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martedí 18 gennaio 2005, ore 20.30 Turno A
Archi
QUARTETTO KUSS
FRANZ JOSEPH HAYDN
Quartetto in Do maggiore op. 54 n. 2
GYÖRGY KURTÁG
Quartetto per archi op. 1 «a Marianne Stein»
LUDWIG VAN BEETHOVEN
Quartetto in La minore op. 132
A Vienna, il quartetto per archi assunse la sua forma più aristocratica
e impegnata, mentre in altre zone d’Europa, come nel nord Italia,
in Spagna e a Parigi, dominava la versione concertante, improntata
al virtuosismo ed all’intrattenimento. Gli esiti più alti della
scrittura per l’ensemble di strumenti ad arco si ebbero a partire
dai modelli di Haydn e Mozart, a cui fecero seguito i capolavori
di Beethoven. In particolare Haydn si distinse, in queste composizioni,
per l’integralismo e la severità con cui escluse ogni incursione
nei territori dell’amabilità concertante, non sempre disdegnata
da Mozart. La direzione indicata da Haydn fu quella verso la massima
semplificazione, nell’intento di ricavare una forma complessa come
quella di una composizione in quattro movimenti dal minimo materiale
tematico. I quartetti sono il settore più coerente della sua opera,
meno soggetto a quelle fluttuazioni di stile che caratterizzarono
altre aree della sua produzione, più condizionate dalle richieste
del mercato musicale. Questo dimostra ulteriormente l’alto riguardo
in cui il compositore tenne questa forma, alla pari delle composizioni
sacre. I tre Quartetti op. 54 si distinguono per la ricerca
di nuovi sentieri armonici, elemento che spicca soprattutto nel
secondo quartetto della triade, quello in do maggiore, che è stato
definito anche il più romantico dei tre. Specie nel secondo movimento
la dissonanza viene usata come mezzo per innalzare la tensione emotiva.
Scritto con la mente rivolta al violinista Johann Tost, dell’orchestra
degli Esterházy, il quartetto riserva inoltre al primo violino una
scrittura piuttosto virtuosistica. L’ultimo movimento inizia con
un Adagio per trasformarsi poi in un Presto furioso che si interrompe
improvvisamente con una pausa di tutti gli strumenti. L’Adagio viene
ripetuto, concludendo il quartetto con una nota di pace e tranquillità.
«Presto saranno chiamate grandissime le op. 127, 130, 131, 132
e 135: si compirà allora la profezia di chi intravede, nelle ultime
produzioni di Beethoven, l’avvenire del Quartetto»: queste le parole
dette in tono ironico nel 1857 da Oulibicheff a proposito degli
ultimi quartetti di Beethoven, che risultavano strambi e incomprensibili
alle orecchie dei suoi contemporanei. Parole che, nonostante l’intento
spregiativo e di sberleffo con cui furono pronunciate, assumono
un significato profetico agli occhi dell’ascoltatore moderno. I
linguaggi di Wagner, Liszt e Brahms e di molti altri sono debitori
della strada indicata da Beethoven, quando questa non divenne troppo
lungimirante e impervia anche per le audaci sperimentazioni romantiche.
Gli ultimi cinque quartetti furono scritti da Beethoven tra il 1822
e il 1826, anni in cui era già tormentato dalla malattia e in cui
il compositore iniziava a sentire l’urgenza di scrivere tutto quanto
aveva in mente: la sua impressione era quella di avere scritto «solo
poche note» rispetto a quello che era ancora limitato allo stato
di idea. L’opera 132 nacque nel 1825 ed è caratterizzata da un superamento
della dialettica più tipicamente sonatistica: nel primo movimento
il tradizionale contrasto tra due temi viene sostituito da un fondamentale
monotematismo e da un’atmosfera contemplativa in cui il cammino
della melodia appare più libero da vincoli formali. Lo stesso monotematismo
si ritrova nel secondo movimento, uno Scherzo lieve e dal carattere
danzante. La pagina di questo quartetto che più ha attirato l’attenzione
rimane però il terzo movimento titolato «Canzone di ringraziamento
offerta alla divinità da un guarito, in modo lidico». Beethoven
scrisse questa pagina in un momento di tregua della malattia, e
molto si è scritto sulla connessione di tale musica con le condizioni
fisiche del musicista. Ma vale la pena di soffermarsi soprattutto
sul carattere visionario e trasfigurato di questa pagina che fa
uso di un tono antico, cioè di una scala diversa da quelle a cui
l’orecchio moderno è abituato. Già nel 1818 Beethoven aveva progettato
una «Sinfonia nei toni antichi» che facesse uso non solo dei modi
della tradizione medioevale occidentale ma anche di scale presenti
nel folklore europeo. Dal 1810 si era interessato, infatti, alla
pubblicazione e rielaborazione di canti popolari scozzesi, inglesi,
gallesi e irlandesi. L’adagio del Quartetto op. 132 risente
di questo suo interesse che mirava ad accentuare e rispettare il
carattere individuale di tali tonalità, evitando di adattarle al
gusto moderno: esse creano, perciò, un senso di estraniamento che
contribuisce a ottenere un’espressione del tutto personale e innovativa.
La Marcia e l’Allegro appassionato finali riportano dalla trascendenza
a una dimensione più umana.
Dalle pagine del classicismo viennese si passa a uno degli esiti
più recenti della forma quartettistica: quello di Kurtág. «Una sola
nota è quasi sufficiente» per esprimere l’essenza di una sensazione,
un evento o un gesto, ha detto una volta questo compositore: «Si
può creare musica quasi dal nulla». Nato nel 1926 in Romania in
una zona abitata da una popolazione di ungheresi, tedeschi e rumeni,
iniziò a suonare il pianoforte duettando con la madre. A tredici
anni, dopo aver ascoltato l’Incompiuta di Schubert, decise
di diventare compositore. Nel 1945 varcò la frontiera dell’Ungheria
nella speranza di poter entrare nella classe di Bartók, che però
morì quello stesso anno a New York. In ogni caso Kurtág fu ammesso
all’Accademia Franz Liszt di Budapest dove finì gli studi tra il
1951 e il 1955. In Ungheria non fu possibile venire a contatto con
la musica di Schoenberg e con i lavori più moderni dello stesso
Bartók fino al 1955, ma una volta finita la sua preparazione accademica
Kurtág ebbe la possibilità di andare a Parigi dove seguì i corsi
di Darius Milhaud e Olivier Messiaen. Fu qui che ebbe modo di conoscere
la musica di Anton Webern, che tanto influsso esercitò sulla sua
concezione musicale. Il suo modello, assieme al lavoro svolto con
la psicologa Marianne Stein, contribuì a creare quella svolta che
portò Kurtág alla concezione della prima composizione a cui attribuì
un numero d’opera: il Quartetto op. 1, composto nel 1959
dopo il suo ritorno a Budapest. Fu la Stein, a cui è dedicata la
composizione, a indicare a Kurtág la strada di una concisione che
rispecchiava il modo d’essere del musicista: nel parlare, come nel
comporre, egli sentiva la necessità di dire l’essenziale e di dirlo
in poche parole o poche note. Il metodo suggeritogli dalla psicologa,
poichè più adatto al suo temperamento, consisteva nel lavorare su
unità musicali molto piccole, su un’esplorazione della musica entro
limiti ben definiti, a volte solo due note: questo gli consentì
di evitare il rischio di cadere nella vuota retorica che caratterizzava
tanta musica di regime dell’Ungheria comunista. Nell’insegnamento
(a cui a dedicò molto tempo) come nella composizione, Kurtág rifiutò
sistemi rigidi e ogni complessità di linguaggio, evitando ogni manifesto
musicale o politico a favore di un modo di espressione assolutamente
personale e dissociato da ogni pressione politica. I suoi lavori
nacquero sempre come dedica, come espressione di un sentimento o
di un messaggio. La sua facilità a tradurre sensazioni ed eventi
in musica, più che in parole, fu lo stimolo per molte delle sue
composizioni. Le opere dalla n. 1 alla 6 sono chiaramente il frutto
delle nuove esperienze parigine: motivi musicali brevi e concentrati
svelano l’influsso di Webern, la vivacità ritmica è indebitata con
il concetto ritmico teatrale di Olivier Messiaen.
Il Quartetto op. 1, scritto in sei movimenti, ha tuttavia
già un’impronta tipicamente personale ed è caratterizzato da una
forma speculare: il primo movimento è una breve esposizione, il
secondo si basa su un ostinato vigoroso e il terzo è uno Scherzo
abbastanza convenzionale. Il quarto movimento è lento ma interrotto
da improvvise esplosioni che ne frammentano il flusso, mentre il
quinto rispecchia il secondo con la sua scrittura basata sull’ostinato.
Il finale riprende il materiale tematico del primo movimento, estendendolo
però fino a quattro volte.
Lucia Brighenti
(inizio pagina)
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