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lunedí 21 febbraio 2005, ore 20.30 Turno A
PARMA OPERA ENSEMBLE
con BORIS BELKIN
WOLFGANG AMADEUS MOZART
Serenata in Do minore K. 388 (K. 384a) «Nacht Musique»
FRANZ SCHUBERT
Ottetto in fa maggiore D. 803 op. 166
• Prima le parole...
Casa della Musica, lunedì 21 febbraio 2005, ore 18.00
Alternanze, contrapposizioni, facce diverse di una stessa medaglia:
anche così potremmo chiamare il tema filo conduttore delle musiche
di questa serata; confrontandole tra di loro – nelle differenze
d’atmosfera che segnano la luce serena (vedremo poi quanto e se
davvero corrispondente al momento vissuto dall’autore) dell’Ottetto
di Schubert e la tinta scura e notturna che ad onta del nome
caratterizza la Serenata mozartiana – e anche rispetto alle
vicende biografiche o alle musiche che i due compositori stavano
vivendo, o componendo.
Cominciamo, seguendo l’ordine del programma, dalla Serenata
K. 388 di Mozart: in questo caso l’alternanza, la contrapposizione,
la medaglia a due diverse facce, sono da ritrovarsi nel confronto
con la sorella gemella (ma non certo uguale), composta a meno di
un anno di distanza, la Serenata K. 375.
Da questa, ma anche da tutte le altre serenate composte in precedenza,
e non solo da Mozart, questa che ascolteremo si discosta – e l’inedita,
«sconvolgente» ha scritto qualcuno, tonalità di Do minore ne è la
significativa spia – per il carattere umbratile, per quel colore
scuro che non a caso la farà chiamare Nacht Musique, per
toni che diventano addirittura drammatici. Né sembri che
quella della tonalità sia una questione secondaria. Leggiamo cosa
dice, a questo proposito, l’Abert:
La tonalità è di per sé eccezionale. Una serenata in minore
è quasi un controsenso, almeno per le concezioni del’epoca, secondo
le quali una serenata era un inno alla gioia di vivere; Mozart stesso
non ha scritto in minore nessun altro pezzo del genere. Forse mai
videro la luce gemelli tanto differenti tra loro come la musica
per Haffner e questa straordinaria serenata, che tutto è tranne
che una delle solite musiche notturne. Sembra quasi che la commissione
di Haffner, nel costringere Mozart a un lavoro rapido e precipitoso
al servizio dell’arte tradizionale, abbia schiuso automaticamente
anche l’altro lato della sua natura, quello che non accetta dagli
altri le leggi del proprio lavoro ma le trova solo in se stesso.
Dalla «eversività» della tonalità a quella del carattere dell’intiera
composizione. Di questa peculiarità, e delle differenze con la Serenata
K. 375, parlano Carli Ballola e Parenti:
Ancora un passo, e della serenata […] non rimarrà che il titolo,
Nacht Musique. Nella lettera del 27 luglio 1782, inviando al
padre il primo Allegro della serenata per gli Haffner, divenuta
poi sinfonia, Mozart accenna fugacemente ad un’altra serenata,
«ma solo per fiati» (pertanto non utilizzabile per la committenza
salisburghese), dovuta comporre «alla svelta». L’enigma di quest’opera
eccezionale non riguarda tanto le circostanze che presiedettero
alla sua nascita (tutto lascia credere che Mozart l’abbia destinata
al principe Alois Joseph von Liechtenstein con il quale sperava
d'intrattenere proficui rapporti e che in effetti gli aveva commissionato
delle musiche per un costituendo complesso di fiati); quanto l’eversività
della sua stessa concezione: un’eversività di natura non meno storica
che artistica. Non riusciamo infatti a ricordare, in tutta la storia
della musica, un caso di sradicamento tanto determinato da un humus
di tradizioni e convenzioni tipologiche; di trasgressione tanto
clamorosa di un codice corrente di comunicazione e di recezione
artistica, per di più attinente ad un genere dal compositore praticato
al limite della routine. […] Nessun rispetto per le apparenze, men
che mai per le buone maniere sociali, in questa serenata scaturita
da un prepotente raptus di ribellione liberatoria da parte di un
artista che paradossalmente della tradizione e delle convenzioni
artistiche aveva una cognizione e un rispetto profondi. Se la precedente
Serenata K. 375 con tali convenzioni aveva ancora intrattenuto
rapporti amichevoli sul piano estetico non meno che su quello delle
strutture, nella Nacht Musique in do minore K. 384a (388)
ogni legame è infranto, a cominciare dalla tonalità, più
che insolita, inaudita, per continuare con la macrostruttura sinfonica
articolata in quattro soli movimenti stringati e adusti, il linguaggio
alto, talora volutamente arduo, l’assenza rigorosa di una benché
minima concessione all’edonismo e alla decorazione concertante,
infine la violenza sfrenata del messaggio espressivo.
Nel suo stile più composto, anche Paumgartner unisce e distingue
le due «sorelle», dando un breve ritratto di quella in Do minore:
Quella in do minore, vigorosa ed eroica, appartiene alle
opere oscure e appassionate del Maestro. Anche sul tempo centrale,
così soave e luminoso, si stende un velo di malinconia pensosa e
contemplativa. Il «minuetto in canone», nella sua pura bellezza,
è un pezzo altamente artistico e commovente; il finale, uno scorrevole
susseguirsi di variazioni, un alternarsi di stati d’animo diversi
e contrastanti. Una successiva trascrizione di questa Serenata
per Quintetto d’archi K. 406, molto probabilmente effettuata
per motivi finanziari, ci mostra, nella sua efficacia sostanzialmente
minore, come l’inventiva del nostro artista fosse misteriosamente
condizionata da una precisa intuizione timbrica. L’inconcepibile
bellezza del trio del minuetto canonico non giunge ad esprimere
la sua piena e profonda significazione senza il colore acerbo e
chiaro dell’oboe e del fagotto.
Fin dall’inizio la Serenata si fa riconoscere per quello
che è: qualcosa che nessuno aveva mai udito prima, tanto meno travestito
sotto gli innocui panni della più inoffensiva musica d’uso. Prendiamo
a prestito le righe con cui Hermann Abert, nel suo inconfondibile
stile, ci parla del biglietto da visita della composizione, il
tema principale del primo tempo e i passaggi che portano all’esposizione
del secondo:
Il tema principale del primo tempo è eccezionale già per la
sua insolita lunghezza (22 battute). Un unisono che si leva
cupamente con quel sinistro salto di settima alla quarta battuta,
che ritorna sempre anche in seguito, vero e proprio marchio di Caino,
un brancolare stanco e pavido di sincopi, un nuovo, e selvaggio
scoppio di passione e, alla fine, sconsolata rinuncia; ce n’era
abbastanza per disorientare un ascoltatore dell’epoca. Un rassegnato
«calando» sembra preparare l’entrata del secondo tema, ma viene
brutalmente troncato dagli artigli d’avvoltoio di una cadenza evitata.
Gli spiriti malvagi si scatenano nuovamente e infuriano indisturbati
su di un demoniaco motivo all’unisono in ritmo anapestico intorno
all’esile pianto dell’oboe. Solo una volta ristabilita la quiete,
l’oboe, dopo lungo errare, trova la via del secondo tema. Questo
canto, anch’esso assai lungo, fa posto a sentimenti più luminosi,
pur non avendo nulla a che fare con la innocente piacevolezza delle
serenate vecchio stile, come mostrano la linea melodica e il metro
di sei battute.
Ma, pur eloquente, l’esposizione dei due temi non è che il preambolo
ad una drammaturgia che, nel séguito del tempo, porta a momenti
di ancor più sconvolgente intensità, in cui una pausa che col suo
silenzio, più assordante ed eloquente di qualunque nota, «è l’esito
sconvolgente di un dramma interiore, che prelude già all’ultimo
Mozart: rinuncia e lotta fino in fondo» (Abert). L’Andante smorza
la drammaticità precedente in un clima di mestizia, quasi di dolorosa
commozione; il Minuetto («pura bellezza», come diceva Paumgartner)
è caratterizzato da un Trio costituito da un canone «al rovescio»,
«pervaso da una strana tetraggine […] un bieco spirito diabolico
per la tensione che si viene a creare tra il carattere galante di
danza e la Stimmung in cui si esprime» (Hildesheimer).
Il tempo finale poi dipana una serie di variazioni dal carattere
progressivamente crescente d’intensità (Abert usa aggettivi come
«protervo… appassionato… demoniaco») fino a quando
un opprimente silenzio, ed ecco ritornare il tema in un radioso
do maggiore. Sembra quasi che all’ultimo Mozart si sia ricordato
che stava scrivendo una serenata e che doveva lasciare negli ascoltatori
un’impressione gradevole. Questo slancio finale appare quindi più
come un’aggiunta esteriore che come un fatto profondamente motivato:
dopo la fosca atmosfera precedente il sorriso suona alla fine un
po’ convenzionale.
Contrapposizioni, medaglia a due facce anche per l’Ottetto
di Schubert: e qui non parliamo, come per Mozart in precedenza,
del confronto tra due composizioni sorelle, quanto di un momento
biografico particolare le cui testimonianze si fronteggiano in modo
quasi palmare, e proprio per questo significativo.
L’anno precedente quello della composizione dell’Ottetto
(il 1823) fu quello in cui si manifestarono i sintomi di una malattia
(forse… probabilmente…) di origine venerea: malattia nascosta dapprima
fino a che non fu evidente (a causa di sintomi quali uno sfogo cutaneo
sulla testa, che lo costrinse a raparsi completamente e a indossare
una parrucca), che lo recluse per un po’ dalla vita allegra e in
mezzo agli amici. Le loro testimonianze rispetto all’andamento della
malattia, dei suoi alti e bassi, e delle ripercussioni sull’umore
e sulla musica del compositore sono a vicenda tenere o disarmanti.
Ecco una delle feste con le quali si teneva comunque vivo lo spirito
«di gruppo», quella del suo compleanno del 1823:
Al culmine dell’ebbrezza potei vedere ognuno com’è. Tutti erano
più o meno storditi. Schubert dormiva. Soltanto Bruchmann, benché
non capisse più niente di niente, sembrava un ispirato… Schubert
osserva adesso un digiuno di due settimane, che lo costringe a rimanere
a casa. Di aspetto sta meglio ed è molto allegro, ha una fame perfino
comica e scrive senza sosta Quartetti, Allemande e Variazioni.
Progressione di favorevoli auspici nel nuovo anno:
Schubert sta proprio bene, si è tolto la parrucca e mostra un
bel ciuffo di capelli corti e ricci… Del ciclo di Müller è uscito
il primo fascicolo. Dice che dopo alcuni giorni della nuova cura
ha sentito la malattia come spezzarsi e principiare una nuova vita…
Un nuovo Quartetto sarà eseguito domenica da Schuppanzigh, che ne
è molto entusiasta, e deve averlo provato con particolare cura.
Da un pezzo, Schubert è tutto preso dalla composizione di un Ottetto.
Quando, durante il giorno, capita di andare da lui, dice: «Salve,
come va», «Bene!», e continua a scrivere, sì che non resta altro
che allontanarsi. Delle poesie di Müller, ne ha musicate due, molto
belle, e tre di Mayrhofer… E poi venti Allemande, una più bella
dell’altra, galanti, leggiadre, bacchiche e fugate, mio Dio! Vado
quasi tutte le sere da lui.
La malattia, se ne segna la vita di relazione, non ne tarpa certo
l’ispirazione, come e più di prima copiosa. Il momento però è tutt’altro
che un periodo di feste come questi passi dalle lettere degli amici
vorrebbero far credere.
In realtà [è Bernhard Paumgartner a parlare] Schubert viveva
allora in un instabile e penoso equilibrio fra speranza, benessere,
allegria sfrenata e gravi depressioni. Dimenticava tutto fuori del
suo lavoro, e lavorava appassionatamente; solo talvolta si stordiva
con gli eccessi in compagnia di rozzi conoscenti, per poi avvertire,
quando il fisico reagiva, un’ancora più profonda sofferenza psichica
e un maggior isolamento. Due opere scaturirono come una risonanza
soprannaturale dal dissidio terreno di questo periodo: la più nostalgica
ed elegiaca delle composizioni da camera, il Quartetto in la
minore op. 29, e l’Ottetto op. 166, con la sua grandissima
ebbrezza vitale, la bellezza della «forza primordiale della Natura».
Ed è a questo punto arrivato il momento di introdurre il documento
a livello biografico più sconvolgente di questo periodo, una lettera
dello stesso Schubert in cui quell’«instabile e penoso equilibrio»
di cui parlava Paumgartner viene svelato in tutta la sua nuda verità.
Una lettera che non necessita di commenti:
31 marzo 1824
Caro Kupelwieser!
Già da molto tempo sento il bisogno di scriverti, ma non
so mai dove sei o quando ci sei. Ma ora mi si offre l’opportunità
tramite Smirsch e finalmente posso di nuovo sfogarmi con qualcuno.
Tu sei tanto buono e onesto, certo mi perdonerai ciò che altri prenderebbero
malamente. In poche parole, mi sento l’uomo più miserabile del mondo.
Pensa a un uomo la cui salute non vuol più ristabilirsi, e che con
disperazione fa le cose sempre peggio invece che meglio, pensa a
un uomo, io dico, le cui brillanti speranze si sono trasformate
in nulla, a cui la fortuna dell’amore e dell’amicizia altro non
offrono che i più grandi dolori, per il quale l’entusiasmo (o per
lo meno l’interesse) per le cose belle minaccia di scomparire: questo
non è un uomo miserabile e sfortunato? La mia pace è finita, il
mio cuore è pesante, non la troverò più, mai più. Così posso ben
cantare ogni giorno perché di notte, quando vado a dormire, spero
di non svegliarmi più e ogni mattina mi affligge la pena del giorno
precedente. Così senza gioia e senza amici trascorro i miei giorni,
se Schwind non mi viene a trovare e mi porta un raggio dei dolci
giorni passati.
La lettera continua poi descrivendo in maniera disillusa lo scioglimento
di una compagnia certo non elettiva per il compositore, costruita
su una cameraderie a base di salsicce e birra tanto che «la
sua dissoluzione si è fatta in due giorni». Nell’epilogo la lettera
torna a farsi interessante:
In fatto di Lieder, non ho scritto gran che di nuovo, in compenso
mi sono esercitato in numerosi lavori strumentali: ho composto due
Quartetti e un Ottetto, e ho in mente di scrivere un altro Quartetto.
Soprattutto voglio in questo modo prepararmi la strada verso la
grande Sinfonia.
Su cosa volesse dire veramente Schubert con quest’ultima frase
gli storici si sono molto esercitati. Paumgartner esclude categoricamente
che queste composizioni, e soprattutto l’Ottetto «dovessero
essere considerate studi preparatori dal punto di vista tecnico
e formale, per un lavoro sinfonico a venire: esse sono puri esempi
di musica da camera, tutt’altro che Sinfonie in formato ridotto».
Giustamente, a nostro avviso, egli rovescia una pretesa valutazione
di modestia del compositore (ricordiamo che a quel punto Schubert
di Sinfonie ne aveva già composte sette, tra cui quella in Si minore)
quanto piuttosto «della superba coscienza dell’alto magistero raggiunto
nel campo della musica cameristica, cui dovevano seguire ora produzioni
sinfoniche di analoga compiutezza». «Più che ascoltar sic et
simpliciter questo lavoro, si vorrebbe piuttosto prendervi parte»
conclude Alfred Einstein la sua lunga analisi di questa composizione,
parole che ben descrivono il carattere di questo Ottetto che
«è musica da camera della più pura e della più delicata».
Il lavoro gli era stato commissionato dall’intendente dell’arciduca
Rodolfo conte Ferdinand Troyer, che era egli stesso compositore
e suonatore di clarinetto. Quando in primavera il lavoro fu eseguito
per la prima volta in un concerto privato, egli sostenne infatti
personalmente la parte del clarinetto, mentre gli altri strumenti
furono affidati a valenti musicisti di professione – una valida
testimonianza dello spirito democratico dell’aristocrazia viennese,
almeno in fatto di musica […] Fu probabilmente Troyer stesso che,
all’atto della commissione, impose la clausola che fosse «esattamente
come il Settimino di Beethoven». E in effetti il lavoro che
Schubert gli consegnò era tanto simile al modello famoso e ormai
popolare che ogni ascoltatore di allora dovette essere in grado
di cogliere divertito questa somiglianza. Identica è la composizione
dei fiati – clarinetto, corno e fagotto – (il settimino diventa
un Ottetto semplicemente perché Schubert aggiunge un violino agli
archi); uguale il numero dei movimenti – sei come in Beethoven –
uguale l’ordine in cui sono disposti come in un antico Divertimento.
Schubert plasma il suo Ottetto sul modello beethoveniano
(e, vista l’adorazione per il maestro di Bonn dovette essere un
piacere, più che una costrizione) non solo sul piano formale, ma
anche su quello del clima e dello stile: se nel ricordo degli ascoltatori
di questa sera vi è l’esecuzione che il Parma Opera Ensemble diede
del capolavoro cameristico beethoveniano la scorsa stagione, sarà
facile aggiustare la sintonia su questo nuovo brano. Se il Settimino
era però totalmente immerso nello spirito classico, con Schubert
non si può non trasentire uno spirito nuovo emergere da questa composizione
che di quella vuole essere un omaggio piuttosto che un ricalco.
Se il modello formale individuato da Einstein è quello del Divertimento,
pure questo si illumina di nuova luce, di «uno spirito nuovo che,
in mancanza di un termine più appropriato, possiamo definire «romantico»».
La successione dei brani, nella pur consueta alternanza di atmosfere
(il primo, dal carattere quasi di ouverture operistica, il
raffinato andamento del Minuetto, il lirismo dell’Adagio, le variazioni
del quarto tempo, su un’aria della sua Die Freunde of
Salamanka, i toni di danza popolare del quinto) afferma il carattere
complessivo di una composizione improntata ad un tono di straordinaria
felicità inventiva.
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