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Teatro Regio di Parma
domenica 3 aprile 2005, ore 20.30 Turno A
martedí 5 aprile 2005, ore 20.30 Turno B
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO
REGIO DI PARMA
Luigi Cherubini
Requiem in do minore
Igor Stravinskij
Oedipus rex, opera-oratorio in due atti
Edipo DONALD KAASCH
Giocasta SONIA GANASSI
Creonte, Il Messaggero MICHELE PERTUSI
Tiresia GIACOMO PRESTIA
Il pastore SAMUELE SIMONCINI
Voce recitante LUCILLA MORLACCHI
Maestro del coro
MARTINO FAGGIANI
Direttore
BRUNO BARTOLETTI
• Prima le parole...
Casa della Musica, sabato 2 aprile 2005, ore 18.00
La Messa da requiem per Luigi XVI, ormai passata negli elementi
della storia musicale sotto il titolo di Requiem in do minore,
è l’opera di Cherubini più conosciuta, quella più frequentemente
eseguita e quella più profondamente studiata da critici e da biografi.
Dinnanzi alla sua pura grandezza tutti si sono inchinati e tutti
hanno superato le riserve soggettive, le presunzioni stilistiche,
le antipatie personali. Ogni relatività storica è caduta per far
posto all’assoluto dell’arte; e tutti coloro che potevano usufruire
di un buon paio di orecchie hanno sentito in questo Requiem
la presenza di un linguaggio eterno, di quel linguaggio cioè che
dissolve il fumo greve dei vocaboli e fa rivivere il nudo pensiero,
vittoria totale sulla parola perché sa costringerla, sempre, al
suo vile ufficio di mezzo.
Nel Requiem in do minore, come in tutte le opere immortali,
noi soggiaciamo ai miracoli di Dante, di Shakespeare o di Goethe.
Non abbiamo più tempo per inserire fra le parole del poeta la nostra
realtà personale, per contrapporre il nostro mondo (quello in cui
viviamo con determinati usi e costumi, con determinati modi di parlare,
con determinati giudizi obbligatori) al mondo del poeta, più grande
e più rapido della nostra capacità reattiva.
L’istante di proroga, necessario allo spirito critico per orientarsi
e addentare, non ci viene concesso. Noi ruotiamo, impotenti a resistere,
nell’orbita inesorabile del maestro e diveniamo molecole del suo
universo preciso e compatto.
Giulio Confalonieri, sue le parole che abbiamo posto in apertura
di questa breve introduzione all’esecuzione del capolavoro cherubiniano,
non lesina superlativi assoluti nell’assertività della sua dichiarazione
d’amore per questa composizione (e per tutto l’autore, in realtà,
cui ha dedicata una monumentale monografia). Certo, l’ascolto di
questa pagina difficilmente ci può trovare lontani da questi giudizi:
caso mai, ogni volta un poco stupiti che una composizione di così
assoluta bellezza non sia più spesso eseguita. Scriviamo queste
righe mentre nel compact gira l’esecuzione diretta da Toscanini:
un cofanetto di due dischi che raggruppa, insieme al Requiem
cherubiniano, quello di Giuseppe Verdi. E un sospetto ci viene
spontaneo, sicuramente erroneo e superficiale, però ugualmente affiorante:
che la “colpa” (non ci sono virgolette che bastino, per evidenziare
l’inadeguatezza della parola, la sua inappropriatezza) sia proprio
di questa grandiosa pagina verdiana, che con la sua schiacciante
forza drammatica ha estromessa l’altrettanto grandiosa, ma di una
drammaticità più distillata, meno “esibita”, composizione di Cherubini,
togliendola dalla frequentazione concertistica consueta. Dove ritorna,
in realtà, ogni volta ammirata e apprezzata, ed ogni volta suscitando
lo stesso perplesso quesito su come mai, in realtà, non si possa
più spesso ascoltarla dal vivo. Ringraziamo dunque la possibilità
che questa sera ci viene offerta dalla Stagione Concertistica del
Teatro Regio, e il maestro Bartoletti che ne è tramite e fomite,
per ascoltare questo Requiem, oltretutto in un confronto
così ricco di suggestive e propositive implicazioni con l’Œdipus
Rex di Stravinskij.
Opera d’occasione, il Requiem cherubiniano, e come spesso
accadeva, nulla riflette, nell’ispirazione altissima della sua musica,
l’essere nata da una precisa richiesta: tutto il suo essere, di
uomo e di compositore, era pronto a soddisfare questa commissione.
Leggiamo ancora Confalonieri:
La commissione di scrivere la Messa funebre per Luigi XVI
vien data al maestro nel momento forse più felice della sua vita:
quando un ordine politico, nel quale egli crede, si va ristabilendo,
quando la sua posizione finanziaria è per la prima volta sicura,
seppure modesta, quand’egli ha appena accasato una figlia con un
giovane di suo genio e quando può lavorare finalmente in pace, lontano
dal teatro che gli ha sempre procurato dispiaceri. Nel “presente”
di Cherubini non vi è nulla, dunque, che possa riflettere i tetri
colori del Requiem.
Ma quest’uomo meditativo, che la personale natura inclina verso
il concatenarsi del pensiero scientifico, quest’uomo che possiede
appunto la lunga memoria dello scienziato o del filosofo, e che
ha tutto un universo suo proprio, custodito nel segreto e ferocemente
difeso dalle contingenze e dal tempo; quest’uomo non ha nessun bisogno
di eccitamenti esterni per mettersi in movimento. Tutta la sua vita
e tutto il suo passato si son risolti in idee; codeste idee egli
nutrisce da sé solo, nell’isolamento del suo pensiero e, così, è
sempre pronto, davanti a qualsiasi bisogno di interpretare e giudicare.
Avendo assai riflettuto, può sempre rispondere.
Nata dalla restaurazione, questa non è però certa musica di restaurazione:
inutile inseguire, e soprattutto in queste righe, le vicende umane,
quasi un romanzo, che hanno segnato le illusioni e le disillusioni
di Cherubini in terra di Francia, le speranze del “progetto italiano”
legato a Viotti, la necessità di prodursi continuamente nel settore
operistico facendo i (duri) conti tra la sua necessità d’autore,
che segna la sua evoluzione in una direzione che prosegue e radicalizza
in un certo senso l’esperienza gluckiana, con le esigenze e le richieste
di un pubblico che pretendeva ben altro, così come il più aulico,
potente, ed anche contrastato dei suoi committenti Napoleone (per
i rapporti del quale si potrebbe scrivere un libro).
La musica parla in queste pagine un linguaggio di un’eloquenza
assoluta.
Cherubini, autore prolificissimo anche se mai superficiale d’ispirazione,
ebbe un penchant che durò per tutta la vita col genere sacro.
Un interesse comune a molti autori operistici, anche i meno “sospettabili”,
del suo periodo, ma che egli coltivò da un’età talmente precoce
da far pensare che si trattasse di un vero e proprio amore, di una
passione vera e propria. «Il Requiem in do minore, scritto
in memoria di Luigi XVI e di tutte le vittime della Rivoluzione
(sono parole di Vittorio Della Croce) è una maestosa rievocazione
delle sofferenze di un’intera generazione, testimonianza diretta
di chi le ha vissute e lungamente meditate».
Nessuna prolusione, il discorso entra subito nel vivo: poche note
orchestrali, e poi il coro entra col suo Requiem aeternam
a dettare il clima, raccolto e pensoso, ma al tempo stesso solenne,
che permeerà di sé tutta la composizione. Disteso in grandi frasi,
che però non si elevano mai ad un tono drammatico, l’Introitus
et Kyrie si spegne, quasi, dopo il momento più intenso, con
le ripetizioni del “Kyrie eleison, Christe eleison”, in questo movimento
caratterizzato dal punto di vista timbrico dal non utilizzo dei
violini, e quindi da un colorito orchestrale piuttosto scuro.
Il tono meditativo del primo movimento prosegue nel più breve Graduale,
dalle caratteristiche, semplici, quasi nude linee melodiche.
Lo squillo solenne e perentorio delle trombe, il drammatico colpo
di gong seguente, ancor più inpressionante perché cade nel totale
silenzio dell’orchestra, danno inizio alla lunga sequenza del Dies
irae. Il tono si fa più concitato e drammatico, seguendo la
suggestione del testo, toccando alte vette di maestosa intensità,
come nel crescendo che porta all’esplosione del “Rex tremendae majestatis”
cui segue, in perfetta successione drammatica, il più raccolto canto,
quasi di pentimento e di invocazione di misericordia, che inizia
col “Recordare, Jesu pie” e si increspa ancora in altissima drammaticità
nel “Confutatis maledictis”, cui succede senza soluzione di continuità
un altro altissimo momento di intensa spiritualità musicale, l’”Oro
supplex”. Il “Lacrymosa” chiude infine questo grandissimo momento
rappresentato dal Dies irae: nel breve volgere di poche battute
sa trascendere dallo scandito, drammatico inizio, che riprende il
tono del movimento dal suo incipit, ad un superiore, rasserenato
clima.
Un forte, incisivo tema stagliato dagli archi dà inizio al successivo
pannello, quello dell’Offertorium: e qui risalta la capacità
di Cherubini di dare unità ad un discorso musicale che, visto da
vicino, è straordinariamente variato seguendo, e in questo passo
è ancora più nitido il procedimento, passo passo le suggestioni
testuali, con un utilizzo tra l’altro, di inusitata libertà, soprattutto
per quei tempi, della tavolozza timbrica dell’orchestra. Un esempio
per tutti, lo “sprofondare” suggerito dal testo nelle “poenis inferni
et de profondu lacu”, risolto efficacissimamente con un progressivo
svuotamento della densità orchestrale, nel quale il successivo “cadant
in obscurum” sembra galleggiare con il gelido terrore dell’eternità.
Altri gioelli si disseminano in questo ampio movimento, sempre in
questo caratteristico avvicendarsi di atmosfere e di procedimenti
formali che vengono continuamente mescolati: nell’unità dal molteplice
di una superiore, unitaria visione dell’impianto complessivo che
sempre più nel procedere della composizione, si afferma come una
delle sue caratteristiche più importanti e peculiari. La trionfante
e al tempo stesso solenne ripresa fugata del “Quam olim” conclude
grandiosamente questo gigantesco pannello.
Solennemente cerimoniale, ma anche internamente mosso il Sanctus,
che porta, ancora una volta con forte stacco emotivo, al breve sospeso
Pie Jesu, momento tra i più enigmatici per atmosfere e movenze
formali di tutta la composizione, per il quale riprendiamo brevemente
una frase del Confalonieri: «La volatilizzazione del ritmo,
l’insistenza d’attacco di ciascuna strofe, il lento concretarsi
dell’armonia e l’inaspettata cadenza d’uno dei periodi di mezzo
conferiscono al pezzo uno strano sapore, assolutamente estraneo
alla musica del tempo».
L’ultima parte della Messa, l’Agnus Dei, rappresenta
forse la summa delle indicazioni musicali, ma non solo, sparse
in precedenza per tutta la composizione: effusione di sentimento
senza sentimentalismo, drammaticità intensa senza mai cadere nell’esteriorità
della sua rappresentazione, forza espressiva raggiunta per sottrazione
invece che per addizione.
Affidiamo ancora a Giulio Confalonieri, che al contrario di noi
può esprimersi per superlativi assoluti, quello che a noi non è
concesso dire:
L’empito del dolore e il respiro cosmico della supplica raggiungono
una potenza inaudita; conciliano in perfezione beata la melodia
e l’armonia; stanno là, rivelati, davanti allo spirito dell’uomo.
Ma tosto ogni forza decade. Attraverso qualche residua ascesa, il
ritmo iniziale e la compattezza del coro si frantumano: ogni “forma
vitale si scioglie e passa all’eterno riposo”; “dallo sguardo delle
esistenze terrene tutto si allontana e sparisce”. Mai, forse, in
tutta la storia, compositore affrontò un così formidabile decrescendo.
Opera amata ed ammirata dai grandi musicisti, da von Bülow, che
la mette più in alto del Requiem di Mozart, a Brahms, che
lo giudica «meraviglioso», a Schumann, per il quale è «senza pari».
Finiamo in gloria col giudizio di un critico per il quale certo
non si può parlare di troppa condiscendenza nei confronti del compositore
fiorentino, Hector Berlioz:
Il Requiem in do minore è la più grande opera di Cherubini.
Nessun altro lavoro di questo grande artista può venirgli paragonato
per l’abbondanza d’idee, per la pienezza della forma, per l’ininterrotta
sublimità dello stile e per la costante verità di espressione. L’Agnus
Dei in “decrescendo” supera tutto quello che s’è mai tentato
nel genere. Anche la tecnica, originale ed energica, presenta un
valore inestimabile; la scrittura vocale è acuta e chiara, l’istrumentazione
colorita e potente, veramente degna di un così alto soggetto.
[…] Qui trovai, per caso, in una libreria, il libro di Joergensen
su San Francesco d’Assisi, opera della quale avevo già sentito parlare.
Leggendola, fui colpito da un passo che confermò una convinzione
profondamente radicata in me. Si sa che la lingua familiare del
Santo era l’italiana. Ma, nelle occasioni solenni, come la preghiera,
egli faceva uso del francese (provenzale? sua madre era provenzale).
Ho sempre ritenuto che negli argomenti sublimi si imponesse un
linguaggio speciale e non quello di tutti i giorni. Fu così che
mi posi alla ricerca della lingua che sarebbe stata più adatta all’opera
progettata e, finalmente, mi fermai al latino. Questa scelta presentava
ancora il vantaggio che avrei avuto a che fare con una materia non
morta, ma pietrificata, divenuta monumentale e immunizzata contro
ogni trivializzazione.
Tornato a casa, continuai a meditare sul soggetto della mia nuova
opera e decisi di scegliere uno fra i celebri miti della Grecia
antica. Quanto al libretto pensai che non avrei potuto far di meglio
che rivolgermi a Jean Cocteau, amico mio da lunga data, che viveva
allora non lontano da Nizza e che vedevo spesso. Sovente ero stato
tentato dall’idea di collaborare con lui. Ricordo che, una volta,
avevamo persino abbozzato insieme alcuni progetti; ma, per una
ragione o per l’altra, non avevano potuto essere realizzati. Avevo
visto recentemente la sua Antigone e m’era piaciuto molto
il suo modo di trattare il mito antico e di presentarlo in una forma
attuale. Cocteau possiede un eccellente senso del teatro. Sa mutuamente
scambiare i valori, vedere e sentire il particolare che, in lui,
assume sempre un’importanza capitale. Tale qualità si riferisce
sia al modo di disporre le parti degli attori, sia ai costumi e
fino ai più piccoli accessori. Ancora l’anno scorso ho avuto occasione
di ammirare queste qualità di Cocteau nella sua Machine infernale,
dove i suoi sforzi furono tanto felicemente assecondati dal
bel talento di Christian Bérard, che curò la scenografia.
Per due mesi fui in contatto continuo con Cocteau, a cui era molto
piaciuta la mia idea e che si era messo immediatamente al lavoro.
Di comune accordo avevamo scelto la tragedia di Sofocle Edipo
re. Tenevamo segreto il nostro progetto, per fare una sorpresa
a Djagilev, in occasione del ventesimo anniver-sario della sua attività
teatrale che doveva essere festeggiato nella primavera del 1927.[…]
Al principio del nuovo anno, ricevetti da Cocteau le prime pagine
del testo definitivo dell’Œ’dipus, nella traduzione latina
di Jean Daniélou. Lo aspettavo da mesi con la più viva impazienza,
avendo fretta di mettermi al lavoro. Le speranze che avevo riposto
in Cocteau si erano brillantemente realizzate. Non avrei mai potuto
augurarmi un testo così perfetto e che rispondesse meglio ad ogni
mio desiderio.
Man mano che mi immergevo nel libretto, le mie conoscenze del latino,
imparato al liceo, ma - ahimè! - abbandonato da tanti anni, risorgevano
in me. E, mercé il testo francese, la vecchia lingua mi tornava
familiare. Come avevo previsto, gli eventi e le figure della grande
tragedia si incarnavano, in modo mirabile, in questa lingua e, grazie
ad essa, acquistavano una plastica monumentale, una sovrana andatura
perfettamente proporzionale alla maestà che caratterizza l’antica
leggenda.
Che gioia scrivere musica su di un linguaggio convenzionale, quasi
rituale, di un livello così alto che si impone di per se stesso.
Non ci si sente più dominati dalla frase, dalla parola nel suo stretto
significato. Colate in uno stampo immutabile, che assicura a sufficienza
il loro valore espressivo, non richiedono più alcun commento. Così
il testo diviene per il compositore una materia puramente fonetica.
Diventa possibile scomporlo a volontà e accentrare tutta l’attenzione
sull’elemento originario che lo compone, vale a dire la sillaba.
Questa maniera di trattare il testo non era quella adoperata dai
vecchi maestri dello stile severo? Per secoli fu pure questa l’attitudine
della Chiesa nei confronti della musica, che si trovava così impedita
di cadere nel sentimentalismo e, quindi, nell’individualismo. […]
Durante il resto dell’estate e durante l’autunno e l’inverno, non
mi mossi più da casa, essendo completamente assorbito dal lavoro
per Œ’dipus. Man mano che penetravo nella materia, il problema
del “contegno” in un’opera musicale si poneva per me in tutta la
sua gravità. Adopero qui il termine “contegno” non nel significato
letterale della parola, ma in un senso più vasto, con una maggior
portata. Come il latino, del quale non ci si serve più nella vita
corrente, mi imponeva un certo “contegno”, così pure il linguaggio
musicale richiedeva una forma di convenzione che potesse trattenere
la musica entro termini rigorosi e impedirle di disperdersi secondo
le divagazioni, spesso pericolose, di un autore. Ed io mi imponevo
questa volontaria restrizione, scegliendo una forma di linguaggio
sanzionata dal tempo, per così dire omologata. La necessità di
una restrizione, di un “contegno” volontariamente accettato deriva
dal profondo della nostra stessa natura e si riferisce non solo
alle cose dell’arte, ma a tutte le manifestazioni coscienti dell’attività
umana. È l’esigenza di un ordine senza il quale non si fa niente
e con la scomparsa del quale ogni cosa si disgrega. Ora, qualsivoglia
ordine richiede una restrizione. Ma sbaglierebbe chi vi scorgesse
un ostacolo alla libertà! Al contrario il “contegno”, la restrizione
contribuiscono al suo sbocciare e non fanno altro che impedire alla
libertà di trasformarsi decisamente in licenza. Del pari, assumendo
una forma esistente e già consacrata, l’artista creatore non si
trova affatto limitato nella manifestazione della sua personalità.
Anzi, quest’ultima si sviluppa maggiormente e acquista un rilievo
più evidente allorché si muove entro termini convenzionali e determinati.
Ecco dunque ciò che mi indusse a valermi di formule anodine e anonime,
appartenenti a un’epoca lontana e ad applicarle in larga misura
alla mia opera-oratorio Œdipus, il cui spirito austero
e solenne vi si prestava in modo del tutto particolare.
Il 14 maggio 1927 posi termine alla mia partitura. Come già dissi,
si era deciso con Cocteau di far eseguire, per la prima volta, questo
lavoro entro il quadro degli spettacoli di Djagilev a Parigi, in
occasione del ventesimo anniversario della sua attività teatrale,
che cadeva appunto nella primavera di quell’anno. Nella nostra qualità
di amici, si voleva commemorare l’avvenimento, così raro negli annali
del teatro, che un’iniziativa di carattere puramente artistico
e senza alcuna speranza di vantaggi materiali avesse potuto conservarsi
per così lungo periodo di tempo e resistere a molteplici prove,
compresa la guerra mondiale; e ciò in grazia soltanto dell’indomabile
energia e della persistente tenacia di un solo uomo gelosamente
attaccato alla propria opera. Noi gli si voleva preparare una sorpresa
e si doveva mantenere il segreto fino all’ultimo momento; il che
non avremmo potuto fare se si fosse trattato di mettere in scena
un balletto, perché, in tal caso, la partecipazione di Djagilev
sarebbe divenuta indispensabile fin dal principio. Poiché inoltre
non avevamo né tempo né denaro per presentare Œdipus nella
sua forma scenica, si decise di eseguirlo in forma di concerto.
I solisti, i cori e l’orchestra ci procuravano di per sé delle considerevoli
spese e il nostro progetto non avrebbe mai potuto realizzarsi se,
anche questa volta, non fossimo stati aiutati dalla principessa
di Polignac.
La prima esecuzione di Œdipus Rex ebbe luogo il 30 maggio,
al Teatro Sarah Bernhardt, e fu seguita da due altre sotto la mia
direzione. Dovetti nuovamente soffrire a causa delle condizioni
in cui la mia opera venne a trovarsi: un oratorio tra due atti di
balletto. Naturale che il pubblico, venuto per applaudire uno spettacolo
di danza, sia stato sconcertato da questo contrasto e si sia dimostrato
incapace di concentrarsi in un’attenzione puramente musicale. Per
questa ragione le ulteriori esecuzioni di Œdipus - come opera,
sotto la direzione di Klemperer a Berlino, quindi in forma di concerto,
sotto la mia direzione, a Dresda, a Londra e a Parigi nella Sala
Pleyel - mi procurarono una soddisfazione molto più completa.
Impossibile sottrarsi – noi non ci abbiamo neanche provato – al
fascino dato dalla possibilità di avere il compositore stesso come
guida narrante della nascita e del significato di una sua opera:
e il racconto di Stravinskij, come sempre scarno e disadorno, quasi
in terza persona, è perfetto in questo senso, soprattutto perché
di questo suo emblematico lavoro ci fornisce le migliori e più approfondite
chiavi di lettura. Assolta dunque la necessità di fornire una inquadratura
storica al “fatto”, poche parole, poiché tra poco sarà la musica
stessa a prenderci per mano, per parlare di questa composizione.
Questo è senza dubbio uno dei testi chiave di Stravinskij – scrive
André Boucourechliev – attraverso il quale la sua intera produzione
assume la giusta prospettiva: vi si precisano quell’esigenza del
sacro e quella ricerca dell’universalità del linguaggio che abbiamo
a lungo ricordato, e nel contempo vi si scorge la condanna della
loro antitesi, l’“individualismo” che qui risulta ancora più condannabile
del “sentimentalismo”. Vi si esprime anche quella nostalgia del
passato, dei “vecchi maestri dello stile severo”, dalla quale, al
di là della diffidenza per l’io romantico, si sprigiona il
desiderio di integrarsi nel concerto universale, foss’anche a prezzo
dell’anonimato. L’unico luogo abitabile di questa ricerca è la convenzione,
lo “stampo immutabile”; e il suo effetto sul linguaggio è, agli
occhi di Stravinskij, liberatorio. Infatti la convenzione, nel momento
stesso in cui svuota la musica da ogni connotazione, da ogni sottomissione
all’affetto, nella composizione vocale libera la parola stessa dal
significato, la restituisce al musicista come puro significante:
“una materia esclusivamente fonetica”.
Culmine dell’esperienza neoclassica stravinskiana, quella dell’Œdipus
è la prima partitura nella quale ritorna, dopo le monumentali opere
“russe”, l’organico completo dell’orchestra sinfonica. Un’orchestra
nella quale rivive però il frutto raccolto dalla nuova frontiera
aperta dall’autore nell’utilizzo delle formazioni cameristiche che
contraddistinguevano questo nuovo periodo: un’orchestra cioè nella
quale l’utilizzazione dei gruppi strumentali che la compongono,
a volte come “timbri puri”, sembra trasformarla in un gigantesco
ensemble cameristico. «All’interno di queste cornici formali
– citiamo un passo dell’analisi di Roman Vlad – la materia musicale
si rapprende in blocchi che si giustappongono senza connessioni
tematiche, in una monumentale architettura sonora. Alla stereotipia
armonica corrisponde sovente la rigidezza delle strutture ritmiche».
Abituato da tempo a far scalpore, prima con la selvaggia irruzione
della grande orchestra dei suoi lavori “russi”, poi con la virata
nel terso territorio della musica “al quadrato” del periodo neoclassico,
Stravinskij con quest’opera, per suscitare scalpore – al di là degli
intenti scandalistici – ricorre a tre elementi essenziali mutuati
dalla tradizione, «l’adozione della forma a pezzi chiusi, la semplificazione
dell’armonia, il ritorno alla grande orchestra». Massimo Mila spiega
con chiarezza questi che sono i temi principali dell’opera:
Punto primo: l’Œdipus Rex è un seguito di arie, spesso col
da capo, duetti, concertati, cori tradizionali. Per contro, dal
melodramma settecentesco non viene accolto il recitativo: le sue
funzioni esplicative sono assegnate alla prosa francese dello Speaker.
L’adozione delle forme chiuse è coerente con l’estetica teatrale
di Stravinskij, il quale non ha mai fatto mistero della propria
antipatia per la concezione wagneriana del dramma musicale, sciolto
nella continuità della melodia infinita, senza netti contorni formali.
Il ricorso alla forma chiusa implica di conseguenza il secondo punto,
semplificazione dell’armonia. Mentre il discorso musicale continuo
del dramma wagneriano approfondisce l’armonia attraverso concatenazioni
sempre più sottili, elusive e lontane, le simmetrie formali dell’aria
si giovano di relazioni tonali semplici. Uno schema elementare come
A-B-A è efficace solo a condizione che la differenza tonale tra
A e B sia evidente, chiara come il sole: tonica e dominante, tonica
e sottodominante, oppure minore e relativo maggiore. Immaginate
un trittico pittorico, oppure la facciata di una cattedrale con
un corpo centrale più alto e due laterali più bassi: l’armonia generale
richiede che tra il pannello centrale e gli altri due ci sia una
differenza ben visibile, di cui l’occhio possa cogliere immediatamente
la proporzione aritmetica. Così l’armonia dell’Œdipus Rex è
costruita con blocchi tonali massicci, accostati l’uno all’altro,
nei quali rimangono, come pietrificate, le vecchie relazioni tonali.
Ciò ne asseconda la staticità di dramma epico, assai più che psicologico,
tragedia che non si gioca tra uomo e uomo, ma tra l’uomo e il fato.
[…] Va da sé che questo aspetto della semplicità armonica fu uno
di quelli che stupirono i contemporanei. Nel 1927 moderno era sinonimo
di stonato, difficile e dissonante. Invece l’audacia di Stravinskij
nell’Œdipus Rex si limitava – come osservò Casella – a perfezionare
quel “procedimento – già posto in opera nei lavori precedenti, ma
particolarmente nella Sonata per pianoforte – che consiste
a sfasare talune parti per rapporto ad altre (tonica contro dominante,
o viceversa)”. […] Stupì anche il ricorso alla grande orchestra,
che Stravinskij aveva abbandonato dopo il Sacre du printemps,
dando vita con l’Histoire du soldat, con l’Ottetto
e con Noces alla moda dei piccoli complessi. Lo stesso stava
facendo Schönberg, passato dall’immenso macchinario sinfonico dei
Gurre-Lieder all’essenzialità di Pierrot lunaire e
della Sinfonia da camera. […] D’altra parte è osservazione
comune che l’orchestra di Œdipus Rex è grande sì, ma filtrata
attraverso le esperienze recenti di piccoli gruppi strumentali,
ed esclude ogni ritorno al gigantismo straussiano. Al contrario,
il primato vocale è incontestato nell’Œdipus, come non s’era
ancora manifestato nell’arte di Stravinskij.
Brevissimamente, il percorso d’ascolto di questa composizione dalla
assoluta concentrazione: la Voce recitante dà inizio al racconto
presentandone, in tono quasi spersonalizato (il testo inglese rende
bene il suo ruolo, chiamandolo “speaker”), l’assunto. Quasi spiazzati
da questa introduzione in tono tranquillo, ancora più d’effetto
è la deflagrazione del suo incipit, che invece ci fa quasi
precipitare in medias res, l’invocazione del popolo ad Edipo
di salvarlo dalla peste che affligge Tebe. Il discorso poi si frantuma
e si calma quasi, in attesa dell’entrata del primo solista, Edipo,
il cui canto, al contrario di quello compattamente drammatico del
coro, quasi incentrato su di una sola nota, è «ricercato, lezioso,
un poco effeminato nella ricchezza melismatica della voce tenorile»,
come impietosamente scrive Mila, lanciandosi in volute melodiche
che ne denunciano la colpevole vanità. Altrettanto spersonalizzata
è la presentazione che la Voce recitante fa di Creonte, il prossimo
personaggio: che appare più operistico, nel senso che noi conosciamo,
un baritono drammatico che vuole affermare la sua forza nel ritmo
marziale dell’orchestra e nelle fanfare di ottoni che la punteggiano.
Senza soluzione di continuità, alla voce di Creonte subentra quella
di Edipo, che si lancia in una nuova aria punteggiata a tratti dagli
interventi del Coro: egli risolverà l’enigma ormai posto. Ma l’incontro
con Tiresia, l’indovino che non seppe risolvere, al suo contrario,
l’enigma della Sfinge, è drammatico. Per un attimo Edipo abbandona
il suo canto ornato, e nello scambio di accuse con Tiresia la sua
voce si lancia in punte di grande tensione, ricorrendo anche al
parlato. Un grande coro, luminosamente interpuntato dagli ottoni,
saluta l’arrivo di Giocasta.
La ripresa del coro di gloria apre il second’atto, quasi a confermare
il carattere fittizio della suddivisione. Da questo punto in avanti
si può dire che la musica si monda d’ogni traccia di snobismo. La
violenza del dramma antico se ne impadronisce e la tende sopra una
concitazione di ritmi assillanti. Addio oggettività, addio immobilità
statuaria, addio restaurazione dell’oratorio antico! Non oratorio,
ma opera: melodramma. Non Seicento, ma Ottocento. Un nuovo dio della
musica rovescia G. F. Händel col suo parruccone e lo soppianta:
è Giuseppe Verdi, quello più infuocato e perentorio, il Verdi del
Ballo in maschera, il Verdi di “Sento l’orma dei passi spietati”,
quello che s’impadronisce delle parole e le impasta, le macera,
le tritura nell’ineluttabilità dei suoi ritmi pulsanti, dove il
dramma ansima e urge fino a far saltare il cuore in bocca.
Non saremo certo noi ad accusare Mila di troppa verdianità, certo
in questa sua analisi egli si spinge molto il là: ma il “cambio
di marcia” che Strawinskij opera in questo secondo atto è innegabile.
La grande aria di Giocasta è una vetta di tutta la composizione,
vero catalogo delle possibilità drammatiche della voce femminile:
momento culminante dal punto di vista musicale, ma anche drammaturgico.
Il duetto con Edipo è straordinario, in entrambe le direzioni: in
lui si insinua la paura, e Giocasta vanamente cerca di vincere la
sua fede negli oracoli. La Voce recitante introduce a questo punto
due decisivi personaggi, il Pastore ed il Messaggero: il primo,
è l’unico testimone dell’assassinio, ed il Messaggero reca la notizia
della morte del re Polibo, di cui Edipo è figlio soltanto adottivo.
Il loro drammaticissimo racconto è accompagnato da un’orchestra
diradata, due fagotti che sembrano una zampogna pastorale, un timpano
lontano che sembra un cuore, o un destino. È il momento dello scioglimento
degli enigmi, almeno per Giocasta, che capisce che Edipo è il figlio
che lei ha avuto da Laio, allontanato e abbandonato al suo destino
sul monte, a cercare di evitare la sentenza dell’oracolo che Laio
sarebbe stato ucciso da suo figlio. Pastore e Messaggero si allontanano,
portatori neutri e quasi beffardi di un destino tanto nefasto: la
verità è ormai chiara, ed Edipo infine la dichiara, prima di tutti
a se stesso: “Nacqui da chi non lice, giacqui con chi non lice,
uccisi chi non lice. S’è fatta luce!”. «Conosciamo pochi esempi
in tutta la storia della musica – scrive Roman Vlad, quasi facendo
eco a parole molto simili di Alfredo Casella – in cui mezzi formali
così semplici vengono resi capaci di comunicare un’emozione così’ec
intensa e profonda. Qui le più irrigidite formule ridiventano per
un momento forme vitali: una semplice triade minore riconquista,
forse per l’ultima volta, un potenziale espressivo di cui sembrava
svuotata da decenni, se non da secoli».
L’Epilogo è un lungo addio ad Edipo: rientra il Messaggero, annunciando
il suicidio di Giocasta. La scena prosegue col Coro che narra l’accecamento
autoinflittosi da Edipo con la sua fibbia d’oro in un crescendo
ritmico interpuntato dal ripetuto grido del Messaggero “È morto
il divino capo di Giocasta”.
Ma forse l’addio più tristemente significativo era già stato dato
dalla spersonalizzata voce del Narratore: “Addio, addio infelice
Edipo! Addio Edipo; ti abbiamo amato”.
Vincenzo Raffaele Segreto
(inizio pagina)
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