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Saggi
Lo schiaccianoci di Vajnonen
Tra le innumerevoli versioni che un balletto dalla lieve struttura
drammaturgica come Lo schiaccianoci ha originato dal 1892
ad oggi, quella di Vasilij Vajnonen, creata nel 1934 per il Teatro
GATOB-ex Mariinskij di Leningrado, realizzò mirabilmente
un sottile equilibrio artistico, conciliando l’eredità
accademica ottocentesca con il fervore creativo del primo Novecento
russo. Dei fasti ballettistici imperiali, che neppure l’ideologia
sovietica osò mai mettere in discussione, il pietroburghese
Vajnonen era un erede diretto: diplomatosi all’Accademia di
Balletto della sua città due anni dopo lo scoppio della Rivoluzione
bolscevica, entrò come ballerino nella compagnia dell’ex
Teatro Mariinskij, per eccellervi nei ruoli di carattere. Come coreografo
Vajnonen rese il suo più celebre omaggio al passato proprio
con Lo schiaccianoci, ove la rispettosa devozione per i
maestri Ivanov e Petipa, esplicitata in una miriade di citazioni
disseminate ad arte, si anima di brillanti variazioni sui topoi
artistici sovietici e di autentiche originalità creative.
Discesa in linea diretta dall’archetipo di Ivanov, la sua
edizione de Lo schiaccianoci era la terza a vedere la luce
sul principale palcoscenico della città sulla Neva, dopo
quella del 1929 di Fëdor Lopuchov. Maquanto la versione di
Vajnonen collimi con l’originale di Ivanov non è stato
ancor oggi dimostrato, perché del primigenio Schiaccianoci
restano in vita soltanto frammenti, tramandati nel corso di un secolo
e sparsi per il mondo. L’autentica trama coreografica del
balletto di Ivanov resta tuttora celata tra i manoscritti di ventiquattro
capolavori russi annotati nella cosiddetta scrittura Stepanov, che
Nikolaj Sergeev, coreografo e direttore del Teatro Mariinskij, portò
con sé a Londra fuggendo dalla Rivoluzione d’Ottobre.
Sulla base di tali documenti egli stesso fu autore delle prime produzioni
occidentali dei grandi classici russi, tra i quali non mancò
uno Schiaccianoci probabilmente assai simile a quello di
Ivanov, creato nel 1934 per il Vic Well’s Ballet di Londra
e poi contaminatosi nelle successive revisioni inglesi. Acquistati
nel 1969 dall’Università di Harvard e attualmente conservati
nella Collezione Teatrale, i documenti sottratti alla Russia dal
transfuga Sergeev sono oggetto da qualche tempo di crescente attenzione,
sulla vague delle ricostruzioni filologiche avviate sulle scene
russe di fine Novecento. E nell’attesa che qualche grande
compagnia come il Kirov o il Bol’shoj decida di utilizzarli
per ricostruire anche Lo schiaccianoci di Ivanov –
com’è già avvenuto per La bella addormentata,
La Bayadère e La fille du pharaon – attualmente
lo strumento più completo per immaginarne l’originale
è la partitura musicale di Caikovskij, suddivisa per sezioni
e con le annotazioni drammaturgiche e coreografiche di Marius Petipa.
Perché fu proprio il maître francese l’autore
del libretto – tratto dal racconto di E.T.A. Hoffmann Schiaccianoci
e il Re dei Topi – così come dell’impostazione
coreografica, anche se una malattia improvvisa lo costrinse a cedere
la realizzazione del balletto al suo eterno secondo, il russo Lev
Ivanov. Drammaturgicamente Vajnonen non si allontanò dal
libretto originale: né nell’andamento narrativo e teatrale
della prima parte né nell’ampio e continuo divertissement
della seconda. Certo è che nel riprendere la partitura coreografica
Vajnonen sembrò divertirsi a rendere espliciti omaggi ad
alcuni dei balletti più celebri di Petipa, e con una ricercatezza
citazionistica sottile e raffinata. Tutto il balletto ne è
percorso, non solo il lungo divertissement, ma anche la teatralità
della prima parte, ove riappaiono il teatrino in miniatura e il
gioco della mosca cieca di Don Chisciotte. A ricordo del capolavoro
romantico di Coralli-Perrot genialmente rivisitato da Petipa nel
1884, Vajnonen citò persino il duetto del bacio tra Giselle
e Albrecht, che riecheggia nell’incantevole scena in cui Masha,
sulle note di sonagli dal suono simile a noci rotte, tenta di afferrare
lo schiaccianoci dalle mani di Drosselmayer. Ma il tripudio
di citazioni Vajnonen lo riservò alla seconda parte del balletto:
nel valzer dei fiocchi di neve le candide ballerine escono di scena
percorrendo a ritroso e in salita il palco innevato, rapide ma con
le stesse arabesques delle Ombre che scendevano lentamente dall’alto
ne La Bayadère. Anche nel valzer dei fiori torna
memoria di quelle file dell’atto bianco di Giselle
che Petipa aveva ordinato di un nitore tardo-romantico, mentre è
modificando il finale pas de deux che Vajnonen si allontanò
maggiormente dall’originale Schiaccianoci, onorando
nel contempo il vero ideatore del balletto. Specularmente all’Adagio
della Rosa de La bella addormentata, Vajnonen ricamò
sull’Adagio opulento e appassionato de Lo schiaccianoci,
un fulgido grand pas per i due protagonisti e per quattro cavalieri,
tra le cui braccia, con prese, passi ed equilibri simili al modello,
il Principe depone di volta in volta la Fata Confetto. La devozione
per Petipa che traspare dai classici rivisitati di Vajnonen –
nella sua ballettografia si annoverano anche una Rajmonda
e una Bella addormentata – non oscurò tuttavia
il lascito di Ivanov. A lui Vajnonen guardò certo come ad
un precursore di quella sinfonizzazione del balletto che i coreografi
russi degli anni ’20 del Novecento stavano tentando di attuare,
ma che le accuse di formalismo da parte del regime sovietico orientato
al solo realismo troncarono sul nascere. Insieme al giovane Vajnonen
aspirarono per poco ad un balletto privo di fabula anche coreografi
come Lopuchov e Jacobson, e naturalmente l’esordiente Balanchine,
che prima di emigrare in Occidente ne aveva già dato folgoranti
prove nelle sue “Serate del Giovane Balletto”. Proprio
per una di quelle serate Vajnonen creò un pas de deux che
sarebbe rimasto nel tempo come un prezioso cammeo delle sue migliori
doti di coreografo, il Moskovskij Val’s. Un valzer
travolgente, in cui il giovane sperimentatore dava un primo saggio
di quella naturale e felicissima musicalità di cui avrebbe
illuminato anni dopo, e in straordinaria affinità con Ivanov,
lo stesso Schiaccianoci. Oltre alla musicalità il
Moskovskij Val’s rivelava altre due doti spiccate
di Vajnonen: il virtuosismo e l’acrobatismo, che in fortunata
coincidenza ideologica con l’immagine dell’eroe e dell’eroina
sovietici, infallibili e forti, gli offrì la possibilità
di dispiegare un’inventiva coreografica brillante e audace,
ideale per le insuperabili prodezze tecniche dei ballerini dell’epoca.
Già ne Le Fiamme di Parigi, drambalet del 1932 che
nelle vicende rivoluzionarie francesi adombrava le gesta bolsceviche,
il virtuosismo dei pas de deux raggiungeva limiti di parossismo,
tanto da renderli ancor oggi, scomparso il balletto dal repertorio,
esaltanti pezzi da Gala. Tanta perizia tecnica si ritrova, seppur
entro un’aura delicatamente sospesa, nei miniati virtuosismi
della Fata Confetto e del Principe nelle variazioni finali de Lo
schiaccianoci, ma Vajnonen non risparmiò neppure al
trio di fanciulli della Pastorale un disegno coreografico delicatissimo
eppur disseminato di insidie. Mentre nell’intero repertorio
classico non esiste forse nulla di più coreograficamente
temerario del “volo d’angelo” della protagonista
tra le braccia dei cavalieri, nel segno di una sfrenatezza acrobatica
con cui Vajnonen aveva già fatto scalpore nel 1930 con il
balletto-rivista L’età dell’oro, su
soggetto sportivo e musica di Sostakovic. Vajnonen non dimenticò
inoltre di colorire il suo Schiaccianoci di quelle romantiche
note di carattere che vivificavano ogni classico imperiale, del
russo Ivanov così come del francese Petipa, portandole all’acme
vent’anni dopo nel folklorico Gajane, con musiche di Chacaturjan.
Ma se quello di Vajnonen rimane Lo schiaccianoci dall’anima
più autenticamente russa – acuita dal décor
di Dmitriev originariamente e di Virsaladze poi – è
perché è intriso più di ogni altro della suadente
poesia di Ivanov, di cui conserva ancora intatto tutto lo spirito.
Valentina Bonelli
(inizio pagina)
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