| |
venerdí 12 novembre 2004, ore 20.30 Turno
A
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
Witold Lutoslawski
Sinfonia n. 4
Gustav Mahler
Sinfonia n. 4 in sol maggiore per soprano e orchestra
Soprano
MARLIS PETERSEN
Direttore
JEFFREY TATE
La Quarta sinfonia di Lutoslawski, nata da una commissione
della Los Angeles Philharmonic ed eseguita sotto la guida dello
stesso compositore il 5 febbraio 1993, rappresenta l’approdo estremo
del grande musicista, scomparso a Vienna nel 1994. Si condensano,
infatti, in quest’opera dal carattere poeticamente intenso, molti
dei tratti che hanno contrassegnato l’esperienza compositiva di
Lutoslawski, unanimamente considerato il maggior musicista polacco
del ventesimo secolo. Molte infatti le suggestioni ricevute di fronte
al mutevole, convulso panorama delle avanguardie novecentesche,
non tradottesi però in compromissorio eclettismo ma sempre osservate
in funzione di una propria dimensione immaginativa, perseguita da
Lutoslawski con estrema coerenza. Così se la presenza di Bartók
ha lasciato una traccia nelle composizioni degli anni cinquanta,
soprattutto nel Concerto per orchestra (1954), una delle
sue partiture più fortunate, come pure in quella Musica funebre
(1958) dedicata alla memoria del grande ungherese, che diede a Lutoslawski
una rinomanza internazionale, del tutto personale risulterà il rapporto
con la dodecafonia, sottratto ai vincoli troppo stringenti della
tecnica seriale ma attivato dalla diversa flessibilità che il totale
cromatico poteva offrire alla forma; «forma psicologica» diceva
Lutoslawski, che pure parlava delle proprie strutture come «sculture
realizzate con un materiale fluido». Ciò che spiega il suo interesse,
suscitato nel compositore dall’ascolto radiofonico, nel 1958, del
Piano Concerto di John Cage, per la tecnica «aleatoria»;
non nel senso cageano, ovviamente, ma quale mezzo per rendere compatibili
strutture solide, inamovibili, con situazioni esecutive più variabili:
un’«alea controllata», come si dirà poi, che Lutoslawski ha applicato,
con modi assolutamente propri, nel 1961 in Jeux vénitiens
e che avrebbe quindi variamente attuato in altre opere, come nella
Terza sinfonia, commissionata dalla Chicago Symphony Orchestra
ed eseguita nel settembre del 1983 sotto la direzione di Georg Solti
e infine nella Quarta, considerata fin dal suo primo apparire
come l’opera strumentale di Lutoslawski «più emozionante e più lirica».
Concepita in un solo movimento, essa definisce la propria unità
attraverso una flessibilità discorsiva innervata da una profonda
melodicità che a tratti affiora dal clima atonale con intensità
insinuante, contrastata dall’incombente tessuto di un contrappunto
strumentale la cui inquieta ricchezza sembra davvero riassumere
il senso dell’intero cammino di Lutoslawski, nella inesausta tensione
verso una forma organica, mai bloccata ma resa significante da ogni
minimo dettaglio. La Quarta sinfonia sembra appunto offrire
un avvincente punto d’incontro tra un più dichiarato intento costruttivo,
proprio della forma sinfonica, e l’osservazione più particolareggiata,
più occasionale anche, quale viene richiamata dagli interventi «aleatori»
(ma nel senso che si è precisato, dove l’arbitrarietà riguarda solamente
la pronuncia ritmica) di alcuni singoli strumenti che aprono sorprendenti
digressioni.
Nel tormentato cammino delle Sinfonie di Gustav Mahler la Quarta
segna una tappa significativa, quale conclusione di quella prima
arcata che si suole riassumere nella denominazione di Wunderhorn-Symphonien,
a rimarcare il ruolo determinante che ha avuto sulla creazione delle
prime quattro Sinfonie quell’affascinante breviario dell’anima popolare
tedesca che è il Des Knaben Wunnderhorn, «il corno magico
del fanciullo», l’antologia di fiabe, poesie, leggende raccolte
da Achim von Arnim e Clemens Brentano e dedicata a Goethe. Una lettura
che aveva oltremodo acceso la fantasia mahleriana, evocando un mondo
romantico remoto, come un ritorno alle origini, tutto immaginario
che il compositore riscopriva in una nuova attualità, sentendo in
quell’innocenza un termine di contrasto, lirico quanto lancinante,
con il premere tormentoso dell’esistenza. L’idea per la Quarta
sinfonia viene appunto da uno dei Lieder che Mahler aveva
musicato, nel 1892, su un testo di quell’antologia, Das himmlische
Leben, (La vita celestiale) dove la visione del «celestiale»
è poeticamente ricreata sul filo dell’immaginazione fervorosa di
un bambino che si dipinge un Paradiso fiabesco, dove «il buon vino
non costa un quattrino» e dove «c’è l’uva, c’è il pero, c’è il melo!»:
il sogno incantato che diventa per Mahler uno straordinario stimolo,
trasfigurando motivi incarnati nella sua stessa, difficile infanzia.
La Quarta sinfonia nasce nelle due estati del 1899 e 1900;
«compositore estivo» si definiva infatti Mahler che, preso sempre
più dai preponderanti impegni direttoriali, poteva dedicarsi alla
composizione solo durante le vacanze che trascorreva nella solitudine
del paesaggio alpestre. Due anni separano la nuova creazione dalla
Terza sinfonia, un silenzio dovuto infatti al nuovo importante
incarico, il massimo nell’Europa musicale di quegli anni, assunto
nell’aprile del 1897 con la nomina a direttore dell’Opera di corte,
a Vienna, incarico che Mahler terrà per un decennio. Un’esperienza
quella viennese certamente decisiva, sotto tanti aspetti, per Mahler
e forse non è casuale che la nuova Sinfonia si offra, già nelle
stesse più ridotte dimensioni, con un nuovo taglio, momento di trapasso
decisivo dall’esuberanza panteistica delle prime tre Sinfonie ad
una più incombente angoscia esistenziale che si affida ad una forma
più definita. Ne possiamo cogliere il senso nella confidenza fatta
da Mahler all’amica Natalie Bauer-Lechner, quasi una traccia del
programma sotteso alla Sinfonia: «ciò che intravedevo era una realizzazione
più che difficile essendo il blu uniforme del cielo più arduo da
rendere di tutte le tinte cangianti e contrastate. Ora era quella
atmosfera dell’insieme che talora si oscura per diventare fantomatica
e terrificante. Il cielo non si offusca, continua a splendere eternamente,
ma siamo noi che prendiamo di colpo paura, come quando in una giornata
senza nubi, in una foresta luminosa, capita che un terror panico
ci prenda improvvisamente». Ecco dunque questo contrasto tra la
luminosità del cielo e i più sottili terrori che sembra prolungarsi
e tradursi in quello che va instaurandosi tra la definizione di
una forma più regolare, nei suoi quattro movimenti canonici, ricalcati
sullo schema di una sinfonia classica, e l’irrequieta ambiguità
che vi circola dentro, attraverso il cangiare di quell’ironia che
mescola continuamente atteggiamenti scherzosi e slanci sublimi (non
lontani dal jeanpauliano «sublime capovolto», essenza dell’Humor
romantico). Già le prime battute introduttive, con quel tintinnio
di campanelli che sembra subito spiazzarti – «veramente un campanello
birbone – suggeriva Adorno – che, senza dirlo, dice: nulla di
ciò che state ascoltando è vero» – aprono una prospettiva singolare,
acuita dall’intensità melodica che sprigiona il secondo tema. Ambiguità,
tra leggiadre evasioni e trasalimenti improvvisi, che viene ulteriormente
accresciuta nello Scherzo, dove il carattere danzante, proprio di
un Laendler, si colora di tinte spettrali, specie con l’assolo
di quel violino accordato un tono sopra per rievocare lo strumento
dei suonatori ambulanti, il Fidel; in effetti Mahler aveva
originariamente intitolato questo Scherzo L’amico Hein suona,
richiamando la sinistra figura di menestrello, appartenente al folclore
tedesco, che col suo violino spinge i suoi ascoltatori nell’oltretomba.
Con un contrasto toccante Mahler sembra poi esorcizzare l’atmosfera
stregata dello Scherzo con l’avvolgente dolcezza dell’Adagio, movimento
che va svolgendosi in forma di variazione («le mie prime vere variazioni»
dirà il compositore) su due temi differenti, il primo serenamente
meditativo, l’altro nostalgico. Ma la maggior originalità di questa
Sinfonia è rappresentata dall’aver immaginato il finale come un
Lied, che in effetti era stata la prima cellula dell’intera
Sinfonia, quella Vita celestiale (che Mahler raccomanda al
soprano di intonare impiegando «un tono gioioso, infantile, senza
alcuna inflessione parodistica») da cui prende vita il movimento
che suggella l’unità dell’intera opera, sia nei più evidenti ritorni
ciclici – come il richiamo del tema iniziale – che nelle più segrete
venature: come diceva lo stesso compositore «ognuno dei tre primi
movimenti è tematicamente legato all’ultimo, nel modo più intimo
e significativo».
|
|