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lunedí 7 marzo 2005, ore 20.30 Turno A
Violino
MASSIMO QUARTA
NICCOLÒ PAGANINI
(1782 - 1840)
Ventiquattro Capricci per violino solo op. 1
Andante in Mi maggiore
Moderato in Si minore
Sostenuto, Presto, Sostenuto in Mi minore
Maestoso in Do minore
Agitato in La minore
Lento in Sol minore
Posato in La minore
Maestoso in Mi bemolle maggiore
Allegretto in Mi maggiore, La caccia
Vivace in Sol minore
Andante, Presto, Tempo I in Do maggiore
Allegro in La bemolle maggiore
Allegro in Si bemolle maggiore, La risata
Moderato in Mi bemolle maggiore
Posato in Mi minore
Presto in Sol minore
Sostenuto, Andante in Mi bemolle maggiore
Corrente allegro in Do maggiore
Lento, Allegro assai in Mi bemolle maggiore
Allegretto in Re maggiore
Amoroso, Presto in La maggiore
Marcato in Fa maggiore
Posato in Mi bemolle maggiore
Tema con variazioni in La minore
L’esecuzione integrale dei Capricci di Paganini è da sempre
un arduo cimento per i virtuosi del violino. Tutte le difficoltà
tecniche vengono sviscerate in rapida successione: bicordi, trilli
doppi all’unisono, pizzicati con la mano sinistra, colpi d’arco
impensabili, accordi ampi, sfruttamento esaustivo del registro acuto
e dei suoni armonici si susseguono nel preciso intento di ottenere
dallo strumento ad arco ogni suono possibile, traendone timbri anche
non naturali. La ricerca del non detto, della novità è caratteristica
comune a molte composizioni paganiniane, ottenuta attraverso la
ricerca di possibilità tecniche fino ad allora inesplorate ma anche
mediante la forzatura del timbro, piegato a imitare i suoni della
natura e della vita quotidiana o le sonorità di altri strumenti,
come la tromba o la chitarra. Quest’ultima fu, d’altronde, una fonte
d’ispirazione sempre ben presente al musicista che ne era un virtuoso,
quasi alla pari del violino.
Questa forza innovativa dipese forse dal fatto che la tecnica di
Paganini fu acquisita in gran parte da autodidatta. Se da bambino
prese alcune lezioni dal maestro Giovanni Cervetto e fu assoggettato
dal padre alla rigida disciplina dell’enfant prodige, quando
solo dodicenne fu portato dal padre a Parma per seguire le lezioni
di Alessandro Rolla questi riconobbe che Paganini era già andato
oltre i canoni dell’insegnamento ufficiale. La mano del giovane
Niccolò presentava caratteristiche assolutamente uniche poiché era,
secondo quanto diceva l’amico e medico Francesco Bennati, «non più
grande di quanto deve essere, ma lui la raddoppiava con l’estendibilità
di tutte le parti. Così ad esempio imprimeva alle prime falangi
della mano sinistra, quelle che toccano le corde, un movimento di
flessione naturale, e questo con la più grande facilità, precisione
e rapidità». Rolla consigliò allora al ragazzino di perfezionarsi
nell’arte della composizione, cosa che fece seguendo le lezioni
di Gaspare Ghiretti e Ferdinando Paër. Anche da questo punto di
vista, del resto, Paganini fu più autodidatta che allievo, facilitato
soprattutto dalla sua capacità di assimilare velocemente le caratteristiche
della musica a lui contemporanea.
I Capricci sono la summa delle conquiste tecniche di Paganini,
tanto che essi furono inizialmente considerati ineseguibili. In
essi si trova il senso del virtuosismo trascendente che si realizza
nella perfetta fusione tra tecnica e fini espressivi. Paganini non
fu il primo a scrivere capricci: il termine era piuttosto antico
e generico indicando, già alla fine del sedicesimo secolo, una composizione
artistica che poteva essere musicale ma anche poetica o figurativa,
«in cui la forza dell’immaginazione prevaleva sull’osservanza delle
regole dell’arte» (questa la definizione data dallo scrittore Furetière
nel 1690). Gli organici e le forme così titolate erano dunque molto
vari, potendo riguardare sia componimenti vocali, come i madrigali,
che brani strumentali o misti. Nel Seicento fu molto diffuso il
capriccio per strumenti a tastiera, che divenne luogo di artifici
ritmici, contrappuntistici e cromatici: l’essenziale di questa forma
era la predisposizione verso l’eccezionale, ove la perizia tecnico-compositiva
di autori quali Frescobaldi, o della scuola napoletana, come Macque
e Trabaci, si univa alla fantasia, a improvvisi cambi di clima espressivo,
all’espressione barocca degli affetti e ad una maggiore libertà
ritmica lasciata all’interprete. Il Capriccio stravagante
per violino di Farina (scritto nel 1627) era addirittura una fantasiosa
composizione in cui lo strumento ad arco si cimentava nell’imitazione
di vari strumenti e del verso di animali come il cane, il gatto,
il gallo e la gallina. Nel Settecento il capriccio fu ancora frequentato
da compositori quali Bach o Händel ma iniziò ad acquistare importanza
la sua forma violinistica, che sempre più era informata ad un virtuosismo
mirabolante. Sicuramente importanti per Paganini furono i Concerti
cioè Violino solo con XXIV Capricci ad Libitum di Antonio Locatelli,
pubblicati nel 1733, che diedero a questa forma il significato di
espressione strumentale astrusa, enigmatica e ad alta vocazione
virtuosistica, e i Concerti per violino di Tartini, le cui
cadenze furono chiamate appunto capricci. Un altro polo d’attrazione
per la fantasia del giovane compositore dovevano essere stati i
Quaranta studi o capricci di Kreutzer e i Ventiquattro
capricci di Rode, ove il virtuosismo iperbolico si andava coniugando
con una più compiuta idea poetica.
I Capricci di Paganini furono terminati sicuramente entro
il 1817 e pubblicati da Ricordi nel 1820. Qualcuno ha ipotizzato
che fossero stati scritti in periodi diversi come presente donato
ad alcuni amici, e poi riscritti a memoria per l’editore. In ogni
caso essi portano la dedica del compositore “Agli artisti”, che
sottolinea il carattere non dilettantistico e la perizia richiesta
all’esecutore. Queste composizioni, infatti, contengono quasi tutto
il repertorio virtuosistico di Paganini, trasfigurato qui in una
varietà di atteggiamenti espressivi. Ogni capriccio sviscera un
problema tecnico, ampliando la gamma dei colpi d’arco, unendolo
però a trovate strumentali, armonico-ritmiche, modulazioni ardite
e audaci scarti tonali. La forma più impiegata per queste composizioni
è quella della sonata monotematica settecentesca (anche se in qualche
caso sporadico è possibile riconoscere l’uso di due temi). Il tema
unico aveva infatti il pregio di consentire un maggiore dispiegamento
delle possibilità virtuosistiche attraverso la variazione, dando
unitarietà alla composizione e permettendo all’autore di sbizzarrirsi
con soluzioni strettamente strumentali, senza preoccupazioni di
carattere strutturale. La mirabolante fantasia del compositore si
poteva così esprimere più libera da regole, alternando sezioni vivaci
ad altre più cantabili in cui il violino sembrava imitare la vocalità
operistica. Del resto l’opera fu spesso fonte di ispirazione per
Paganini, legato da un rapporto professionale e di amicizia con
Gioacchino Rossini. Egli impiegava spesso temi tratti dal mondo
della lirica per le sue variazioni, così come temi popolari di canzoni
e inni nazionali. In generale il materiale tematico era molto semplice
e scarno, dando così una maggiore libertà alla fantasia creativa
del genio della variazione. Alcune annotazioni scritte sulla parte
dei Capricci costituiscono, poi, un consiglio espressivo e una novità
leggibile come suggestiva anticipazione di quelle didascalie che
il romanticismo renderà comuni: si vedano, per esempio indicazioni
come “amoroso”, “agitato” o “posato”. Non mancano anche alcuni titoli
descrittivi come La risata, così chiamata per la discesa
cromatica per terze che ne caratterizza l’esordio, o La caccia,
in cui i bicordi diventano strumento onomatopeico di fanfare (un
tipo di composizione e di onomatopea che già apparteneva al barocco,
basti pensare a qualche sonata di Domenico Scarlatti). L’importanza
di queste composizioni per la storia della musica si può dedurre
dalla fama che godettero tra i musicisti romantici e novecenteschi:
esse furono fonte di ispirazione per Liszt, Schumann, Brahms, che
ne tradussero la scrittura per il pianoforte e più tardi per autori
quali Rachmaninov, Dallapiccola e Casella. L’ultimo Capriccio, che
riassume i motivi trascendentali di tutta la raccolta è stato oggetto
di variazioni elaborate da Brahms, Rachmaninov, Lutoslawski e Lloyd-Webber,
che ne utilizzarono il notissimo tema di testa.
Lucia Brighenti
(inizio pagina)
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