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mercoledí 27 ottobre 2004, ore 20.30 Turno
A
PAGANINI ENSEMBLE
Niccolò Paganini
Quartetto n. 2 in do maggiore
Quartetto n. 1 in la minore
Quartetto n. 7 in la maggiore
• Prima le parole...
Paganini, un archetto nel mondo
a cura di Roberto Iovino e Francesca Oranges
Casa della Musica, martedì 26 ottobre 2004, ore 18.00
Per esser stato uno dei musicisti più noti della sua epoca, e probabilmente
il virtuoso più celebre della storia, di Paganini non rimangono
poi molti ritratti. In compenso, moltissimi schizzi: la sua figura,
il suo modo di suonare e forse di essere, angoloso, fuggente, più
che sfuggente, velocissimo, la sua vita eternamente errabonda, evidentemente
si prestavano più ai rapidi tratti a matita dello schizzo che al
più meditato colpo di pennello. Molte le stampe (e molte, tra queste,
quelle satiriche o caricaturali, vendute in ogni angolo d’Europa)
come se la sottile linea tracciata dal bulino meglio sapesse coglierne
la mobilità che immaginiamo nell’espressione e nella figura.
Molti, moltissimi, i ritratti e gli schizzi tracciati a penna: da
scrittori, piccoli o grandi, poeti, anche da musicisti.
In un concerto come quello di stasera, che del grande Paganini ci
dà un ritratto a sua volta scorciato da una visuale meno centrale
di quella del violinista dei Concerti, dei Capricci o
delle grandi Variazioni, per portarci nel melodioso e più
tranquillizzante salotto della sua musica da camera, forse sulla
spinta di questo impulso possiamo un poco far parlare questi ritratti.
Non ha bell’aspetto. È di statura media e non ha portamento eretto.
È magro, pallido e cupo. Quando ride si nota che gli mancano alcuni
denti. Ride spesso e volentieri. La testa è troppo grande per il
suo corpo e il suo naso è a becco; i suoi capelli sono neri e lunghi
e sempre spettinati. La spalla sinistra è più alta della destra
probabilmente per il troppo sonare. Quando cammina fa ciondolare
le braccia... All’inizio pensai che il signor Paganini di Genova
fosse uomo sospetto, poco loquace e misterioso, così mi era stato
descritto. Invece era molto loquace e parlava quasi ininterrottamente.
Quando rideva si dava dei colpi sulle cosce con le sue mani asciutte.
È veramente brutto.
E con questo, il tombeur de femmes, colui che più tardi
sarebbe stato accusato di seduzioni multiple a dame e pulzelle di
ogni età, stato e condizione, è sistemato! Il ritratto è tracciato
da Matteo Nicolò de Ghetaldi, un magistrato siciliano che viveva
a Venezia, città spesso frequentata da Paganini.
Finalmente sul palco comparve una figura scura che sembrava uscita
dall’inferno. Era Paganini nel suo abito nero, la marsina nera,
il panciotto nero, di un taglio atroce come forse l’etichetta infernale
li prescrive nel regno di Proserpina; i pantaloni neri ciondolavano
paurosamente intorno alle sue gambe stecchite. Le lunghe braccia
parevano allungarsi ancora quando egli teneva in una mano il violino
e nell’altra l’archetto, così in basso che quasi toccavano terra
mentre egli sciorinava al pubblico i suoi incredibili inchini. Nelle
contorsioni angolose delle sue membra v’era una terribile legnosità
e nello stesso tempo qualcosa di pazzamente animalesco.
E questi è Heine, un temperamento che aveva trovato pane per i
suoi denti in una figura del genere: introducendo quell’aspetto
demoniaco che sarà l’attributo più consueto ad accompagnare Paganini,
accusato di svariati patti perpetrati col diavolo a discapito della
propria anima ma a vantaggio della propria arte…
Ma diamo ancora la parola ad un poeta: questa volta è il Foscolo,
per controbilanciare con un po’ di miele tutta la puzza di zolfo
che comincia a trapelare.
Ieri ser fui al suo concerto. Ella è un dio, e Omero stavami innanzi
agli occhi in mentre l’ascoltava. Il primo grandioso tempo rappresentava
l’approdar delle navi greche innanzi a Troia; l’adagio di tanta
nobiltà e grazia ad un tempo faceami tornare in mente il colloquio
tra Briseide ed Achille. Ma quando sentirò la disperazione e i lamenti
sul cadavere di Patroclo?
Col che ci rendiamo subito conto che i suoi, anche aulici, sostenitori
potevano nuocere alla sua immagine forse più che i detrattori!
Mai mi fu dato di ascoltare un fenomeno del genere. Egli iniziò
con un suono esile e gradualmente, in maniera impercettibile, il
suo magnetismo librò catene sopra l’uditorio. Dapprima esse vagavano
qua e là, poi i loro anelli si fecero più tentatori e legarono le
anime sempre più strette fino a fonderle in un tutto che stava compatto
di fronte al Maestro, quale contrappeso, l’uno a ricevere l’altro.
Per sentir finalmente parlare di musica, dobbiamo aspettare il
più grande dei musicisti-scrittori, Robert Schumann naturalmente:
che da un concerto di Paganini riceverà questa indelebile impressione.
Un’impressione che ben frutterà nella sua immaginazione, tramutandosi
nel migliore (almeno per noi) dei ritratti. Quello cioè che diventa
musica: Schumann fu infatti uno dei (e non pochi) grandi musicisti
che il più alto elogio di Paganini scrissero sul pentagramma, prendendo
a ispirazione le sue musiche. In particolare, gli dedicò uno dei
momenti del suo Carnaval e ne trascriverà dodici Capricci;
analogo omaggio gli fece in seguito Liszt (colui che qualcuno non
si peritò di chiamare «il Paganini del pianoforte»…) e pensiamo
poi a Brahms, Rachmaninov e agli altri.
Neppur il sommo Goethe sfuggì al suo fascino: «A tarda sera [e poteva
essere altrimenti - ci vien da dire irriverentemente - a che ora
Mefistofele va a trovar Faust?] Paganini venne a farmi visita con
il suo segretario e il figlio. Meravigliosa apparizione, almeno
per ora». L’impressione viene amplificata al momento del concerto,
quando Paganini gli appare, secondo quanto scrisse in una lettera
al suo severissimo mentore musicale Zelter, simile «a una colonna
di fumo e di nembi».
Non è il caso di continuare in questa raccolta, che potrebbe divenire
lunghissima, dato che tutti, all’epoca, si sono sentiti in dovere
di scrivere di Paganini: speriamo che già questi accenni siano stati
sufficienti a dare un’idea del «fenomeno» Paganini. Perché di ciò,
allora, si trattava, quando il suo valore musicale fu solo da pochi
individuato nella sua interezza e piuttosto nascosto, invece, proprio
dall’aspetto del virtuoso (così legato a quel particolare momento).
Del fenomeno, appunto.
Il fenomeno Paganini va invece visto in stretta relazione con quello
del virtuosismo che si affacciava prepotentemente sul primo Ottocento
europeo; un fenomeno nuovo alla sensibilità musicale sia degli
stessi esecutori che del pubblico di allora. È forse per la prima
volta che un artista come Paganini si identifica con il suo stesso
strumento al punto che né l’uno né l’altro risultano divisibili
o considerabili come due entità distinte. Si pensi al pianoforte
di Chopin o a quello di Liszt che esemplificano in maniera mirabile
questo strettissimo collegamento tra musica e strumento, sicché
l’una non sarebbe immaginabile senza l’altro. In sostanza, la musica
finisce per perdere quella qualità astratta che Bach, per esempio,
le aveva attribuito in certe sue opere (L’Arte della Fuga, L’offerta
musicale per citare quelle più note) e anela ad aggregazioni
sempre più esclusive con l’uomo. Il Romanticismo che Paganini incarna
in modo mirabile e sfaccettato in una Italia dominata dal melodramma,
in una Italia strumentale immatura, vede l’uomo al centro del mondo
anche se in perpetua ricerca di se stesso. Il mito del Wanderer
trova dunque un riflesso quanto mai vivido anche in questo musicista
genovese che compare come una meteora rutilante sui palcoscenici
di mezza Europa. Un ‘fenomeno’ si è detto, e tale va considerato
in tutte le accezioni linguistiche possibili.
Edward Neill, cui appartiene questa citazione che abbiamo voluto
mantenere nella sua interezza, inquadra bene la questione. Eccoci
arrivati dunque alle musiche di questo concerto: musiche in un certo
senso marginali, rispetto a quella che potremmo definire la struttura
centrale della sua produzione, quella dei Capricci e dei
Concerti, cioé. Marginali non in senso dispregiativo, sia chiaro,
ma oggettivo. Le differenze sono molteplici. La dedica dei Capricci
è esemplarmente esplicativa: «Alli Artisti». E ugualmente «alli
artisti» (anche se non in modo altrettanto chiaramente dichiarato)
e naturalmente in primis a se stesso, che ne era il primo
destinatario in quanto esclusivo esecutore, erano anche i Concerti.
La musica da camera era invece destinata all’uso e consumo dei dilettanti,
e da questa scelta (così ben corroborata dall’editore Ricordi) derivano
conseguenze linguistiche e musicali molteplici.
Questa sera ascoltiamo una scelta di Quartetti: e quest’ultima
aulica definizione non tragga in inganno quanti si aspettano una
discendenza dal modello classico viennese. Più che alla forma-sonata
classica bisogna piuttosto pensare alla sonata a quattro di epoca
molto precedente, in cui il seguito dei movimenti vede uno strumento
quasi solista, ovviamente il primo violino, accompagnato dai rimanenti:
cioé il contrario di quel modello di fusione dialogica che è l’essenza
dello spirito quartettistico classico. Lo svolgimento è spesso basato
sul principio della variazione, così caro a Paganini, e così adatto
a quel tipo di elaborazione di stampo belcantistico che gli è tipica
in questa formula.
Ma in realtà la forma delle opere paganiniane è sempre, su per
giù, la stessa; come è sempre una la loro ragion d’essere, uno il
loro scopo. Si tratta cioè, sempre, di una ricchissima lussurreggiante
stupenda fioritura di «Variazioni» sopra o intorno a uno o a pochi
nuclei tematici. Nelle opere di Paganini il tema vive, là dove primamente
si presenta, di quella vita che gli ha dato l’impulso, sensazione
o sentimento, onde è nato: ma poi esso non continua a vivere svolgendosi
in divenire continuo sino a una premeditata conclusione, sino a
toccare un limite corrispondente a un’intenzione conclusiva, ma
quante volte esso riappare, altrettante volte noi sentiamo che,
se pure ha mutato aspetto e apparenze, sostanzialmente è rimasto
sempre il medesimo. Questo è soprattutto evidente nelle opere concepite
intenzionalmente come «Variazioni» e come tali intitolate: ma lo
si può facilmente vedere anche esaminando le Sonate e i
Quartetti e i Concerti; nelle quali composizioni,
se Paganini è sempre non solo quel fantasioso e prodigioso inventore
di ritmi e di sonorità che è nelle Variazioni e nei Capricci,
ma è anche sempre sì schiettamente artista da dare a ogni sua variazione
tematica, persino ai passi di apparentemento mero virtuosismo, un
valore lirico.
In chiusura siamo ricorsi alle parole del musicista forse più lontano
(se non nella magrezza della figura) da Paganini, cioè Ildebrando
Pizzetti. E come epilogo, ci affidiamo invece ad un breve pensiero
del suo grande amico Rossini, per chiudere sorridentemente una pagina
destinata ad una serata che è soprattutto di pacificante, alto divertimento
musicale.
Solo due volte ho pianto in vita mia: quando un tacchino infarcito
di tartufi mi cadde accidentalmente nell’acqua e quando sentii suonare
Paganini.
Vincenzo Raffaele Segreto
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