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sabato 30 ottobre 2004, ore 20.30 Turno A
domenica 31 ottobre 2004, ore 15.30 Turno B
Grigorovic Ballet
di Krasnodar
Direttore artistico Jurij Grigorovic
La Bayadère
Coreografia
Marius Petipa
Nuova versione coreografica
Jurij Grigorovic
Musica
Ludwig Minkus
Étoile ospite
ANASTASIJA VOLOCKOVA
Scene
Valery Levental
PRIMA ITALIANA
Danza in video
La Bayadère
giovedì 28 ottobre 2004, ore 16.30 e 18.00, Sala del
foyer
I classici vivi di Grigorovic
In una contemporaneità divisa tra la cristallizzante vague
delle ricostruzioni filologiche e le ardite rivisitazioni di coreografi
iconoclasti, i grandi classici del balletto ottocentesco russo hanno
trovato in Jurij Grigorovic un interprete geniale ed equilibrato
insieme, rispettoso delle stratificazioni artistiche lasciate dal
tempo quanto gentilmente incisivo nell’imprimere la propria firma.
All’origine del suo modo unico di trattare i classici non vi era
soltanto l’amore per i balletti archetipi di Marius Petipa, ma anche
la profonda comprensione di ciò che essi erano diventati da allora.
Oltre alla stima per i tanti coreografi o danzatori di talento che,
inevitabilmente, dalla morte dell’illustre francese sino all’epoca
sovietica, avevano apportato ai suoi splendenti capolavori piccole
o sostanziali revisioni. Quegli stessi classici che dalla purezza
dell’originale si erano trasformati nel tempo in balletti forse
meno perfetti ma comunque vivi e palpitanti, il leningradese Grigorovic
li aveva visti e anche danzati, nei ruoli destinati ai bambini,
quando negli anni ’40 era un giovane allievo della Scuola Coreografica
di Leningrado. E ne era stato poi interprete, con una predilezione
per i ruoli solistici di demi-caractère, nei suoi anni di ballerino
al Balletto Kirov. Così, dopo Il fiore di pietra e La
leggenda dell’amore – i due innovativi balletti del suo debutto
di coreografo, già spogliati del minuzioso realismo sovietico e
aperti invece a un aereo sviluppo polifonico – a partire dai primi
anni di direzione del Bolshoj Grigorovic si diede a riprendere,
uno dopo l’altro, i grandi classici imperiali: Il lago dei cigni,
Lo schiaccianoci, La bella addormentata, Rajmonda, La Bayadère,
Il corsaro, Don Chisciotte. Senza risalire pedissequamente a
quella che doveva essere stata la mirabile forma finita di Petipa,
cui sarebbe stato forse insensato e anacronistico tornare dopo circa
un secolo, ma conservando anzi con grande cura le tante sezioni
coreografiche di pregio create successivamente, e dalle firme più
svariate. Di mano di Grigorovic c’erano invece due nuove qualità
che aleggiavano discrete eppure ben percepibili sulle sue nuove
versioni dei classici. Sopra tutto quell’accesa «sinfonizzazione»
della danza, pur entro la cornice narrativa del balletto ottocentesco,
che il giovane Grigorovic aveva ammirato, nei suoi anni al Kirov,
da Fëdor Lopuchov, coreografo e direttore della compagnia, il quale,
non a caso, accanto alle sue «sinfonie danzate» rivoluzionariamente
astratte si era dedicato, con grande amore, a rimontare e a tener
vivi i balletti di Petipa. E poi quella delicata astrazione classica
che Grigorovic riuscì sempre a stemperare sui coloriti eccessi che
offuscavano allora i classici: la pantomina di lascito ottocentesco,
o l’acceso carattere folklorico dei primi del secolo, o ancora il
realismo minuto di segno sovietico. Tra gli altri classici firmati
da Grigorovic anche La Bayadère – creata per il Balletto
del Teatro Bolshoj di Mosca nel 1991 e oggi ripresa per la giovane
compagnia di Krasnodar che dirige e porta il suo nome – è in mirabile
equilibrio tra amore per il passato e vitalità del presente, rispetto
dei coreografi che l’hanno preceduto e autorevolezza della sua visione.
Certo Grigorovic non doveva ignorare quanto La Bayadère
creata da Petipa nel 1877 per i Teatri Imperiali di San Pietroburgo
differiva dalla versione sovietica di riferimento, in repertorio
al Teatro Kirov. Per lusingare il capriccioso gusto del pubblico
dell’epoca il coreografo francese che dei teatri imperiali fu zar
indiscusso per circa cinquant’anni, non aveva dimenticato, neppure
questa volta, di stuzzicarne le spiccate curiosità esotiche, con
qualche accento di attualità internazionale. Ne La figlia del
faraone lo scenario era un pionieristico Egitto archeologico,
in Don Chisciotte la Spagna dei toreri e dei mulini a vento,
in Roxana un conflitto etnico nei paesi slavi, ne La figlia
delle nevi una spedizione al Polo Nord. Così ne La Bayadère
un’India fiabesca e spietata da Mille e una Notte cullava il mito
romantico delle baiadere, le belle danzatrici un po’ sacre vestali
e un po’ femmes publiques. È vero che Petipa aveva desunto il soggetto
della sua Bayadère da un balletto francese di qualche anno
prima, Sakuntala, che lo scrittore Théophile Gautier aveva
tratto a sua volta dall’omonimo dramma del poeta indiano Kalidasa.
Le coreografie del balletto, che Petipa aveva visto all’Opéra di
Parigi, erano di Lucien, suo fratello maggiore. Ma l’omaggio-citazione
era soprattutto per Gautier, l’ideatore di Giselle, dal cui
Roman de la momie Petipa aveva tratto, quindici anni prima,
il libretto della sua Figlia del faraone. Differente dal
modello francese a partire dall’intreccio, La Bayadère di
Petipa era un balletto sontuoso e di maliosa spettacolarità, che
nella prima edizione del 1877, così come nella successiva revisione
dell’autore datata 1900, si snodava in quattro atti e un’apoteosi.
In mezzo, come in ogni balletto romantico e tardo-romantico, anche
se esotico o di carattere, Petipa aveva racchiuso il più bello tra
i suoi «atti bianchi», con quelle silenti trentadue Ombre, poi divenute
quarantotto, che scendevano dalla china di un monte in «arabesques
ripetute su un leggero plié, rovesciando poi il corpo indietro»,
come egli stesso scrisse nelle note di sala della première. In fila,
l’una dietro l’altra, come la processione degli angeli del Paradiso
di Dante illustrata da Gustave Doré, cui Petipa si era ispirato.
Per poi animarsi in infinite combinazioni di passi, ricchi di invenzioni
e diversi l’uno dall’altro, e disegnare architetture coreografiche
nitide e lucenti, come i palazzi di San Pietroburgo riflessi nella
Neva. L’ultimo atto, che riusciva a impressionare gli spettatori
dell’epoca, vedeva infine crollare un tempio, tra saette e scosse
di terremoto, ed è curioso come il successivo assetto del balletto
sconvolto in anni sovietici dipese all’origine da mere difficoltà
tecniche. Fu durante la prima guerra mondiale: la mancanza di macchinisti
impegnati al fronte, necessari per lo spettacolare crollo del tempio,
fece abbandonare temporaneamente l’ultimo atto. Lo si soppresse
definitivamente nella decisiva revisione del 1941 del Teatro Kirov,
quella che è tuttora nel repertorio della compagnia pietroburghese
– oggi affiancata dalla ricostruzione filologica del 2002 che riporta
in vita, tra l’altro, proprio il quarto atto – e che servì da base
alla versione dello stesso Grigorovic. A firmarla furono due coreografi
sovietici di talento: Vakhtang Cabukiani e Vladimir Ponomarev, che
tra le sostanziali modifiche operate spostarono al III, trasformandolo
in un pas de six, il superbo pas d’action di Petipa dell’ultimo
atto. A Cabukiani, ballerino di forza erculea e di impressionante
virtuosismo, si ascrive la variazione di Solor del II atto creata
per se stesso, mentre di Ponomarev è la variazione gemella di Gamzatti.
Ancora a quest’ultimo si deve un inserto in pieno stile romantico
sovietico, il pas de deux di Nikja e Solor nella prima scena del
I atto, mentre qualche anno dopo, con simile andamento, fu il coreografo
Konstantin Sergejev a creare per la moglie, la ballerina Natal’ja
Dudinskaja, l’adagio di Nikja con lo schiavo nella seconda scena
del I atto. Ma ci fu persino un danzatore di carattere, Nikolaj
Zubrovskij, che per se stesso creò la famosa variazione dell’Idolo
d’oro nella parata di danze del II atto. A nessuna di queste danze
spurie rinunciò Grigorovic per la sua Bayadère, quasi a raccontare
che un balletto antico continua a vivere e a palpitare dei segni
degli uomini e del tempo.
Valentina Bonelli
(inizio pagina)
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