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venerdí 18 marzo 2005, ore 20.30 Turno A
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
Hector Berlioz
Roméo et Juliette op. 17
(Introduzione, Scena d'amore, Scherzo della Regina Mab)
Hector Berlioz
Benvenuto Cellini. Ouverture op. 23
Richard Strauss
Don Juan op. 20
Maurice Ravel
La valse
Direttore
GEORGES PRÊTRE
Testimonianza esemplare del potere di trasfigurazione affidato
da Berlioz ad un modo nuovo di concepire l’organizzazione strumentale
– simbolo, tuttora attivo sul terreno didattico di tale rivoluzionario
apporto rimane il Grand traité d’instrumentation et d’orchestration
modernes, pubblicato a Parigi nel 1843 – è l’ouverture
del Benvenuto Cellini, prima esperienza teatrale del musicista,
dall’esito a dir poco disastroso quando fu rappresentata all’Opéra
Comique nel 1838. Anche se Berlioz nei suoi Mémoires, sottolineando
come l’insuccesso fosse frutto di un disegno preordinato da parte
dei suoi non pochi nemici, registra come all’ouverture si tributò
«un successo esagerato». Si deve all’altruistica lungimiranza di
Liszt, che la riprese anni dopo a Weimar, avendone l’autore operato
un sostanzioso rimaneggiamento, se l’opera – nata dalla forte suggestione
ricevuta da Berlioz alla lettura della Vita del grande scultore
– incontrò più ampio riconoscimento. E proprio il fiasco del Benvenuto
Cellini è in certo qual modo legato alla nascita di Roméo
et Juliette, in quanto la sua creazione fu resa possibile grazie
alla parentesi di tranquillità, tra i tanti guai economici che perseguitavano
il musicista, resa possibile dalla generosità di Paganini che il
giorno dopo un concerto in cui Berlioz aveva diretto la Symphonie
fantastique e Aroldo in Italia, gli fece pervenire, insieme
alle attestazioni di entusiasmo – «Mio caro amico, Beethoven spento,
non c’era Berlioz che potesse farlo rivivere» – un assegno di ventimila
franchi che consentirono, appunto, al musicista di dedicarsi, tra
il gennaio e l’agosto del 1839, interamente a quella che il compositore
definì «Sinfonia drammatica con coro», quasi avesse voluto seguire
alla lettera, pensando all’ultima Sinfonia beethoveniana, l’augurio
del grande violinista, ispirata al dramma shakespeariano. Ne sortì
un lavoro monumentale, quattro parti più un finale, la cui discontinuità
rende ancor più luminosi i momenti più svettanti, tra i più geniali
entro la complessa, tumultuosa produzione berlioziana. Il programma
di questa sera mette a fuoco i tre più celebri. Ad aprire il grandioso
affresco un’Introduzione in cui Berlioz «ci dipinge sinfonicamente,
e con vigorose pennellate, le risse nelle strade fra Capuleti e
Montecchi, l’intervento del principe e l’editto che punisce con
la morte ogni nuovo attentato alla pubblica pace. Le risse sono
l’oggetto d’un rapido e nervoso fugato, il cui tema rimbalza di
battuta in battuta su un serrato trillo, seguito da una formula
ritmica tre volte ripetuta identica a se stessa» (Barraud). Nella
terza parte si apre la sublime Scena d’amore, di un lirismo
trasognato: non è un caso che Wagner avesse poi inviato a Berlioz
la partitura del Tristano con la seguente dedica: «Il riconoscente
autore di Tristano e Isotta al grande e caro autore di Romeo
e Giulietta». Infine il fantasmagorico brivido del virtuosismo
innescato dallo Scherzo della Regina Mab, una specie di Titania
del Sogno di una notte di mezz’estate, una minuscola fata
«non più grossa d’una pietra d’agata al dito d’uno scabino», che
Berlioz fa guizzare dalla partitura con una felicità senza limiti.
Che Richard Strauss avesse curato la revisione del Grand traité
d’instrumen-tation et d’orchestre moderne è certamente il segno
di un’affinità che, pur in prospettiva dilatata, unisce i due grandi
musicisti: è la linea che congiunge Berlioz a Liszt e a Wagner,
contrapposta a quella brahmsiana, sul filo di una comune visione
della musica quale incarnazione di immagini poetiche, e che il giovane
Strauss sposa integralmente, come si legge in una lettera a von
Bülow dell’agosto 1888 in cui afferma che opere come «il Coriolano,
Egmont, Leonora n. 2, Les adieux… non avrebbero mai veduto la
luce senza una premessa poetica. Se dunque si vuol creare un’opera
artistica unitaria per sfondo e per costruzione complessiva, e se
si vuole che essa agisca in senso plastico sull’ascoltatore, bisogna
che ciò che l’autore intende dire appaia anche plasticamente agli
occhi del suo spirito. Ciò è possibile quando esista lo stimolo
di un’idea poetica, indipendentemente dal fatto che essa sia o meno
aggiunta all’opera come programma». È la convinzione che stimola,
con la sua intrinseca teatralità, il giovane musicista, poco più
che ventenne, quando si lancia nella creazione di una mirabile,
sorprendente collana di poemi sinfonici che, apertasi nel 1888 con
Macbeth, tocca subito, al secondo appuntamento, con il Don
Giovanni, una vetta suprema. Le prime suggestioni musicali,
a detta dell’autore, gli erano sgorgate nel maggio di quel 1888
durante una visita alla basilica di Sant’Antonio, a Padova, ma l’«idea
poetica» risaliva a qualche anno prima, suggerita dall’aver assistito
alla tragedia di Paul von Heyse La fine di Don Giovanni.
Non era quindi l’impavido protagonista, con la sua tensione erotica
spinta eroicamente fino alla sfida estrema, del capolavoro mozartiano
ad aver colpito la sua fantasia quanto il personaggio giunto al
termine, dominato dal tedium vitae, quello rievocato da Lenau
quindi dal Liszt del Mephisto-walzer. E proprio da Lenau
il musicista attingerà alcuni versi da premettere, programmaticamente,
alla partitura: «Fu bella la tempesta che mi ha agitato / ora è
passata e rimane il silenzio / Ogni desiderio e speranza è apparenza
di morte». E tuttavia l’urgenza giovanile che muove il musicista,
prima di spegnersi nell’amarezza desolata in cui si conclude il
poema sinfonico, si libera nei modi più estrosi a rivivere «la tempesta»
amorosa, in un intrecciarsi di motivi – “maschili” e “femminili”
– che si incarnano nella prodigiosa invenzione timbrica, attraverso
un prodigioso impiego delle risorse orchestrali, messe alla prova
come mai prima era avvenuto: ne fa testimonianza la colorita relazione
dello stesso Strauss in una lettera al padre, un famoso cornista,
dopo la prima esecuzione a Weimar, l’11 novembre 1889: «L’orchestra
è rimasta ansante e senza fiato, ma ha fatto un lavoro di prim’ordine.
Uno splendido divertimento: dopo il Don Juan un corno, madido
di sudore e senza fiato, ha sospirato: “Dio santo, che cosa abbiamo
fatto di male perché ci fosse mandato questo flagello? Non sarà
facile liberarci tanto presto di lui...”. E proprio i corni avevano
suonato con reale disprezzo della vita».
«Idea poetica» e virtuosismo sembrano misteriosamente intrecciarsi
nell’ultima opera in programma questa sera, quella Valse
il cui progetto risaliva al 1906; l’idea era quella, confidata nel
febbraio di quell’anno, all’amico Jean Marnold, di «un grande valzer,
una sorta di omaggio alla memoria del grande Strauss, non Richard,
l’altro, Johann. Conoscete la mia intensa simpatia per questi ritmi
adorabili. E quanto stimi la gioia di vivere espressa dalla danza…».
In realtà il progetto sarebbe stato sepolto per lunghi anni tra
le tante traversie che insidiarono la vita del musicista e quando
riaffiorò, sullo stimolo della committenza per un balletto da parte
di Djagilev (che poi lo rifiutò) la prospettiva gioiosa risulterà
ben altra: traspare dalle parole che Ravel pone in epigrafe alla
partitura: «Nuvole turbinose lasciano intravedere fra schiarite
alcune coppie che ballano il valzer. Le nuvole si dissipano a poco
a poco: si scorge un’immensa sala popolata da una folla turbinante.
La luce dei lampadari risplende al fortissimo. Una corte
imperiale verso il 1855». La vertigine del movimento di danza si
carica inevitabilmente di suggestioni che travalicano la pura gioiosità
per evocare un senso di oscuro turbamento, come se la visione di
quella corte imperiale, quella di Francesco Giuseppe negli anni
del suo pieno splendore, fosse oscurata dalle ombre che ne hanno
segnato il drammatico tramonto; un trapasso tragico, dunque, che
la lente del lucido, straordinario virtuosismo raveliano rende quanto
mai penetrante. Quando Ravel fece ascoltare a Djagilev La valse,
eseguendolo insieme a Marcelle Meyer nella versione a due pianoforti,
il famoso direttore dei Ballets russes, con un po’ d’imbarazzo,
esclamò: «Caro Ravel, è un capolavoro, ma non è un balletto», da
qui la rottura tra i due. La valse sarà eseguita la sera
del 12 dicembre 1920 dall’orchestra dei Concerti Lamoureux sotto
la direzione di Camille Chevillard.
Gian Paolo Minardi
(inizio pagina)
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