| |
mercoledí 9 febbraio 2005, ore 20.30 Turno
A
Pianoforte
KUN WOO PAIK
KAIKHOSRU SHAPURJI SORABJI
Le jardin parfumé, poème pour piano
CLAUDE DEBUSSY
Preludi (dal I libro)
Voiles
Le vent dans la plaine
Des pas sur la neige
Ce qu’a vu le vent d’Ouest
FERRUCCIO BUSONI
Andantino dal Concerto per pianoforte e orchestra K. 271
di W. A. Mozart (libera elaborazione)
CLAUDE DEBUSSY
Images (II serie)
Cloches à travers les feuilles
Et la lune descend sur le temple qui fut
Poissons d’or
ALEKSANDER SKRJABIN
Sonata n. 10 op. 70
Nei primi decenni del Novecento si snodarono diversi filoni di
scrittura pianistica, spesso sotterraneamente legati tra loro in
modo più o meno indissolubile. Le caratteristiche comuni erano la
ricerca di nuove vie musicali, che a volte non escludeva un forte
legame con il passato, e il filtrare nel linguaggio armonico e melodico
di idee filosofiche e mistiche. In questo panorama culturale, due
personaggi furono uniti da un legame indissolubile che andava al
di là del discepolato per il profondo rispetto e la consonanza di
pensiero tra i due artisti: Busoni e Sorabji. Il primo scoprì il
talento del giovane musicista indiano nel 1919, ascoltandone la
Sonata n. 1. Così descriveva, in una lettera, l’impressione
che ne aveva ricavato: «Una testa fine, non comune, nonostante molte
erbacce e molti rovi, ma esotica e lussureggiante». In particolare
ciò che colpì Busoni fu la libertà di quella musica rispetto ai
canoni occidentali, libertà raggiunta attraverso un’ornamentazione
ricca, una moltiplicazione dei segni che rifuggiva il silenzio e
le pause e una complessità armonica che gli ricordavano una «foresta
vergine», a volte incolta e «brutta», ma non per questo meno affascinante.
Dal canto suo Sorabji considerò Busoni un guru più che un maestro,
una vera e propria guida di cui ammirava la potenza della personalità
e del pensiero. Le jardin parfumé, composta nel 1923, è una
delle pagine più note del musicista indiano: ancora caratterizzata
da una giungla sonora caotica e lussureggiante, la composizione
evita ogni indicazione di tempo e metronomo a favore di una libertà
agogica ed esecutiva che si rifà all’improvvisazione orientale.
Quanto a Busoni, l’ascolto dell’Andantino dal Concerto per pianoforte
e orchestra K. 271 di Mozart rende merito alla sua abilità di
trascrittore, attività che non era per lui solo un mezzo per far
rivivere l’antica musica ma anche creazione e interpretazione totalmente
nuova di questa. Tra i brani più popolari del compositore, l’Andantino
rende in modo efficace il dialogo tra solo e tutti
anche nella scrittura per pianoforte solista, ed è esemplare del
suo personale modo di intendere la musica di Mozart. La trascrizione
fa uso, infatti, di alcuni tagli, mai impiegati per altri compositori,
come per esempio Bach. Busoni considerava, evidentemente, prolisse
alcune ripetizioni mozartiane e le eliminava allo scopo di accrescere
e rendere più continua la tensione, creando maggiore scorrevolezza.
Altra personalità visionaria, se pur con esiti musicali molto diversi,
fu Debussy. In un’epoca in cui il romanticismo veniva superato e
dissolto nella ricerca di nuove vie musicali, egli fu un innovatore
e un profeta senza mai porsi in una posizione di radicale rottura
con il passato. Poesia, pittura e musica si fondevano nella sua
opera, facendone l’incarnazione di tutti gli ideali del simbolismo
francese. La sua produzione pianistica, in particolare, fu un gradino
essenziale nella storia della musica, ove il suono diventava personaggio
principale, accanto al silenzio in cui subito si dissolveva.
Il secondo libro delle Images fu scritto nel 1907, una raccolta
di tre brani, numero che torna spesso nella suddivisione delle sue
creazioni. Accomunate da titoli descrittivi, queste composizioni
non sono mai pittura da cartolina: il primo («Campane attraverso
le foglie») evoca le sonorità del Gamelan indonesiano, uno strumento
costituito da percussioni usato a Giava e Bali e molto amato da
Debussy. Pieno di mistero e di forza evocativa è anche il secondo
brano, titolato «E la luna discende sulle rovine del tempio». La
raccolta termina con il nuoto di un «Pesce d’oro», un gioco che
descrive i bagliori ed i riflessi di luce in modo elusivo ed assieme
palpabile. Il ritmo acquisisce in questi brani una nuova dimensione,
non solo scritta nel tempo ma determinata dalle sonorità pianistiche.
A loro si adatta la descrizione che Debussy fece di una composizione
precedente, le Images oubliées, ove ne sconsigliava l’esecuzione
in grandi saloni illuminati a festa. Piuttosto queste pagine erano
«conversazioni tra il piano e se stessi» adatte ad essere suonate
in «giorni piovosi», come momento di riflessione intima e solitaria.
Dal barocco al romanticismo, fino al Novecento il preludio fu una
forma in cui molti compositori per tastiera si cimentarono. Quelli
di Debussy rimangono una forma a se stante, che forse in qualche
preludio chopiniano trovano una premonizione del loro ermetismo,
portato qui però alle più estreme conseguenze. Poche note creano
un’atmosfera, suggerendo immagini evocate da titoli che non si riferiscono
tanto ad un mondo reale, quanto al vissuto soggettivo di quel mondo.
I titoli erano stati posti da Debussy tra parentesi e al termine
di ogni brano, probabilmente allo scopo di non influenzare la prima
lettura dell’interprete. Ogni preludio si basa su pochi elementi
stilistici che caratterizzano la scrittura debussiana, dalla scala
pentatonica (Voiles, ispirato forse alle vele di una nave
o ai veli di una danzatrice), a un moto perpetuo di sestine (Le
vent dans la plaine, nato dai versi di Simon Charles Favart),
dalla ripetizione di una configurazione ritmica (Des pas sur
la neige) a una scrittura più orchestrale e complessa (Ce
qu’a vu le vent d’Ouest).
Echi di Debussy si avvertono nella produzione pianistica di Skrjabin:
le sue dieci sonate furono scritte nel ventennio tra il 1892 ed
il 1913, in parte, perciò, negli stessi anni in cui Debussy lavorava
al primo libro dei Preludi ed alla seconda serie delle Images.
Tuttavia i lavori di Skrjabin andarono al di là di queste reminiscenze,
diventando il luogo di un processo di evoluzione stilistica che,
dalla iniziale vena melodica, lo portò a più ardite sperimentazioni
avanguardistiche nell’ambito dell’atonalità. Rispetto agli esiti
di certa avanguardia, però, la sua opera rimase caratterizzata da
una piacevolezza e da una facilità di ascolto che rese più semplice
e continuo il suo rapporto col pubblico. La bellezza delle sonate
di Skrjabin, infatti, è di comprensione immediata e diretta, nonostante
il loro progressivo evolversi nella direzione di una maggiore complessità
emotiva, dalla discorsività ottocentesca verso la sintesi del Novecento,
dalla consonanza alla dissonanza. Inoltre, pur ispirandosi a modelli
russi per le sue opere orchestrali, Skrjabin concepì queste composizioni
pianistiche in totale indipendenza, essendo una forma frequentata
solo sporadicamente dalla scuola russa. Egli fu il primo, dunque,
a creare un corpus sonatistico di tali dimensioni, seguito solo
più tardi da Prokofiev. Importante per comprendere tutta la musica
di Skrjabin è, inoltre, la sua percezione di essa come un’arte non
fine a se stessa ma mezzo di conoscenza: «Lo scopo della musica
è la rivelazione», soleva dire. Questa convinzione nasceva dalla
conoscenza dell’induismo, secondo il quale il mondo stesso era stato
creato da vibrazioni sonore (una concezione della creazione, del
resto, che accomuna molte culture). Anche nei miti greci Skrjabin
trovava la prova di un potere magico mediato dalla musica: storie
come quelle di Orfeo o di Anfione, che avrebbe costruito le mura
di Tebe muovendo le pietre al suono di una lira, ispirarono al musicista
la convinzione che la musica potesse essere il tramite per il recupero
di poteri esoterici e magici. Tale modo di pensare si riflette sui
contenuti delle sonate, ognuna dotata di una sorta di programma.
Le ultime cinque, in particolare, tutte in un unico movimento, sono
il risultato del graduale percorso verso la sintesi. Prive di armatura
di chiave e di una tonalità fissa, esse possono considerarsi la
summa della sua visione filosofica e mistica. La decima sonata concerne
la luce: Skrjabin scriveva a proposito di un passo di questa: «Qui
c’è una luce accecante, come se il sole fosse diventato più vicino;
c’è il senso di soffocamento che si prova nel momento dell’estasi».
Conosciuta anche come sonata dei trilli, per l’uso diffuso che viene
fatto di questo abbellimento adoperato in chiave timbrica ed espressiva,
fu chiamata dal compositore «Sonata d’insetti... Gli insetti nascono
dal sole, essi sono i baci del sole.»
Lucia Brighenti
(inizio pagina)
|
|