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mercoledì 13 luglio

PETER CINCOTTI
ON THE MOON TOUR

piano & vocals Peter Cincotti
basso Barak Mori
sax tenore Scott Kreitzer
batteria Obed Calvaire

E’grandEstatE - E’grandeMusica

Peter Cincotti, 20 anni, nativo di New York, nasce e cresce a Manhattan, a tre anni già suona un pianoforte giocattolo, a nove compone e arrangia e prima dei quindici comincia a cantare. Viene notato da Harry Connick Jr e dal leggendario Phil Ramone, produttore di Barbra Streisand e Stevie Wonder; a diciannove anni incide il suo primo cd omonimo composto di dodici canzoni.
Cincotti, pianista e cantante, si afferma rapidamente come il nuovo gran talento della musica jazz, rinverdendo i fasti di Frank Sinatra, Dean Martin, Tony Bennet, Mel Tormè.
Un esordio discografico di grande successo, per un giovane jazzman d'origine italoamericana, che sfugge ad ogni banale tentativo d’etichettatura: crooner, rat pack, lounge, easy listening, più semplicemente jazz music senza tempo.
Nel primo album, Cincotti offre ottima musica, interpreta diversi standard e canzoni d’autore, spaziando dal pop al jazz, anche alcune canzoni sue, apre con I Changed The Rules, testo scritto dalla madre come per le altre due composizioni originali: Lovers, Secret and Lies e Are You The One. Poi prosegue con classici come Ain't Misbehavin, Miss Brown, e un particolare medley composto dalla beatlesiana Fool on the hill e Nature Boy, di Nat King Cole e ancora una specie di omaggio a Errol Gardner in Spinning Wheel.

PETER CINCOTTI
“On the Moon/That’s where you’ll find me soon” canta Peter Cincotti nel brano che dà il nome al suo ultimo disco. Anche se questa strofa di due versi descrive un profondo desiderio romantico, è possibile interpretarla anche come un commento alla carriera artistica del 21enne pianista/cantante/cantautore che il New York Times definisce “prodigioso talento” e la sua musica un “orgoglioso ritorno al pop-jazz”.
“On the Moon” segue il felice debutto di questo artista nel 2003 ed aggiunge un altro successo ad un curriculum degno di un artista del doppio dell’età di Cincotti. Tanto per fare un esempio: mentre ancora studiava, si esibiva regolarmente nei club più famosi di Manhattan, studiava con famosi maestri di jazz (David Finck e James Williams) ed era la stella di “Our Sinatra”, grande successo di Broadway presentato anche alla Casa Bianca. Al festival jazz di Montreux nel 2000 vinse il premio per la sua riedizione di “A Night in Tunisia” di Dizzy Gillespie e nel 2001 fu l’artista più giovane in assoluto ad essere inviato ad esibirsi nella mitica “Oak Room” dell’Hotel Algonquin di New York. L’anno scorso conquistò il primo posto nelle classifiche jazz, entrando subito nella storia come il solista più giovane in assoluto ad avere raggiunto questo traguardo.
Cincotti considera tutto questo un modo per onorare i pianisti - da Nat “King” Cole a Billy Joel - attraverso l’uso delle sue mani e della sua voce profusa di emozioni.
Nato l’11 luglio 1983 a New York, Peter Cincotti a tre anni cominciò a strimpellare i tasti di un pianoforte giocattolo e al primo “do” … fu subito amore. “Cominciai a prendere lezioni l’anno dopo”, ricorda Cincotti. “Mia madre chiese all’insegnante di farmi suonare tutto quello che volevo senza forzarmi ad apprendere la tecnica classica. All’epoca ero così giovane che l’insegnante non potè rifiutarsi. Così, andavo a lezione portando tutto ciò che mi piaceva – dalle colonne sonore dei film, a “Il fantasma dell’opera”, alla sigla del gioco “Jeopardy”.
Man mano che crebbe, i  suoi gusti si arricchirono. “La prima musica che mi colpì veramente fu quella di Jerry Lee Lewis. Quando avevo 5 anni, cominciai ad amare il boogie-woogie suonato al pianoforte, anche se sono sempre stato incline a tutti i generi musicali. Essendo nato e cresciuto a Manhattan, sono sempre stato abituato ad essere circondato da tante cose. Portavano me e mia sorella a sentire di tutto, dai concerti rock al Madison Square Garden, ai jazz club, agli spettacoli di Broadway. Col passare degli anni sono passato attraverso diverse fasi di crescita subendo pertanto molte influenze. Sto ancora sperimentando questo processo di sviluppo che spero tanto continui per il resto della mia vita.”
Questo suo modo di fare è fuso in On the Moon con un tipo di musica  contemporanea di cui si sente la mancanza. Del suo eclettico approccio, Cincotti spiega: “Ho avuto così tante idee diverse e così tanti tipi di suoni che volevo trasportarli tutti in questo disco. Guardo ad ogni canzone come ad una storia che voglio raccontare, o un’emozione o un sentimento che voglio rappresentare”. E di fatti, l’offerta è quella di un impetuoso mix: dal sophisto-funk di “St. Louis Blues” e dalla ripetitiva, inesorabile ristrumentazione di “I Love Paris”, alla serenata “Some Kind of Wonderful”, all’elaborata e rapida “Cherokee”. E stiamo parlando di standard.
Mentre Cincotti forgia la grande canzone d’autore americana in nuove ed interessanti forme, con On the Moon propone anche il suo nascente impulso creativo di talento come autore: “Volevo che le mie canzoni originali aprissero la strada nella scelta di un materiale poco convenzionale”, dice. “Dopo il mio primo disco, ho cominciato a comporre canzoni che hanno cambiato radicalmente il mio modo di scriverle. Il matrimonio tra musica e parole è cambiato e le canzoni sono diventate molto più personali. Quando scrivi sia la musica che il testo, niente si intromette tra te e la tua canzone. Ti siedi con il tuo strumento e parti dal nulla. Ciò che crei ti appartiene in maniera totale e non stai usando niente che non sia tuo per esprimere te stesso. Stai dicendo tutto ciò che tu vuoi dire.”
Sia che si tratti di un brano seducente (“The Girl For Me Tonight”), o della confessione di un amore infelice (“I’d Rather Be With You”) o di una vivace ballata (“He’s Watching”), il Cincotti-autore dice ciò che vuole con eloquenza e con il cuore.
Per interloquire con il nuovo materiale di ispirazione, si è affiancato al leggendario produttore Phil Ramone – che ha definito il giovane “il più giovane-vecchio soul che potesse capitare” e allo Studio “Right Track” di New York. Grazie al supporto di una grande “band” - che comprende il bassista Barak Mori, i batteristi Mark McLean e Kenny Washington e il sax tenore Scott Kreitzer - Cincotti riesce a catturare una sensazione intima e calda anche solo nelle basi.
“E’ stato molto importante per me registrare queste canzoni con i musicisti con i quali sono stato in tournée l’anno scorso”, dice Cincotti. “Con loro sono riuscito a sviluppare qualcosa che ho apprezzo molto e da loro sto imparando veramente tanto. Stiamo diventando tutti buoni amici. Per me, non esistono persone migliori con le quali incidere un disco.”
Rob Mounsey e Rob Mathes - arrangiatori per archi e ottoni - apportano un che di sontuoso e cinematografico al processo creativo, specialmente in “The Girl For Me Tonight” e in “On The Moon”. Dice Cincotti: “Lavorare con questi arrangiatori è stato un onore e una fonte di apprendimento. Ero molto coinvolto e concentrato nell’esprimere ciò che stavo ascoltando e loro si sono dimostrati molto disponibili e pieni di voglia di collaborare. E’ facile dare ad un arrangiatore un pentagramma per fargli scrivere ciò che vuole. Il risultato, a volte, è proprio quello che vuoi; ma, a volte, no. Lavorare con questi arrangiatori così brillanti e arrivare esattamente a ciò che vuoi, è estremamente appagante. Non avevo mai avuto in precedenza delle collaborazioni di  questo livello.”
Per quanto riguarda gli arrangiamenti brillanti, l’esempio più eclatante a livello emotivo potrebbe essere la versione di Cincotti del lento “You Don’t Know Me.” Con  il suo ritmo blues e il languido fraseggio, è un riferimento esplicito ad  uno dei suoi eroi: l’ultimo Ray Charles (nel 2003 Peter ha aperto alcuni concerti di Ray). “E’ un artista che mi ha influenzato a diversi livelli”, dice Cincotti. “E’ uno dei miei musicisti preferiti di tutti i tempi, veramente un maestro nell’equilibrare l’arte del pianoforte con l’arte del canto. E’ molto diverso dal fare tutte e due le cose separatamente. Il suo modo di cantare e di suonare il pianoforte è così unitario che amo ascoltarlo mentre si accompagna. Ascoltare le linee del suono in mezzo ai suoi vocalizzi e ai ritmi di sottofondo. A volte è come se fossero due persone diverse a suonare. Non è come cantare, poi suonare e poi cantare. Qualsiasi cosa fa sposare i due elementi. E questa è arte.”
Con “On The Moon” Peter Cincotti fa un passo da gigante verso la perfezione nella sua arte. La composizione delle canzoni, così acutamente attenta, e la sua fresca innovativa ripresa degli standard musicali, fanno di questo album la “pietra miliare” nella carriera di un artista di cui si parlerà ancora per un bel po’.
“Tutto ciò che speravo per questo disco è diventato realtà: tutto ciò che volevo è successo”, dice Cincotti. “Le  canzoni che ho scritto sono presentate esattamente come le ho concepite e sono vere esattamente come nel momento in cui le sentivo dentro di me. E io sono stato presente in ogni momento, dal loro concepimento al mixaggio per essere sicuro di sentirle giuste per me. Naturalmente, spero che il disco piaccia al pubblico e che quest’ultimo si faccia trasportare dalla sua musica. E’ tutto. E i miei obiettivi sono stati raggiunti in vari modi, grazie al mio disco che rappresenta veramente ed in modo esatto ciò che percepisco e sento in questo momento della mia vita.”

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