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giovedí 4 novembre 2004, ore 20.30 Turno A
venerdí 5 novembre 2004, ore 20.30 Turno B
ORCHESTRA DEL TEATRO REGIO
DI PARMA
Hector Berlioz
Il carnevale romano. Ouverture op. 9
Ferruccio Busoni
Fantasia indiana per pianoforte e orchestra,
op. 44 Kind. 264
Johannes Brahms
Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 73
Pianoforte
MASSIMILIANO DAMERINI
Direttore
JOHN FIORE
• Prima le parole...
Casa della Musica, mercoledì 3 novembre 2004, ore 18.00
«Io sono un classico. Romantico? Non so che significhi. Per arte
classica intendo un’arte giovane, vigorosa e sincera, appassionata,
amante delle belle forme, perfettamente libera.»
La definizione più consueta che si fa di Berlioz è che si tratti
di una personalità umana e musicale sfuggente ad ogni definizione:
certo che questa sua lapidaria autobiografia sentimentale non ci
aiuta di sicuro a uscire da questa impasse!
«Tutto inganna in lui, persino il suo fisico. Chi, dai suoi ritratti
o dall’alone di leggenda che lo circonda, non se lo immagina
bruno come i meridionali, con i capelli nerissimi e gli occhi ardenti?
Invece era biondo e con gli occhi azzurri, «Due occhi incavati e
penetranti che a volte si velano di malinconia e di languore.»
(Joseph d'Ortigue, Le balcon de l’Opera, 1833) Una
criniera di capelli, «un immenso ombrello di capelli che strapiomba
come una mobile tettoia sopra un becco d’uccello da preda».
(E. Legouvé, Soixante ans de souvenirs). Una fronte alta,
già solcata da rughe a trent'anni. La bocca grande e sottile, con
le labbra strette, increspate agli angoli da una piega severa. Il
mento prominente, la voce piuttosto grave. «Una conversazione disuguale,
brusca, spezzata, violenta, a volte espansiva, più spesso trattenuta
e rude». (Joseph d’Ortigue, op. cit.) Di corporatura
media, agile, ben proporzionata, sembra molto più alto, quando è
seduto. Magro, angoloso, continuamente in movimento, ha conservato
sempre, fino a sessantacinque anni, il gusto tipico degli abitanti
del Delfinato per l’alpinismo, la passione per le camminate,
le ascensioni, i vagabondaggi. Una salute di ferro che egli stesso
rovina con le privazioni, le stravaganze, le corse sotto la pioggia,
le dormite all’aperto, a volte anche con la neve. In questo
corpo di montanaro, robusto, secco e resistente, un animo ardente
e debole, il cui sentimento più forte, più costante, più tormentoso,
fu un maledetto bisogno d’affetto [...] Amare, amare, essere
amato: darebbe tutto per questo. Ma, il suo, è l’amore di
un adolescente, incapace di vedere l’essere amato com’è,
incapace di vedere se stesso. Niente, in lui, dell’energica
e lucida passione dell'uomo vissuto, che vede l'oggetto della sua
passione senza illusioni, con i suoi difetti e, al caso, con i suoi
vizi e che l’ama per quello che è. Egli ama l’amore,
ama dei sogni, dei fantasmi sentimentali: è un fantasma lui stesso.
Fino all'ultimo resta «un povero fanciullo di dodici anni, distrutto
da un amore superiore alle sue forze» (Mémoires, 1, 11).
E da notare come quest’uomo, che visse così liberamente, con
numerose avventure, abbia sempre espresso castamente la sua passione.
Nelle sue immortali pagine d’amore - i duetti dei Troiani
o la «notte serena» di Romeo e Giulietta - c’è una
purezza verginale. Paragonate questa virgiliana tenerezza ai carnali
furori di Wagner? Non amarono forse in uguale misura? La sua vita
fu soltanto amore e tortura d’amore; e la frase desolata dell’introduzione
della Sinfonia fantastica […] questa frase, una delle
più strazianti che abbia mai scritto, potrebbe servire da motto
a questa vita, divorata da tenerezza e malinconia, condannata a
una irrimediabile solitudine.»
Di questi tormenti d’amore, di queste sofferenze di vita
d’artista raccontate da Rolland, poco ritroviamo in questo
Carnevale Romano posto in apertura di programma come un magnifico
fuoco d’artificio musicale, come una sigla di prepotente padronanza
del linguaggio orchestrale, la cui tavolozza cromatica è utilizzata
in tutta la sua ampiezza a inseguire e raggiungere effetti prima
inauditi.
«Caratteristica» definisce l’autore questa sua pagina destinata
(ma ad libitum), a eventualmente aprire il secondo atto del
Benvenuto Cellini: caratteristica per l’uso di temi,
colori, e soprattutto ritmi che volevano essere, appunto, caratteristici
dell’ambiente romano nel quale quell’opera (in cui molto
della giovinezza del suo autore, del suo spirito indomabile ed amante
delle sfide impossibili era diventato autobiografia in musica) era
ambientata. Temi, colori e ritmi che, al di là di un «colore» locale
sapientemente ricreato, sono però tutta opera di Berlioz, che in
questa pagina scritta qualche anno dopo la prima rappresentazione
dell’opera (un fiasco colossale quanto le dimensioni e le
ambizioni dell’opera stessa) fa rifluire alcuni dei suoi momenti
più belli. Il primo tema dell’opera che risuona nell’ouverture
è quello del duetto del I atto tra Cellini e Teresa «Oh Teresa,
vous que j’aime plus que ma vie»: a esporlo, col suo caratteristico,
inconfondibile timbro è il corno inglese; a questo tema d’amore
segue invece quello, contrastante d’atmosfera, del vero e
proprio carnevale romano, il coro «Venez, venez, peuple de Rome»,
che sfocia nel travolgente ritmo di saltarello quando riprende il
ritornello «Ah! Sonnez trompettes». «È uno degli esempi più famosi
– scrive Francesco Sabbadini– della genialità orchestrale
di Berlioz, ove le componenti timbrica, ritmica e tematica trovano
una sintesi perfetta e si fondono in un costrutto sinfonico di cui
ben si ricorderanno autori come Rimskij-Korsakov in brillanti opere
quali il Capriccio spagnolo, tanto da poter considerare Berlioz
come degno e apprezzatissimo «antenato» della «scuola nazionale»
russa».
Composizione il cui successo fu sempre incontrastato: bissata al
debutto parigino nel 1844, addirittura trissata a Vienna l’anno
seguente.
«Indian Fantasy il lavoro più recente. Impiega motivi dei
Pellirosse del Nord America. Vuole essere anzitutto un pezzo
per pianoforte; inoltre vuole creare un equilibrio tra i due
corpi sonori (pf. e orch.) e un reciproco incontro. Consta di tre
parti che si susseguono senza interruzione: una Fantasia
(introduzione orchestrale, a solo di pianoforte, senza orchestra,
molto esteso, ripresa dell’introduzione orchestrale e breve
serie di variazioni); una Canzone formata da due canti; e
un Finale su tre motivi originali e uno mio. Il primo dei
motivi originali è impiegato già nella Fantasia. L’ultimo
dei tre è caratterizzato da un continuo alternarsi del tempo in
3/4 e 4/4. Il terzo movimento, vivace dal principio alla fine, termina
senza la solita coda (che annuncia la conclusione), come un incantesimo
che svanisce. La scala usata di preferenza nella Fantasia è la pentatonica,
che corrisponde ai tasti neri del pianoforte, ma vi appare anche
la scala zingaresca ungherese.
Non c’è programma, ma sollecitazioni poetiche, come la malinconia
della razza; un’immagine del Mississipi colta a volo dal treno;
un accenno a episodi guerreschi; colorito esotico.»
Come sempre, diamo la parola il più a lungo possibile all’autore
in veste di primo descrittore della sua opera: tanto più in questo
caso, quando, a raddoppiare la rarità e l’interesse dell’incontro,
sono sia il compositore, Ferruccio Busoni, musicista tra i più grandi
e rappresentativi di un’Italia «altra» da quella sancita e
ribadita dalle storie della musica, che a quel periodo, il trapasso
tra Otto e Novecento, continuano ben spesso ad affidare soltanto
l’eterna reincarnazione operistica, e la composizione, quella
Fantasia indiana che, tra le pur rare proposizioni delle
sue musiche, è addirittura rarissima. Rara ma emblematica di un
artista che visse sulla sua pelle una doppia divisione: quella tra
esecutore e compositore, e quella tra nascita italiana e filiazione
spirituale e culturale tedesca. La prima divisione, per la quale
lo possiamo confrontare con un altro celebre compositore-interprete
di quegli anni, Gustav Mahler, era tra l’essere uno dei più
acclamati pianisti della sua epoca, l’artista con la valigia
sempre in mano tra un recital e l’altro, tra una tournée
e l’altra di qua o di là dell’oceano, e il compositore
– che le sue musiche riusciva a far ascoltare, molte volte
solo grazie al prestigio dell’esecutore – sempre un
passo più avanti della sua epoca. Dell’»uomo di frontiera»,
diviso tra Italia e Germania in questa sorta di schizofrenia così
importante per definirne la psicologia e la creatività, raccoglieremo
più avanti testimonianze significative. Qualche parola ancora, invece,
riguardo la Fantasia indiana.
«Ieri sera ho debuttato qui [siamo a Londra, il 22 giugno 1920]
con un concerto orchestrale che ha avuto un successo straordinario:
Suite della Sposa sorteggiata, Fantasia indiana e Faust-Symphonie
di Liszt. Il programma doveva venir incontro al desiderio degli
organizzatori di conoscermi in veste di compositore, di pianista
e direttore d’orchestra allo stesso tempo, ed è stato un piccolo
problema combinarlo in modo che fosse chiaro e non risultasse frammentario.
Tra il pubblico alla Queen’s Hall c’era anche Bernard
Shaw. La London Symphony, che avevo a disposizione, è un’orchestra
assolutamente eccellente, suona virtuosisticamente e afferra rapidamente.»
Parlando di «successo straordinario» in questa sua lettera ad Andrae,
Busoni certo non mentiva, se le cronache riportano che la Fantasia
fu interamente bissata! Le prime idee riguardo questa composizione
nascono dalle sue ultime tournées negli Stati Uniti prima
dello scoppio della Prima Guerra Mondiale; una sua ex-allieva, Natalie
Curtis, aveva raccolto e studiato molti temi originali degli indiani
d’America, sottoponendoli al suo antico maestro in occasione
di una sua permanenza negli Stati Uniti: Busoni se ne entusiasmò
addirittura, e li usò per ben tre nuove composizioni, la Fantasia
che ascolteremo questa sera e i due libri del Diario indiano,
per pianoforte il primo, per piccola orchestra d’archi, fiati
e timpani il secondo. Viaggiatore instancabile, curioso insaziabile,
cosmopolita di natura, facile immaginare come questi richiami esotici
(che erano nello spirito del tempo, d’altronde) potessero
essere suggestivi per un Busoni sempre assetato di nuovi stimoli:
il risultato di questa ricerca, da lui portata, per citare almeno
un altro probantissimo esempio, nella musica per teatro, nella sua
Turandot, è altalenante. Di grandissimo spicco strumentale,
di grande presa all’ascolto, non sfugge però ad una chiosa
critica di cui Sergio Sablich è interprete severo.
«Pur evitando […] la caduta nell’esotico e nell’illustrativo,
Busoni non riuscì in questo caso ad abbattere le barriere di uno
stile ibrido e scomposto, affastellato ed eccessivamente elaborato,
troppo evidente e inconciliabile rimanendo la sproporzione fra il
materiale folclorico originario e i fini dimostrativi, a esso estranei,
a cui quel materiale doveva servire dimostrativamente […]
Questo vale soprattutto per la Fantasia indiana, con cui
Busoni si illuse di portare, attraverso un innesto artificioso,
nuova acqua al glorioso mulino del Concerto per pianoforte; mentre
ne venne fuori una partitura calata in una sensibilità tutta occidentale,
di stampo neoromantico, piena di colori accesi, di vigorosi intrecci
contrappuntistici e di virtuosismo da battaglia […].»
Nello spazio che ci rimane, ancora qualche voce importante e lontana
che ci parla di quell’altro aspetto così importante della
sua figura, quella cui già accennavamo di uomo di frontiera, di
uomo diviso tra due anime, due paesi.
«Un altro di questi uomini anfibi, posti fra due nazioni, era Ferruccio
Busoni, italiano per nascita ed educazione, tedesco di elezione.
Lo rivedevo ora, ma i suoi capelli eran grigi, e gli occhi venati
di dolore. "A chi appartengo?", mi domandò una volta.
"Quando la notte sogno, mi accorgo al destarmi di aver parlato
in sogno in italiano. Ma se poi scrivo, penso parole tedesche".»
Questo breve ritratto è di Stefan Zweig, il grande scrittore che
di quello scorcio di cultura fu testimone, interprete e protagonista
eloquentissimo. A lui fa eco un altro, meno noto oggi, scrittore,
Jakob Wassermann.
«Apparteneva a due nazioni: l’una era la sua terra, l’altra
la sua aria; là era cresciuto, ma soltanto qui poteva respirare.
Non poteva fare a meno di nessuna delle due, né rinnegare quella,
né rinunciare a questa. Al sud egli doveva la forma esteriore, al
nord quella interiore. Entrambe l’avevano sospinto in avanti,
ma non stava al centro di nessuna delle due, né nella patria naturale,
dove aveva trascorso l’infanzia e di cui aveva parlato la
lingua, né in quella d’elezione, che lo aveva formato e gli
aveva dato l’ambiente di lavoro e la coscienza di poter agire.
Cercò di ricomporre i frammenti del dissidio, lavorando a questo
scopo per tutta la vita. Era animato da una convinzione intima,
che come uomo tra due razze avesse da compiere una missione di mediatore
indirizzata verso un futuro lontano. L’ultimo decennio della
sua vita lo pose di fronte alla prova più ardua che a un uomo di
tal genere e con tali sentimenti si potesse presentare. Angoscia
e disperazione lo colsero allo scoppio della guerra. […] Rimase
in Svizzera e aspettò. […] Poi, conclusa la pace, quando riebbe
quella libertà di movimento cui aveva dovuto rinunciare con ira
aspra e impotente, tanto che il suo animo sconvolto aveva spesso
cercato consolazione e oblio nel vino; quando questa prigionia in
un paese che lo serrava da ogni lato circondandolo con le sue montagne
come di un’alta muraglia ebbe finalmente termine, non si volse
verso la nazione vittoriosa, come avrebbe potuto senz’altro
fare e come i più al suo posto avrebbero fatto, ma scelse invece
quella sconfitta, atterrata, quasi proscritta, senza un attimo di
indecisione, senza pensare al vantaggio e alla convenienza. Questa,
mi sembra, è la sua azione umanamente più grande, e quando un giorno
sarà riconosciuta come tale non le mancheranno gli onori. La povertà
in cui è morto dopo aver vissuto per trent’anni come un gran
signore è quasi una trasfigurazione di questo gesto.»
L’ultima parola, quasi un epitaffio, a Sergio Sablich, lo
studioso italiano che più e meglio lo ha studiato: «Busoni sembrò
già in vita figura inafferrabile e problematica, senza un’identità
ben definita. Questa immagine si perpetuò ancor più netta dopo la
sua morte, ed è ancor oggi la sua immagine».
«Al suo apparire, la musica di Brahms fu considerata dalla borghesia
tedesca come affare di sua esclusiva pertinenza. Si vedeva nel suo
liederismo la continuazione di quello di Schumann, nella sua musica
strumentale la prosecuzione e la difesa della grande tradizione
dei classici, prima di tutti, di Beethoven. Alla fine del secolo
scorso, con la definitiva consacrazione della musica di Wagner e
con l’avvento di Strauss, Brahms passò in seconda linea, come
«reazionario». Con l’andar del tempo, però, si dovette constatare
che la maggior parte della «musica del futuro», così «attuale»,
invecchiava in modo sorprendentemente rapido e cominciava a coprirsi
di polvere e che la quieta musica di Brahms conservava intatta e
impregiudicata la sua vitalità. Vorrei qui considerare Brahms il
musicista oggettivo per eccellenza. In un tempo che tutto, intorno
a lui, tendeva all’»effetto», Brahms evita intenzionalmente
tutto ciò. Egli adopera l’orchestra con la rassegnazione di
chi ha il culto dei classici, senza avvalersi di quelle conquiste
wagneriane che avevano tanto affascinato i contemporanei. [...]
Natura in sé chiusa e piuttosto timida, spesso, di fronte alle sollecitazioni
esterne, non poteva far altro che reagire con modi bruschi. Il suo
bisogno d'indipendenza, la volontà di non lasciarsi turbare dalle
cose superflue, lo portavano a menar vita il più possibile inosservata,
quasi anonima. Egli si rifugiava addirittura in una specie di mimetismo,
compiacendosi sovente di un'autodenigrazione a metà fra ironia e
scetticismo. Ciò fu molte volte frainteso. C’era gente che
gli credeva davvero quando paragonava la sua posizione nella storia
della musica a quella di Cherubini. Brahms appartiene a quella stirpe
ciclopica di musicisti germanici cominciata con Bach e Haendel e
proseguita con Beethoven, caratterizzata dalla combinazione di una
gigantesca forza fisica con la più grande delicatezza e sensibilità.
Il suo carattere e il suo evolversi sono del tutto nordici. Mi è
sempre parso un discendente di quegli antichi artisti, diciamo Van
Eyck o Rembrandt, nelle cui opere si fondono intimità di sentimento,
fervore di fantasia, forza spesso impetuosa e meraviglioso senso
della forma. [...] Leggiamo che Brahms non avrebbe vissuto uno sviluppo
artistico paragonabile a quello di un Beethoven o di un Wagner.
Questo, naturalmente, non è vero. Se egli non conquistò, come costoro,
nuovi territori, questo fu perché, secondo il suo giudizio, non
ve n’erano più. Il suo divenire non fu tanto proiettato all’esterno
quanto verso l’interno. Le sue opere divennero sempre più
sobrie, dense, serrate e, nell’espressione, sempre più semplici.
Qui Brahms acquista un'inopinata attualità; egli fu il primo che
si rese conto che l’eterno progredire, nella musica (come
in genere nell’arte) è un’illusione. Egli ha dimostrato
che anche da ciò che è apparentemente conosciuto può scaturire il
nuovo, l’incognito, che anche contemplare e riesplorare terre
già scoperte può costituire un compito per il futuro, e quindi un’esigenza
sempre attuale.»
È Wilhelm Furtwängler a darci questo ritratto brahmsiano così significativo
e ancor oggi ricco di spunti: alla sua autorità non solo d’interprete
diamo dunque volentieri tutto lo spazio che serve, limitandoci a
fornire al pubblico di questa sera qualche notizia sulla composizione
che verrà tra poco eseguita, la Seconda sinfonia in re maggiore
op. 73.
Qualunque discorso su questa splendida pagina parte sempre dalla
sua nascita, così diversa da quella della sua più anziana sorella:
se infatti per portare a compimento la composizione della sua Prima
sinfonia occorsero a Brahms ben quattordici anni, pochi mesi
bastarono, l’estate felicemente spensierata del 1877 passata
lungo le sponde del prediletto lago di Pörtschach, per porre la
parole fine a questa nuova partitura che fu presentata, con esito
trionfale, il 30 dicembre di quello stesso anno, con Richter a capo
della Filarmonica viennese. «Ti farò sentire una sinfonia
così gaia e amabile che crederai sia scritta per te o per la tua
giovane moglie», scrisse Brahms all’amico Hanslick: e questo
sentimento di pacata serenità, se non di felicità, stemperata su
uno sfondo naturalistico nel quale davvero sembra di veder riflessi
i laghi e il verde della Carinzia, sono la definizione forse più
giusta per quella che venne chiamata a vicenda «sinfonia viennese,
mozartiana, ultima di Schubert, pastorale».
Due temi si confrontano e completano nel primo tempo, trattato nel
classico modo della forma-sonata: il primo, ampio e disteso, il
secondo, più malinconicamente raccolto, si susseguono e si sviluppano
nel lungo respiro di questo movimento che apre con maestà e dolcezza
questa che è la più lunga tra le sinfonie di Brahms.
Sono i violoncelli ad aprire, con un lungo, bellissimo tema, il
secondo tempo, Adagio non troppo: un susseguirsi di idee tematiche
e di spunti strumentali e timbrici porta a concludere il movimento,
dopo un avvicendarsi d’atmosfere, in un clima più dolcemente
rasserenato.
Un’unica invenzione tematica (a sua volta derivante da una
cellula del primo movimento), ma così sapientemente mossa da Brahms
nella variazione timbrica degli strumenti cui è affidata e ai cambi
di ritmo da sembrare nuova ogni volta, domina il terzo tempo, dal
passo quasi di danza.
Ampio, maestoso, a volte irruente, addirittura travolgente nei richiami
degli ottoni nel finale, l’ultimo tempo della Sinfonia,
Allegro con spirito, conclude questa partitura con una nota positivamente
affermativa.
Vincenzo Raffaele Segreto
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