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domenica 12 dicembre 2004, ore 20.30 Turno A
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
Modest Petrovič Musorgskij
La chovanscina. Introduzione
Pëtr Il’ic Čajkovskij
Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 35
Pëtr Il’ic Čajkovskij
Sinfonia n. 5 in mi minore op. 64
Violino solista
SERGEJ KRYLOV
Direttore
MSTISLAV ROSTROPOVIČ
C’è sempre il rischio di una troppo stringente semplificazione
quando ci si trova dinanzi al confronto diretto quale propone il
programma di questa sera, tra i due maggiori testimoni della musica
russa dell’Ottocento, divisi da una visione antagonistica riduttivamente
risolta nella formula «nazionale/cosmopolita» oppure «russo/europeo»;
contrapposizione, appunto, la cui lettura non può prescindere da
un’osservazione più ravvicinata delle due personalità per capire
come l’atteggiamento di resistenza di fronte alla pretese dei «Cinque»
da parte di Čajkovskij traesse ragioni dal profondo di un temperamento
inquieto e fragile. Lo metteva a disagio lo scoperto «dilettantismo»,
ma non meno la visione drammaturgica che si nutriva di linfe tanto
diverse. «Non c’è niente di più sterile che la ricerca dell’originalità
e dell’indipendenza. Gli artisti geniali non pensano mai a questo.
Cercano la bellezza e quale sia, originale o presa in prestito,
apparirà successivamente». Così in una lettera a Tanejev. Non è
difficile intravedere dietro a quella bellezza l’ombra di
Mozart che si svela di tanto in tanto, come tornasole, attraverso
le lettere. Nell’83 a Parigi rimane incantato da Roméo et Juliette
di Gounod, «...uno dei pochi che nella nostra epoca scrivano non
per mettere in pratica teorie preconcette, ma in risposta alle loro
emozioni. Inoltre è un profondo estimatore di Mozart, la qual cosa
dimostra l’integrità e la purezza della sua natura musicale».
Ma il culto di Mozart non è solo da leggere come professione di
una ritrovata classicità che suonerebbe anacronistica (e che ritrova
invece una sua precisa, ben calibrata plausibilità nella nota consacrazione
fatta da Stravinskij, punto d’avallo quanto mai sottile della sua
poetica). Bortolotto parla acutamente di «principio di estraniazione»
traendo ragione dalla stessa confessione del musicista: «Il mio
culto per Mozart è del tutto contrario alla mia natura musicale.
Ma forse è appunto perché, essendo un figlio del mio tempo, io mi
sento spiritualmente sconnesso e disequilibrato che trovo conforto
e riposo nella musica di Mozart...». È una chiave indispensabile
per considerare senza preconcetti il tema, spesso contestato, del
nazionalismo di Čajkovskij. Che, ovviamente, egli non smentì mai,
anzi: «Per quanto riguarda il carattere generalmente russo di tutta
la mia musica – si legge in una lettera alla von Meck del 17 marzo
1878 – delle sue relazioni col folklore nell’ambito melodico e armonico,
sappia che, dalla mia prima infanzia, mi sono impregnato della miracolosa
bellezza dei canti popolari, giacché amo appassionatamente ogni
manifestazione dell’anima russa, e sono un Russo al cento per cento...».
Una nazionalismo «naturale», dunque, non strumentalizzato ma assorbito
osmoticamente.
Il fantasma mozartiano, pur celato tra i veli di un accattivante,
rapinoso melodismo, affiora inequivocabilmente dal Concerto per
violino che Čajkovskij compose nel 1878 a Clarens, durante un
periodo di convalescenza succeduto alla profonda situazione depressiva
causata dal suo singolare quanto devastante matrimonio. Durante
la composizione si fece aiutare, per gli aspetti strettamente strumentali,
da un giovane violinista, Josif Kotek, al quale aveva pensato di
dedicare il Concerto, rinunciando poi a tale proposito «per
evitare pettegolezzi di vario genere». Ma neppure la dedica al famoso
Leopold Auer risultò azzeccata in quanto il grande violinista, preso
da vari impegni, non poté dedicare la dovuta attenzione; a questo
punto, anche per sfatare l’immagine di ineseguibilità che andava
diffondendosi, Čajkovskij trasferì la dedica al giovane violinista
Adolf Brodsky che lo eseguì il 4 dicembre 1881 a Vienna, sotto la
direzione di Hans Richter. Non mancarono, tra il più generale apprezzamento,
i giudizi severi, come quello di Hanslick, che parlò di «musica
puzzolente», con evidente riferimento alla più severa costruzione
del Concerto di Brahms, al cui confronto, appunto, quello
di Čajkovskij poteva risultare troppo sfarfalleggiante nel suo scoperto
virtuosismo come nell’intimismo accattivante del secondo movimento,
quella Canzonetta che il musicista aggiunse successivamente,
al posto di un Andante destinato poi a ritrovare una propria
autonomia come Meditazione per violino e pianoforte. Ma dietro
a quell’eloquenza così immediata, ricca di slanci e di abbandoni,
di colori vivaci e di tinte trepide, e pure delle sorprendenti allusioni
popolareggianti che sprizzano dal vivace finale è ben riconoscibile
quella misura, specie nell’articolazione del primo movimento, che
il musicista vedeva nel suo prediletto Mozart.
Dieci anni separano il Concerto per violino dalla Quinta
Sinfonia, composta in un tempo abbastanza breve, tra il maggio
e l’ottobre del 1888. Opera di segno e di carattere assai diversi,
riconducibile a quella visione fatalistica che attraversa sempre
più marcatamente il mondo interiore del musicista: un indizio significativo
lo si può cogliere dalle parole con cui Čajkovskij aveva risposto
alla richiesta di Nadiezda von Meck di conoscere il senso di quella
Quarta Sinfonia che il musicista le aveva dedicato, indicando
come il motivo ispiratore fosse da individuare nel «fato, potenza
nefasta che si oppone alla conquista della nostra felicità». Un
motivo che andrà scavando sempre più nel profondo della sensibilità
di Čajkovskij, fino all’estrema desolazione della Sesta Sinfonia,
la «Patetica», e di cui la Quinta svela, rispetto alla Quarta,
scenari più segreti, che vanno prendendo corpo nello stesso assetto
formale attraverso quella «forma ciclica» che tanto aveva suggestionato
il musicista nella Sinfonia Fantastica di Berlioz, con quell’idée
fixe che ritorna ad ogni movimento. E la struttura della Quinta
Sinfonia, in effetti, pur dietro l’organizzazione classica dei
quattro movimenti, mostra un più sotterraneo, ben avvertibile collegamento
attraverso un motivo ricorrente, quello esposto all’inizio dai clarinetti,
vero e proprio «tema del destino». Disegno che Čajkovskij aveva
prefigurato come programma segreto, ritrovato poi in un quaderno
di schizzi: «Introduzione. Rassegnazione completa davanti al Destino
– oppure, il che è lo stesso, davanti al disegno imperscrutabile
della Provvidenza. Allegro I: - Mormorii, dubbi, lamenti, accuse
contro xxx. II. Devo gettarmi nelle braccia della Fede???». E quanto
dubbioso fosse il lavoro del musicista lo si può leggere nella lettera
indirizzata il 10 giugno 1888 alla von Meck: «Devo lavorare alacremente
poiché sono terribilmente ansioso di dimostrare a me stesso – e
non solo agli altri – che non sono ancora fuori gioco. Ho spesso
dubbi su me stesso, sicché talora mi chiedo: non avrò oramai fatto
il mio tempo? Non avrò ecceduto nell’assecondare sempre troppo la
mia immaginazione? Non avrò inaridito la mia vena? / / Non so
se le ho già scritto che lavoro a una sinfonia. All’inizio procedevo
a stento, ma adesso mi sembra che l’ispirazione si sia impossessata
del mio spirito». Il 14 agosto aveva terminato l’opera che Čajkovskij
fece conoscere ai colleghi, più che mai in preda all’apprensione:
«Immagina la mia gioia – scriveva il 7 settembre al fratello Modest
– la mia nuova sinfonia ha fatto furore tra gli amici di Mosca,
e Tanejev (ciò che è più importante) ne è assolutamente incantato.
E io, che temevo non valesse nulla e pensavo con trepidazione ai
convenevoli cui loro sarebbero ricorsi per non mettersi nella condizione
di dirmi che avevo composto spazzatura».
La Quinta Sinfonia fu presentata a San Pietroburgo nel novembre
1888, e ottenne gran successo di pubblico. La critica fu invece
contraria, in particolare César Cui il quale scrisse che si poteva
apprezzare una sola frase musicale in quanto «reminiscenza di Rimskij-Korsakov»!,
osservazioni che parvero indurre il fragile Čajkovskij ad un’autocritica,
scrivendo alla von Meck come quella sua opera avesse «qualcosa di
ripugnante, in un certo senso dà l’idea di essere troppo variopinta,
falsa e artificiale. E questo il pubblico lo riconosce istintivamente...
Mi sono veramente esaurito? Sono in grado soltanto di ripetere e
imitare cose vecchie?». Lo sconforto verrà poi superato: Čajkovskij
durante una tournée in Europa otterrà con questa Sinfonia
grandissimo successo e lo stesso Brahms, solitamente così diffidente
verso il russo – diffidenza del resto ripagata da Čajkovskij («è
come se a questo compositore fosse stato assegnato il compito speciale
di essere incomprensibile») assisterà ad Amburgo alle prove manifestando
la propria ammirazione (ma pure dichiarando al compositore di non
approvare il finale). «La cosa più piacevole di tutte – darà subito
notizia al fratello – è che la sinfonia ha cessato di deprimermi
così tanto e che me ne sono nuovamente innamorato».
La condizione singolare di Musorgskij, nella sua genialità così
insofferente di fronte alle regole, è riflessa fatalmente nello
stato disorganico offerto dal suo lascito teatrale: quattro lavori
di cui solo Boris Godunov completo oltre qualche abbozzo
di altre due, ciò che ha posto non pochi problemi a chi si è accinto
al loro recupero, in particolare a Rimskij-Korsakov che, ancora
in vita Musorgskij, si adoperò con interventi volti a rendere più
comprensibile per il pubblico quel linguaggio così ardimentosamente
folgorante; interventi, come si sa, che pur nella positività dell’intendimento
hanno recato non pochi equivoci sulla vera natura del compositore.
Il primo movente della Chovanscina risale al 1872, quando
Musorsgkij iniziò a raccogliere materiale documentario al fine di
comporre una grande opera storica che ricostruisse il clima politico
e sociale precedente all’ascesa al trono di Pietro il Grande; il
tutto, secondo l’irregolare modo di lavorare del musicista, in maniera
disorganica, così che il libretto nacque in modo frammentario e
la stesura musicale si protrasse dal 1873 al 1880. Nell’agosto di
quell’anno, sette mesi prima di morire – si spegnerà, quarantaduenne,
nel marzo del 1881 – scriveva all’amico Stasov: «la nostra Chovanscina
è terminata, tranne il finale col rogo collettivo». In realtà si
trattava ancora di uno stadio di abbozzo sul quale il compositore
non potè proseguire il lavoro, da ciò il necessario intervento di
altri per poter giungere ad un’esecuzione: fu naturalmente Rimskij-Korsakov
a completare il finale e a realizzare integralmente l’orchestrazione,
il che significò rivestire il geniale abbozzo di una veste più accattivante,
al di là di altri interventi più radicali che comportarono tagli
e ritocchi dell’armonia per smorzarne l’asprezza. Ma il travaglio
di questa partitura sarebbe stato ancor più complesso: Stravisnkij
e Ravel orchestrarono infatti i frammenti omessi da Rimskij e per
l’esecuzione parigina del 1913 Stravinskij compose addirittura un
nuovo coro per il finale. Successivamente, nel quadro della pubblicazione
delle opere complete di Musorgskij realizzata tra il 1928 e il 1934,
Pavel Lamm e Asaf’ev redassero un’edizione sulla scorta di tutto
il materiale lasciato dall’autore. Ancora, alla fine degli anni
cinquanta, Sostakovich, che aveva già realizzato una revisione del
Boris, farà altrettanto per Chovanscina, rispettando
la concezione musicale originaria ma immaginando una strumentazione
coerente con la forza innovativa contenuta nell’abbozzo musorgskiano.
Di tale versione è proposta questa sera l’Introduzione, pagina
di grande suggestione evocativa, come indica il sottotitolo, «Sorgere
del sole sulla Moscova».
Gian Paolo Minardi
(inizio pagina)
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