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venerdí 28 gennaio 2005, ore 20.30 Turno A
Pianoforte
JONATHAN GILAD
Wolfgang Amadeus Mozart
Sonata in do maggiore K. 330
Sergej Vasil’evic Rachmaninov
Variazioni sopra un tema di Corelli op. 42
Franz Liszt
Sonata in si minore
Le sonate per pianoforte sono una parte importante della produzione
di Mozart, anche se alla sua epoca il piano era ancora considerato
uno strumento per dilettanti e, in conseguenza di ciò, anche le
sonate un genere minore. Mozart era un grande pianista e clavicembalista,
uno dei più grandi virtuosi della sua epoca, nonostante il termine
fosse ancora distante dalle connotazioni che assunse con la generazione
successiva. Infatti Mozart considerava Clementi, padre della nuova
tecnica pianistica che riscattò il pianoforte da ogni epigonismo,
un «mechanicus» privo di buon gusto e sentimento. Le prime sonate
del salisburghese furono scritte in uno stile che era debitore della
scrittura di epoca ‘galante’ e lo stesso strumento da lui usato
era ancora ben lontano da quello su cui avrebbe composto Beethoven
e dalla potenza raggiunta dagli Erard o dagli Steinway. Gli strumenti
preferiti da Mozart erano gli Stein, amati per l’omogeneità del
timbro: per questi furono dunque concepite le sue sonate, che prendevano
a modello soprattutto l’Italia e Parigi, e in particolare Karl Philipp
e Johann Christian Bach, figli di Johann Sebastian. La sua predilezione
andava soprattutto in direzione dell’arte leggera e aggraziata della
musica italiana, con un virtuosismo che non era mai forzato ma imponeva
comunque all’esecutore una pulizia di suono e una precisione non
facili da raggiungere. Oltre a Johann Christian, il preferito da
Mozart, anche Haydn fu modello per l’arte pianistica del salisburghese.
La Sonata K. 330 fu scritta a Parigi nel 1778, assieme ad
altre quattro il cui carattere è molto eterogeneo e vario: è forse
questo il momento del raggiungimento di uno stile più personale
e consapevole. La K. 330 è caratterizzata da un’atmosfera
piuttosto serena e giocosa, oscurata però dalle ombre dell’andante
cantabile.
La forma sonata ebbe, dopo Mozart, una vita ancora molto lunga
ma anche fortemente travagliata da quella ricerca di libertà e di
rinnovamento che divenne principio irrinunciabile a partire dal
Romanticismo. Del resto la figura di Beethoven, spesso considerato
dai romantici un precursore, aveva già indicato la strada per trovare
una voce assolutamente personale all’interno di una forma che si
era andata codificando nel momento stesso in cui cominciava a essere
negata. Ogni composizione di Beethoven trovava il modo per rispettare
la forma eludendo qualsiasi stereotipia: a volte, lo stesso espediente
che usciva dai confini della tradizione finiva per ribadirla negandola.
Questa era la strada che consentiva di realizzare quell’aspirazione
tipicamente romantica alla conciliazione di tradizione, passione
per lo studio della storia e del passato con l’esigenza di progresso
e di libertà inventiva. L’annoso problema dell’esaurirsi della vitalità
delle forme ampie, quali la sonata e la sinfonia, fu molto pressante
nella mente di Franz Liszt, specie dopo che questi lasciò la carriera
di virtuoso del pianoforte per ritirarsi alla corte di Weimar, dove
si dedicò alla composizione e si adoperò per far conoscere le nuove
correnti d’avanguardia della musica. La soluzione che si offrì alla
sua mente fu la medesima sia per le composizioni orchestrali che
per il pianoforte: la ‘forma ciclica’, che consentiva di porsi sulla
scia della forma sonata adottandone e, al tempo stesso, modificandone
i principi costitutivi. Un solo movimento di ampie proporzioni riassumeva
in sé, cioè, la tradizionale tripartizione della forma sonata (esposizione,
sviluppo e ripresa) assieme alla suddivisione in più movimenti,
trovando una nuova unità ed omogeneità attraverso il principio dell’elaborazione
tematica (altro debito nei confronti di Beethoven). Nelle prime
diciassette battute della Sonata in Si minore di Liszt, concepita
nel 1852-3, è già esposto, infatti, il materiale melodico su cui
si fonda l’intera composizione. Assimilabile per la concezione ai
poemi sinfonici scritti da Liszt negli stessi anni, in questa sonata
è stato spesso cercato un programma letterario e molti vi hanno
riconosciuto un riferimento ai personaggi faustiani di Goethe. La
sonata sarebbe, cioè, ispirata da un tema caro al compositore: quello
del dualismo, dello sdoppiamento della personalità in Faust-Mefisto
che ritorna in altre sue composizioni (la Faust Symphonie
del 1857 e i Mephisto Valzer). Ma anche senza un riferimento
extra-musicale, questa composizione, dedicata a Robert Schumann,
rimane un gioiello di coerenza che regge benissimo anche analizzata
da un punto di vista puramente musicale. Questa creazione risulta
innovativa anche per la libera concezione della tonalità, che diventa
qui facilmente ambigua, indugiando sui cromatismi ed evitando le
cadenze.
Una tradizione pluricentenaria prepara il terreno alle Variazioni
su tema di Corelli op. 42 di Rachmaninov: un tema che in realtà
già all’epoca di Arcangelo Corelli, che lo impiegò nelle sue Sonate
per violino pubblicate nel 1700, aveva alle spalle un’esistenza
più che secolare. La melodia non è altro che quella della ‘Follia’,
un canto di origine popolare, probabilmente portoghese, su cui molti
musicisti, già tra Cinquecento e Seicento, avevano esercitato la
propria fantasia creativa. La ‘Follia’ è forse il tema che vanta
una vita più lunga nella cultura musicale, essendo ancora molto
popolare all’epoca del romanticismo (anche Liszt lo impiegò nella
Rapsodie Espagnole, denominata Folie d’Espagne, e
Brahms lo cita in un sestetto). Rachmaninov ne riprese la versione
colta impiegata da Corelli, dedicando le Variazioni al violinista
Fritz Kreisler, la cui esecuzione delle composizioni settecentesche
doveva aver ispirato la creazione di Rachmaninov. Questa pagina
riesce ad ottenere una grande tensione emotiva nonostante lo stile
semplice imposto dal tema a cui, però, Rachmaninov non rimane sempre
strettamente fedele. La melodia originale è inizialmente riconoscibile
e il carattere si mantiene pacato e tranquillo; con la quinta variazione,
però, inizia un progressivo incalzare del ritmo che si fa sempre
più concitato. Il tema tende a dilatarsi: anche nelle variazioni
più moderne e ardite dal punto di vista armonico, rimangono, come
pilastri, le armonie di base, solo diradate, rarefatte e intercalate
da passaggi virtuosistici che si espandono fino a tramutarne il
carattere. Poi, gradatamente, la modernità della concezione timbrica,
armonica e ritmica si fa strada e prende il sopravvento, alterando
progressivamente il tema che risulta sempre meno riconoscibile.
Il culmine si raggiunge alla metà della composizione, dove un intermezzo,
quasi una cadenza, fa da ponte verso la seconda parte delle variazioni.
Qui la melodia del tema viene ripresa, ma ornata con melismi quasi
orientaleggianti e poi trasposta in maggiore. La variazione in maggiore
fu definita da Alfred Swan, il primo ad ascoltare l’opera di Rachmaninov
nel 1931, un notturno «amabile e lussurioso», che però ha vita breve,
subito incalzato dal ritorno al Re minore. La coda ci conduce ad
un esito che non è né un climax né un ritorno alle origini
del tema, piuttosto apre una nuova prospettiva, terminando su un
tono meditativo.
Lucia Brighenti
(inizio pagina)
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