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venerdí 26 novembre 2004, ore 20.30 Turno B

CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

WOLFGANG AMADEUS MOZART
Più non si trovano, canzonetta in si bemolle maggiore K. 549
La partenza, notturno in fa maggiore K. 436
Mi lagnerò tacendo, notturno in sol maggiore K. 437

LUDWIG VAN BEETHOVEN
Da Lieder op. 99, Già la notte s’avvicina

JOHANNES BRAHMS
Liebeslieder-Walzer op. 52

FRANZ SCHUBERT
Der 23 Psalm (Gott ist mein Hirt)

BENJAMIN BRITTEN
A Ceremony of Carols op. 28

 

Maestro del coro
MARTINO FAGGIANI

CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

 

• Prima le parole...
Casa della Musica, giovedì 25 novembre 2004, ore 18.00

 

Ci accingiamo con grande piacere a questo primo tentativo di un concerto per coro solo qui, nell’Auditorium Paganini: un’esperienza densa di significato che viene dopo quella nella quale il Coro del Teatro Regio era già stato impegnato, insieme all’Orchestra del Teatro Regio, in una delle opere capitali del ‘900 italiano, il Coro di morti di Goffredo Petrassi, in un concerto diretto dal maestro Bruno Bartoletti.
In realtà non è facile ai giorni nostri, per lo meno in Italia, ascoltare un concerto per solo coro, e molte possono essere le cause di questa scarsa frequentazione, nonostante il fatto che la letteratura specifica sia forse la più vasta di tutta la storia della musica. Pensiamo solo a quale sia il patrimonio del repertorio corale anche solo dall’invenzione della polifonia fino al barocco, sia nel campo sacro che profano: un periodo lunghissimo e fervidamente produttivo che vede l’Italia protagonista. È con il periodo classico e romantico che nel nostro paese questa tradizione viene abbandonata, mentre invece mantiene intatta la sua vitalità, allargata ora ad un uso più quotidiano, casalingo quasi, e comunque esterno a quello liturgico prima prevalente, in area anglosassone e tedesca.
E viennese, forse più che in tutte le altre: come il programma di questa sera vuole esemplificare in maniera molto chiara. Piccole formazioni corali, un pianoforte, ed un repertorio che ora diventa quello del Lied corale. Oggi riproporre questa letteratura, così ricca di bellissime pagine dedicate a questa formazione dai più grandi compositori dell’epoca, richiede un lungo e serio lavoro preparatorio: affrontiamo il cimento con rispetto e soprattutto con amore per poter davvero esprimere ed ottenere un risultato musicalmente valido ed appetibile per il pubblico. Due condizioni che non è facile ottenere qui in Italia: ecco perché, consci di queste difficoltà, crediamo comunque che questo concerto sia un’occasione di grande interesse e importanza.
Per questa serata abbiamo studiato un programma che ha un filo conduttore non troppo nascosto: Vienna. La Vienna più grande, quella appunto di Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms, questi grandi compositori che attraverso il loro stile inconfondibile – e attraverso il modo di fare ed intendere non solo quella corale, ma tutta la musica in questa città che, per un lungo e cruciale periodo, è stata l’incarnazione stessa della musica– a questa formazione hanno dedicato pagine di grande bellezza e a piacevolezza. Autori che, come si può vedere, coprono un arco cronologico, ma soprattutto stilistico, molto ampio, partendo dal puro classicismo mozartiano, passando per quello beethoveniano, per arrivare al romanticismo schubertiano e poi di Brahms.
A collegare i primi due momenti del nostro programma - una serie di pagine che potremmo definire Notturni, di Mozart e Beethoven - sono i testi di Pietro Metastasio, uno dei più grandi, se non il massimo, dei poeti per musica del Settecento, tanto grande da esser utilizzato come «serbatoio» di sollecitazioni testuali da musicisti da lui ormai anche lontani, cronologicamente e stilisticamente. E i testi messi in musica in queste composizioni da Mozart e Beethoven sono veramente belli: il primo, ci fa immaginare cosa potesse essere la suggestione del paesaggio, della luce e della vita italiana per un tedesco di quell’epoca. Un assolato pomeriggio di primavera, due personaggi, a me vengono in mente Don Alfonso e la Contessa, che discutono sulla fedeltà. Mozart tratta il testo con totale maestria nell’uso dei colori, delle dinamiche, creando una sorta di Così fan tutte micronizzato, in cui la musica coglie lo spirito e la finezza dei sottintesi di questa ideale conversazione. Il secondo, La partenza, con quei toni malinconici, i soffusi colori pastello, un movimento lento e una melodia che è l’ennesima dimostrazione della capacità mozartiana di creare temi, sempre diversi e sempre bellissimi. Il terzo, Mi lagnerò tacendo, uno dei più utilizzati di tutta la storia della musica, una di quelle che Catullo chiamava «sciocchezzuole», una briciola del banchetto degli dei. Dopo queste pagine mozartiane, quella beethoveniana afferma il diverso carattere del compositore di Bonn: più a suo agio nella grande forma, Beethoven sembra aver bisogno dei più ampi spazi che questa gli offre per affermare compiutamente il suo stile. Il brano che viene qui presentato, e che risale alla fine del ’700, è però a mio avviso estremamente piacevole e interessante per comprendere come Beethoven tratti la forma corale: Già la notte s’avvicina è una sorta di barcarola che, nella sua struttura molto semplice, risulta particolarmente accattivante per il sommesso tono che la pervade.
Dopo questa pagina beethoveniana, il successivo passo cronologico è quello col quale il programma arriva a una delle sue punte, quel Salmo 23 messo in musica da Schubert (anche da Schubert, verrebbe da dire, essendo Gesù è il mio pastore uno dei testi, non solo biblici, più musicati in assoluto). Il giuoco, la libertà nel trattare la tonalità che Schubert afferma in questa composizione (in questo senso riprendendo idealmente il testimone mozartiano) dà un carattere particolare, un sapore quasi modale, che aggiunge un sapore in più alla dolcezza di questa musica stupenda, dal fascino e dal colore particolare, dalle ombre improvvise, che si rischiarano nella struttura a specchio, circolare, di una pagina che finisce come inizia.
Dopo Schubert (ma in questo programma precedendolo nell’esecuzione) facciamo un salto di quasi quarant’anni, passando ai Liebeslieder di Brahms: Furtwängler diceva che la grandezza di Brahms non stava tanto nel suo dominio della grande struttura, quanto nella sottigliezza delle nervature di cui è composta. Queste pagine credo siano la dimostrazione di questa affermazione, piccoli gioielli, frasi di un grande discorso svolto con affabilità e scorrevolezza, ma di cui ogni parola riveste un proprio, differente e ben stagliato, significato. Iniziano anch’esse come un dialogo tra uomini e donne, sguardi che si incrociano, il secondo, un siparietto quasi morale, o moraleggiante, il terzo quasi buffo, il tono come di una passeggiata per le strade del centro di Parma a occhieggiare le belle ragazze, il quarto, come le donne all’arcolaio dell’Olandese volante, il quinto ti porta invece, ed è la forza della grande liederistica al suo punto più alto, la capacità di dire cose grandissime, eterne, dentro la forma di una canzone, dall’andamento così apparentemente semplice: come nell’ottavo di questi Lieder brahmsiani, in cui la chiara luce che lo domina sembra ad un certo punto come attraversata da un’ombra, che getta tutto un altro significato; che poi scompare, così com’era venuta, ma con una naturalezza, una leggerezza d’andamento, che sono straordinariamente, meravigliosamente spontanee. E, dopo, un’assolata riva del Danubio, una ragazza che si affaccia alla finestra, o il seguente, il rinfrescante arioso scorrere di un ruscello che, nel giro di pochi secondi, ci trasporta in tutt’altra atmosfera. I due seguenti, contrasti amorosi, la gente cosa dirà, la primavera e le donne che cantano, il sole e la luce chiara e che poi si abbassa, la luna di una notte d’estate, ed arriviamo al cuore di tutto il ciclo, al numero in cui l’amore viene finalmente in primo, dichiarato piano, con tutta la forza e l’emozione. E poi, ancora l’amore, profondo come l’abisso, e la conclusione, a sorpresa, con un passerotto che saltella, come in un viottolo di campagna, dopo la pioggia. Insomma, un piccolo, grande capolavoro.
A concludere il programma, poi, un altro capolavoro, almeno per me, quella Ceremony of carols che testimonia della grandezza di un musicista come Britten che ha un ruolo tutto particolare nella musica del Novecento, che ha vissuto da protagonista. Sono musiche scritte durante la Seconda Guerra Mondiale, su testi medievali (una circostanza secondo me di grande significato per comprendere fino in fondo questa composizione) trattati con una maestria, una libertà, una leggerezza che riprendono quel filo, cui prima accennavamo, su queste come caratteristiche della più alta liederistica. Piccole, deliziose scene natalizie, che sarebbero tutte da ricordare: il Benvenuto, una sorta di raffinatissimo gioco d’incastri armonici per una Jingle bells da maestro, e poi Non c’è rosa, il tema della rosa una e trina, gli angeli che parlano in una sorta di nuova annunciazione mentre il mondo, sotto, pronuncia il suo Alleluja: di nuovo, la capacità di dire cose enormi con la massima (forse apparente) semplicità. Altre scene, come davanti al presepe, in un’atmosfera tipicamente inglese in cui sembra di sentir suonare le cornamuse, e poi un altro gioiello, una donna senza pari, come la rugiada in aprile, l’irruzione della gioia cui succede, senza soluzione di continuità, un bambino solo, apparentemente indifeso, che in realtà combatte contro Satana, in un triplo canone dal piglio guerriero. E poi un’altra pagina bellissima, Nella notte gelida d’inverno, la ricerca affannosa, sottolineata dal contrasto delle seconde, di un riparo, anche una semplice grotta, dove ricoverare il povero bambinello, un andamento in 5/4 che sembra imitare l’incespicare degli infreddoliti viandanti notturni. In fine, il Deo gratias, in ritmo quasi jazzistico, con melodie quasi modali, medievaleggianti, arcaicizzanti.
Concludendo con una vena di profonda umanità popolare un programma che, cominciato con l’aristocraticità delle pagine di Mozart e Beethoven (che però sa esprimersi con chiarezza e semplicità) era mano a mano penetrato in questo spirito attraverso quelle di Schubert e Brahms.

un incontro con Martino Faggiani
elaborato e redatto da Vincenzo Raffaele Segreto

 

 
Sala Auditorium