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mercoledí 20 ottobre 2004, ore 20.30 Turno
A
ORCHESTRA DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Luigi Dallapiccola
Piccola musica notturna
Leós Janácek
Taras Bulba, rapsodia per orchestra
Antonin Dvorák
Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88
Direttore
TOMAS NETOPIL
• Prima le parole...
Casa della Musica, martedì 19 ottobre 2004, ore 18.00
È una bella notte d’estate.
Hanno le case alte
Le finestre aperte
Sull’ampia piazza del vecchio paese.
Nel largo rettangolo deserto
Panche di pietra, siepi e acacie
Simmetriche
Disegnano
Le loro nere ombre sull’arena bianca.
Nello zenit, la luna, e sulla torre la sfera, l’orologio;
illuminata.
Io passeggio in questo vecchio paese
Solo,
Come un fantasma.
Questa poesia di Antonio Machado (un poeta di cui aveva già messo
in musica Quattro poesie per voce e pianoforte) Luigi Dallapiccola
pone come suggestiva epigrafe alla sua partitura di Piccola musica
notturna per orchestra (1954): e con le note di questa poco
frequentata, ma particolarmente significativa partitura del grande
compositore nato a Pisino d’Istria nel 1904, inizia il viaggio
di questo concerto, e della Stagione Concertistica di quest’anno.
Quella di Dallapiccola è sicuramente una delle figure più importanti
e originali del Novecento musicale italiano, campita in un arco
evolutivo che, inizialmente influenzato (quasi imprescindibilmente
d’altronde, in quel periodo) dal neoclassicismo, sa aprirsi
fin da subito, spinto da uno spirito aperto e sensibile, alle molteplici,
contraddittorie istanze di un mondo alle soglie della Seconda Guerra
Mondiale. Istanze che egli vive e musicalmente traduce in un linguaggio
fin da subito originale, approdando già con i suoi primi lavori
– pensiamo almeno alla Partita per orchestra e poi
via via ai Sei cori di Michelangelo Buonarroti il Giovane
fino alla sua prima opera per il teatro, Volo di notte (da
Saint-Exupéry) del ’37-’38 – all’affermazione
di un linguaggio in cui (primo in Italia) trovano uno spazio evolutivamente
sempre maggiore e personalmente rivissuto le tecniche seriali e
dodecafoniche. A questo proposito vale la pena riportare le parole
da Dallapiccola scritte a proposito di Canti di prigionia (1938-1941),
una delle pagine più compiute, uno dei pochi, veri capolavori della
musica italiana dello scorso secolo: «Il sistema dodecafonico mi
attraeva, sebbene allora ne avessi una conoscenza ancora parziale;
in ogni modo, una serie di dodici note poteva servire come tema
principale. Ma un giorno mi balenò l’idea di unire i singoli
brani non solo con un tema di dodici note, trattato il più liberamente
possibile, ma anche con un frammento del liturgico Dies irae,
dies illa. Poiché la guerra era scoppiata proprio allora, niente
di strano nel pensare al Giudizio Finale». Una dodecafonia, dunque,
almeno in quel cruciale periodo, messa in confronto dialettico,
come scrive Gentilucci, con la «plastica evidenza del disegno musicale».
La Piccola musica notturna nacque, in maniera tipica, dalla
commissione del suo amico e grande direttore Hermann Scherchen,
che ne destinava l’esecuzione (che avvenne il 7 di giugno
del 1954) al IX Congresso mondiale della Féderation Internationale
des Jeunesses Musicales di Hannover. «Questo invito mi offerse la
possibilità di esprimere la mia gratitudine al Maestro per l’interesse
che aveva dimostrato per la mia musica sin dal 1937, quando eseguì
le mie Tre Laudi alla Bbc», scrisse Dallapiccola.
L’atmosfera dettata dalla poesia di Machado, così densa di
suggestioni e di effetti, col suo tono spettrale, quasi magica,
si riflette in maniera vivida nella scrittura musicale: basata su
una serie dodecafonica che contiene tutti gli intervalli della scala
(trattata con molta varietà), questa Piccola musica notturna
(un rimando non espresso alla celeberrima composizione mozartiana,
così contrastante nel clima?) rivive le immagini della poesia con
l’uso sapientissimo di una strumentazione particolarmente
raffinata, una tavolozza tonale spostata verso le zone medie e acute,
accorgimenti timbrici (il tremolo dei violini suonati sul ponticello,
le trombe e i corni suonati con la sordina) e la grande varietà
di strumenti a percussione.
Quella di Leór Janácek è sicuramente una delle figure
più singolari e originali della musica europea del suo periodo:
nato in Moravia nel 1854, e morto ad Ostrava nel 1928, in gran parte
autodidatta, si affermò compiutamente, seppur dopo aver già composto
una vasta gamma di opere cameristiche, sinfoniche e teatrali, solo
col nuovo secolo, con Jenufa (1904). In quest’opera
l’originalità del suo linguaggio, fortemente segnato dalla
«concezione fondamentale del suo stile: la individuazione delle
melodiche e ritmiche della musica nelle inflessioni e negli andamenti
del linguaggio parlato, e la scoperta della vasta disponibilità
armonica fornita da un libero concatenamento d’accordi, emancipato
dalla sintassi tonale ottocentesca», si apre ad una concezione veramente
innovativa e libera dalle principali influenze dei modelli del periodo.
Da Jenufa in poi la sua invenzione fluisce libera e sempre
più ricca, soprattutto in àmbito teatrale, con la creazione di opere
di fortissimo segno tra le quali vanno citate almeno i due capitoli
dei Viaggi del Signor Broucek, Kát’a Kabanová,
Le avventure della volpe astuta, L’affare Makropoulos, Da
una casa di morti, e sacro, con moltissime composizioni per
svariate formazioni strumentali e vocali, tra le quali ancor oggi
molto eseguita è la grande Messa Glagolitica.
Estremamente significativa, nell’àmbito della sua produzione
sinfonica, è la composizione che ascolteremo questa sera, la ‘rapsodia
per orchestra’ Tarar Bulba, composta negli anni
della Prima Guerra Mondiale ed eseguita per la prima volta, con
grande successo, a Brno, nel 1921. «Non è perché egli ha ucciso
suo figlio che aveva tradito il suo paese – prima parte (massacro
di Dubno); non è per il martirio del suo secondo figlio –
seconda parte (supplizio di Varsavia); ma perché non si troveranno
al mondo fuoco e torture in grado di annientare la potenza del popolo
russo – è su queste parole, pronunciate sulle scintille e
sulle fiamme sul quale [sic] spira l’ataman cosacco
Tarar Bulba – terza parte e finale – che
ho composto nel 1915-16 [un errore di data tipico di Janácek,
poiché la partitura fu terminata il giorno del Venerdì santo del
1918] questa rapsodia tratta dal racconto di Gogol».
Certo, nella composizione del Tarar Bulba, in questa
esaltazione dell’amor patrio significativamente trasposta
però nella fosca eppur esaltante epopea di un altro popolo, non
ininfluente è lo spirito di quei tempi di guerra e di morte. La
vicenda, tratta dal celebre racconto di Gogol, è quella del risoluto
comandante cosacco nella guerra condotta contro i polacchi in difesa
della religione ortodossa. Al suo fianco combattono i due figli,
Andrij e Ostap, ai quali sono dedicate le prime due parti della
rapsodia. Il primo s’innamora della figlia di un nobile nemico;
per salvarla dalla sicura morte per fame tradisce la sua parte e
combatte tra le file dei polacchi, ucciso in battaglia per mano
del suo stesso padre. Il secondo, caduto nelle mani dei nemici,
viene mandato al supplizio su una piazza di Varsavia, davanti a
una folla tra la quale si aggira lo stesso Tarar Bulba, che
riesce con un urlo a farsi scorgere dal figlio prima della sua morte.
La terza parte, «Profezia e morte di Tarar Bulba» vede l’indomabile
cosacco che, alla testa del suo esercito, conquista finalmente la
vittoria in battaglia: fatto però prigioniero perché si era attardato
sul campo di battaglia a cercare la sua pipa, viene inchiodato a
un albero e bruciato vivo. Da quell’albero, tra le fiamme,
riesce però a lanciare la sua profezia: «Sorgerà dalla terra russa
uno zar russo, e non ci sarà in tutto l’universo forza che
non gli si sottometterà».
«Tarar Bulba è forse la più alta pagina sinfonica
di Janácek, nella sua drammaticità, nella sua lacerante barbarie,
nella sua potenza elementare, nel suo convulso e geniale disordine
inventivo e strumentale»: così Franco Pulcini, il massimo esperto
italiano del musicista ceco, definisce quest’opera. A lui
lasciamo la parola per descriverne brevemente le caratteristiche
musicali: «Musicalmente la rapsodia presenta una frammentarietà
del discorso un po’ frastornante e una concitazione espressiva
generale che supera e trascende le pur atroci descrizioni di battaglie
e violenze. Janácek sa esprimere molto anche in poche note,
e pertanto il suo discorso musicale sembra sempre come compresso,
gonfio di tensioni ed esplosivo. Il vecchio poema sinfonico di Richard
Strauss viene smembrato, sminuzzato e giustapposto a brandelli in
forma di collage. Strauss riscritto da Janácek è come Delacroix
ridipinto da Cézanne: un lirismo grandioso ripreso con irruenta
cupezza, spatolato e diluito in base a leggi formali proprie».
Cento anni ci dividono dalla morte di Antonín Dvorák, il
più celebre della triade dei grandi compositori boemi formata insieme
a Smetana, di lui più vecchio di diciassette anni, e Janácek,
più giovane di tredici: nacque infatti a Nelahozeves nel 1841 e
morì a Praga nel 1904. Se Smetana fu definito «il padre della musica
boema», e a Janácek spetta il ruolo di maggior interprete
delle radici popolari, da lui individuate nel canto e prima ancora
nelle inflessioni del parlato della sua terra, Dvorák, in
questa frettolosa definizione complessiva, è quello che più rappresenta
la parte «occidentalizzante» della musica del suo paese. Neppur
egli però sfuggì, né poteva essere altrimenti, al fortissimo influsso
delle tradizioni musicali della sua terra: suggestioni che ritroviamo
però più nel carattere della sua musica (come spontanea emanazione
della sua personalità, cioè) che nel suo stile e nel suo linguaggio
compositivo. Se infatti come musicista il suo punto di riferimento
fu la grande tradizione europea, tedesca in particolare, con Brahms
come nume tutelare, il suo far musica fu però sempre caratterizzato
da una tale fluidità di andamento melodico, da una così fortemente
caratteristica effusività tematica che non possono non ricondurre
al più schietto spirito della sua terra.
Non si è certo dovuto aspettare questo centenario, però, per riscoprire
la sua musica: Dvorák ha sempre mantenuto un posto di rilievo
nella programmazione concertistica, e alcune sue musiche, e naturalmente
il pensiero va subito alla celeberrima Sinfonia «Dal Nuovo Mondo»,
ma anche al Concerto per violino, a quello per violoncello
o per pianoforte, alle Danze slave, e ad alcune composizioni
cameristiche, non solo non sono mai uscite dal repertorio, ma sono
anche costantemente frequentate.
Sicuramente al secondo posto tra quelle più conosciute viene, dopo
l’inarrivabile «Dal Nuovo Mondo», la sinfonia che ascolteremo
questa sera, l’Ottava, in sol maggiore op. 88.
Poche parole per spiegare il «mistero» della doppia numerazione
delle sinfonie di Dvorák: egli scrisse nove sinfonie ma, lui
vivente, ne diede alle stampe solo cinque, le ultime. In questo
modo, in realtà, quella che fu a lungo considerata la Prima era
in realtà la Sesta, e così via, di modo che l’Ottava
fu a lungo presentata al pubblico come la Quarta, e come
tale viene ancora talvolta chiamata. Un equivoco che poté così a
lungo perdurare soprattutto per il fatto che le prime quattro sono
state, e ancor adesso sono, praticamente ineseguite.
Se prima parlavamo del carattere melodicamente effusivo, psicologicamente
disteso del modo di far musica di Dvorák, questa sinfonia
può essere presa a campione di questa definizione: «[…] è
questa una delle delle sue composizioni più spontanee e distese,
priva di conflitti, ridente nell’invenzione, piacevole per
la varietà ritmica e l’eleganza della scrittura», la elogia
Giacomo Manzoni, «[…] è un’opera geniale e rilassata,
ricca di sentimento cèco», ci dice John Clapham.
In realtà questo ‘rilassato’ sentimento di fondo si
staglia tra momenti più contrastanti, dall’umbratile incipit
all’intimo raccoglimento dell’Adagio, sfogandosi
al termine dell’Allegro finale in un’affermativa perorazione
in cui prevale il timbro tascinante degli ottoni.
Vincenzo Raffaele Segreto
(inizio pagina)
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