente accomunati
dall’etichetta impressionista, non poco equivoca. Rimane esemplare
il confronto tracciato da Jankélévitch: «L’arte di Ravel non è così
impressionabile e sensitiva come quella di Debussy; fin dall’inizio
è chiaro che il giovane compositore avrà una volontà più ferma e
una minor recettività di Debussy… Quanto Debussy è suscettibile
ai minimi trasalimenti, alle variazioni più labili del gusto, tanto
Ravel rimane gelosamente inafferrabile dietro le maschere offertegli
dai vari snobismi del secolo». Un’inafferrabilità che si traveste
di grazia, di tenerezza, di movenze giocose nella deliziosa suite
che Ravel compose nel 1908 per pianoforte a quattro mani destinandola
ai piccoli Mimie e Jean Godebski, figli di due cari amici. La destinazione
infantile ha guidato la scelta del compositore che si è ispirato
ad alcune favole francesi del diciassettesimo secolo, da Perrault,
la contessa d’Aulnoy e Marie Leprince de Beaumont e ugualmente,
come precisa Ravel «il progetto di evocare in questi pezzi la poesia
dell’infanzia ha naturalmente indotto a semplificare il mio modo
di comporre e a spogliare la mia scrittura»; precisazione che in
realtà esalta oltremodo la peculiarità inventiva del compositore,
sempre tesa ad affrontare una sfida, quasi insormontabile a volte,
sia essa la monotonia ritmica di Bolero o quella di affidare
alla sola mano sinistra, nel celebre Concerto commissionatogli
da Paul Wittgenstein, le difficoltà più trascendentali; in Ma
mère l’oye la sfida è quella della semplicità, il molto col
poco, davvero miracolosa quando il gioco si muove tra le quattro
mani, prestigiosa per la suprema maestria coloristica quando nel
1911 Ravel trascriverà la suite per orchestra, dapprima creando
una partitura per balletto – rappresentato a Parigi nel gennaio
1912 – con l’aggiunta di altri brani, quindi ricreando l’ordine
originario.
La sbalorditiva abilità di orchestratore di Ravel trovava sostegno
oltre che nel più famoso trattato di orchestrazione, quello di Berlioz,
anche in quello di Widor e soprattutto in quello di Rimskij-Korsakov,
«geniale orchestratore» lo riteneva; ciò a conferma del fatto, osservato
acutamente da Mario Bortolotto, che come in Berlioz, o in Strauss,
o in Ravel anche per Rimskij il sentimento dell’orchestra fosse
«un dato genetico». Il tutto rapportato a quella dimensione così
particolare entro cui operava il fatidico «Gruppo dei Cinque»: Rimskij-Korsakov,
appunto, a fianco di Musorgskij, Balakirev, Borodin e Cuj, vale
a dire l’universo russo, quello così vividamente riassunto da Gogol:
«Per un Russo si apre una strada, e questa strada è proprio la Russia.
Se il Russo amerà la Russia, amerà anche tutto quel che c’è in lei.
Ora Dio stesso ci conduce a questo amore». (Viene in mente quel
pensiero che Verdi teneva in vista sul suo tavolo da lavoro a Sant’Agata:
Un tedesco che sa sa troppo. Un russo che sa è un pericolo!).
E tuttavia cinque personalità diverse quanto mai, queste cinque
del «Potente Gruppetto». La suite sinfonica Shéhérazade
risale al 1888, al pieno della maturità del compositore, dove la
naturale attrazione per i motivi appartenenti alla tradizione folclorica
si intreccia ad un possesso sempre più consistente della cultura
sinfonica occidentale, come ben testimonia la sapienza che intesse
questa seducente partitura. Lo spunto da cui muove Rimskij è costituito
da alcuni episodi, collegati tra loro, da Le Mille e una notte
che trovano una traduzione musicale di grande efficacia evocativa
grazie all’ingegnosa caratterizzazione timbrica: la figura tenebrosa
del Sultano, le delicate fantasmagorie del violino che tratteggia
la figura di Shéhérazade, la presenza sensibile del mare, la dolcezza
melodica che disegna la figura del Principe, i racconti favolosi
delle feste di Bagdad, e poi il turbinoso naufragio.
Gian Paolo Minardi
(inizio pagina)
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