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sabato 13 novembre 2004 ore 20.30 Turno A
domenica 14 novembre 2004 ore 15.30 Turno B

Corpo di Ballo
del Teatro di San Carlo

Direttrice Elisabetta Terabust

Giselle

Coreografie
Derek Deane da Coralli-Perrot

Musica
Adolphe Adam

Étoiles ospiti
AMBRA VALLO, ROBERTO BOLLE

Scene
Raffaele del Savio

Allestimento del
Maggio Musicale Fiorentino

Costumi
Mario Giorsi

rivisti e riadattati da
Giusi Giustino

Light designer
Giuseppe Perrella

ORCHESTRA DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Direttore David Garforth

 

Danza in video
Giselle
giovedì 11 novembre 2004, ore 16.30 e 18.00, Sala del foyer

 

Per Giselle, oggi
Giselle, nella sua lunga storia, dopo una partenza folgorante, ha incontrato più di una volta le sue difficoltà a farsi amare, a farsi capire, o anche solo a sopravvivere.
Basta pensare che mancò dai cartelloni all’Opéra di Parigi, la città dove era nata, per ben dieci anni, dal 1853 al 1863, e poi dal 1868 al 1910, e questo proprio nel teatro dove aveva subito trionfato nel gusto del pubblico, fin dal debutto nel 1841. E questo, tenuto conto, intanto, che in soli sette anni da quella prima data, Giselle si era guadagnata ben venti capitali in giro per il mondo, tra cui Londra, Vienna, San Pietroburgo, Berlino, Madrid, Stoccolma, New York, Budapest1.
Negli anni di «astinenza» dalla scena parigina, Giselle, però, era migrata dalla Francia in Russia – dove Marius Petipa ci aveva messo mano da par suo – e ritorno, disincarnata romanticamente da Tamara Karsavina, stella dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, la compagnia epocale che tra il 1909 e il 1929 significò in sé l’innovazione stessa del modo di presentare e vivere il balletto come forma d’arte. Poi sarà la divina Alicia Alonso, che nel 1948 volle allestire Giselle a Cuba, tempio di Tersicore ai Caraibi, a riportarla, a sua volta, nuovamente a Parigi nel 1972, in una versione incisiva, asciutta, commovente.
Dunque, Giselle, grande viaggiatrice, è sempre risorta dalla sua tomba tra i fiori; e si può facilmente immaginare che anche per il futuro avverrà la stessa cosa, pur nelle svolte del gusto e della storia, quella con la S maiuscola.
Anche se, pure in anni recenti, salvo ovviamente mantenere sempre una nicchia nel cuore dei cosiddetti «ballettomani», Giselle ha dovuto lottare per mantenere il posto che le compete, come forma compiuta e perfetta di «opera drammatica in danza».
Si allude qui agli anni della messa in discussione di ogni cosa, il ’68 e i successivi, quando Giselle poteva certo apparire, nella versione «tradizionale», frutto delle stratificazioni storiche consolidate, proprio «cosa da ballettomani», cosa vecchia e del tutto lontana da una sensibilità contemporanea, tanto più se femminista, tanto più se iniziata ai codici e ai contenuti della danza moderna, dalle eroine di Martha Graham al formalismo cunninghamiano e postmodern in avanti. Risale al 1979 una interessante dichiarazione di Merce Cunningham, padre del postmodern e della danza contemporanea attuale: «Giselle è un balletto la cui struttura è molto chiara, più chiara di quella di qualsiasi altro balletto classico. Ed è forte in tutti e due gli atti. Ma quello che mi interessa è che ogni volta l’interpretazione è diversa. Quella di Giselle. Quella di Albrecht. I Russi sono tutti diversi nei dettagli: cambiano il tipo stesso della danza. Non sono solo sfumature psicologiche. Nel secondo atto c’è molta danza e ho sempre visto suite in differenti arrangiamenti. Ma in fondo non ho visto spesso Giselle. Quando l’ho vista per la prima volta a New York, avevo già molto danzato nella compagnia di Martha Graham; e a quel tempo negli Stati Uniti non si davano balletti classici completi. Si dava il secondo atto del Lago dei cigni... brani scelti... La mia formazione è stata di danza moderna; ho vissuto nelle idee della danza moderna. Non ho un passato classico. Più tardi, ho studiato: ma la forma di Giselle mi risulta esotica»2.

È certo piuttosto significativo, quanto sopra, di quella che era, in un momento-cerniera della storia della danza, una contrapposizione tra classico e moderno, vecchio e nuovo. Oggi per altro superata, nel corpo stesso dei danzatori. Basta pensare che proprio all’Opéra di Parigi la compagnia danza sia Giselle sia le opere coreografiche di Cunningham, appunto.
Da parte sua George Balanchine3, ultimo dei coreografi dei Ballets Russes e padre del balletto USA, nel 1954, aveva sostenuto: «L’innovazione di Giselle sta nel fatto che assomma ciò che noi consideriamo un balletto romantico. Essere romantici significa vedere e capire quello che si è, e desiderare qualcosa di totalmente diverso. Ciò esige qualcosa di magico. I poteri misteriosi e soprannaturali invocati dalla poesia romantica per raggiungere il suo ideale trovarono presto un’espressione naturale nel teatro dove le ballerine vestite di bianco vaporoso sembravano parte del mondo eppure nello stesso momento al di sopra di esso».

È da notare che queste affermazioni appartengono a un russo, americanizzato, che da questi tutù bianchi trasse ispirazione per i suoi balletti-concerto, astratti e raffinatissimi, formalizzati al massimo e anti-narrativi. A loro volta i suoi «figli», come Karole Armitage e soprattutto William Forsythe, ne hanno distorto e dilatato il linguaggio neo-classico dando vita a quella aggressiva/«decreata» danza post-classica che assorbe in sé il classico e il moderno e qualsiasi altra modalità ed estetica del corpo danzante, in blocco.
Ma, per tornare agli anni ’70, come si poteva allora accettare, in quegli anni ribelli, un modello femminile di suprema devozione all’uomo? Che senso potevano avere tutù, scarpe da punta e romantica perdizione di sé? E, poi, che cattivo gusto il villaggetto della Turingia, la pantomima, i bicchieri e i fiori finti; e che plausibilità poteva avere, non solo in piena lotta per la parità tra i sessi, ma anche per l’uguaglianza sociale delle opportunità, la contrapposizione ragazza campagnola - nobile signore, un amore solo nell’800 ritenuto impossibile?
L’esotismo fittizio, il carattere ultramondano di Giselle erano, inoltre, superati da un esotismo e da una ricerca di altrove all’epoca ben più concreta, in India, a Bali, nel terzo mondo. Come dimostra il Maurice Béjart, ad esempio, di Bakhti.
Una sacca di appassionati e conoscitori, nondimeno, difendeva il balletto (vengono in mente, ad esempio, numerose prese di posizione di Vittoria Ottolenghi) con una motivazione inoppugnabile: un classico, se non viene continuamente riallestito, si perde ed è una scheggia di civiltà, nella fattispecie la nostra periclitante civiltà occidentale, a venire meno.
Questo non vuol dire, però, che il valore di questa scheggia fosse presente a tutti e accettato da tutti, come si è visto.
C’era, però, nel nostro paese, che pure non è tra i più dediti all’arte del balletto, una Giselle straordinaria, Carla Fracci, che in questo titolo ha esposto indubitabilmente il meglio delle sue doti interpretative di ballerina «tragedienne».
E Giselle, la fanciulla immortale, grazie a ballerine come lei e come Alessandra Ferri, o Sylvie Guillem – autrice di una sua recente «coreo-regia» di Giselle/Grace Kelly in chiave filmica, prodotta tra l’altro anche alla Scala – sopravvisse nonostante la sua «inattualità», nonostante una certa «ballettofobia» del paese dell’opera lirica vincente, nonostante la sua «filosofia» di vita e di morte, di trasgressione e di redenzione, fossero «superate» da altri stili di pensiero e di azione. E questo grazie anche all’aiuto di creatori contemporanei spregiudicati, di mente aperta a 360°, capaci di rileggere l’archetipo in maniera meno «sempliste», sotto la superficie delle parvenze del racconto «di primo grado».
Nel 1982 Mats Ek, coreografo-regista di personalissimo talento «divergente» e di acuta sensibilità seppe trovare in Giselle una chiave di lettura «giusta» per i tempi. Con lui Giselle diventa una fragile e sensuale handicappata, sedotta, delusa anche nel desiderio di maternità, impazzita, rinchiusa in casa di cura, dove i suoi due uomini, Hilarion, il fidanzato contadino, e Albrecht, il ragazzo di città, cercano di riportarla alla ragione e alla vita, senza riuscirci, giacché lei preferisce uscire dal mondo che le sarebbe riservato per censo e per sorte, e imparano però una nuova solidarietà maschile, si inoltrano in un nuovo umanesimo.
Emarginazione e follia sono trattate dallo svedese Ek, figlio di Birgit Cullberg, in modo «progressista», «politico», tale da situarsi immediatamente al centro del dibattito su questi temi, assai forte in quel periodo storico.
E, alla luce di questo singolare affondo nel libretto di Théophile Gautier (cui si deve la traccia narrativa originaria, ispiratagli da Heine (De l’Allemagne, 1835) e dall’amore per Carlotta Grisi, bionda étoile italiana) e di Vernoy de Saint-Georges (ancora si discute su quale sia stato il suo reale contributo creativo4), Giselle ha preso nuova vita, illuminando di riflesso anche la sua «sorella» classica, in cui si specchia, ricevendone e regalandole nuova linfa.
Dopo di che, sono nate, dunque, «logicamente» altre Giselle e altre ne nasceranno.
Alla fine del decennio Maryse Delente, coreografa lionese, appartenente al filone nouvelle danse, ha dato vita nella sua Giselle ou le mensonge romantique a una moltiplicazione della ragazza innamorata, come ossessione di ogni donna che ama troppo e desidera con frenesia l’immaterialità del corpo e della danza, superando i vincoli della carnalità e della società.
Jean-Claude Gallotta per il Lyon Opéra Ballet, nel 1995, ha detto la sua Autour d’Elle con quella libertà di riscrittura che aveva già applicato a Roméo et Juliette e a Don Juan, saghe rispettivamente dell’uomo di una sola donna e dell’uomo di tutte le donne, vale a dire un cantante rock.
Dunque, Giselle si scrive e si riscrive, con passione, pescando nuovi temi e nuove meraviglie dal «baule» dei suoi tesori, e trovando sempre nuovi interpreti, che le regalano una nuova sensibilità, frutto del tempo.
Non è, in verità un fatto nuovo. Visto il successo che il balletto incontrò fin dalla nascita, subito se ne scrissero parodie, come La Wili, al Théâtre du Palais Royal parigino.
Oggi, mentre si riscrivono i grandi libretti d’opera, Tosca (Vissi d’amore di Paola Capriolo per Bompiani, 1992) e Traviata (Croce e delizia di Luciano De Crescenzo, un best seller annunciato per Mondadori), la voglia di rimettere in gioco gli elementi narrativi di un classico, che offrendo già pronti i personaggi e la trama, svincola la fantasia dall’obbligo di inventarli da zero, consentendo tutte le possibilità di manipolarli, è forte e stimolante.
Dunque, eccoci di nuovo, oggi, con una piena consapevolezza da nuovo millennio, di fronte a Giselle, svincolati da ideologie limitanti e da preconcetti di gusto, sia rispetto alla vicenda sia rispetto alla musica, funzionale certo, ma tutt’altro che «di dozzina», scritta da Adolphe Adam, con il suo leit-motiv in qualche modo persino antesignano del pop, la chiave ultima, in verità, di un successo sia immediato, alla nascita, sia adesso, senza tempo, un elemento portante capace di rendere subito riconoscibile il personaggio, il balletto, la vicenda. Un balletto, con la sua prima parte terrena e fatale, e il suo secondo atto candido, lunare, aperto alla speranza di una nuova vita per il protagonista, che, unico, è in grado di competere con Il lago dei cigni per il primo posto nel cuore dei ballerini e del pubblico di tutto il mondo.

Elisa Guzzo Vaccarino

Bibliografia recente in italiano
R. Messina, Giselle, Rieti, 2001.
M. Cipriani, Giselle e il fantastico romantico tra letteratura e balletto, Armando Editore, Roma 2004.

Note
1 cfr. il cap. «A Century of Giselle» in C. W. Beaumont, The Ballet called Giselle, Dance Books, London 1988, e la cronologia in Giselle und die Wilis, programma di sala dello Stuttgart Ballett.
2 cfr. la citazione da un colloquio di Cunningham con Pierre Lartigue, contenuta in Giselle, L’Avant Scène/Ballet Danse, gennaio-marzo 1980, pag. 145.
3 cfr. il brano riportato in A. Testa, «Giselle», Di Giacomo, Roma 1980, pag. 67, tratto da Complete Stories of the great Ballets, 1954.
4 cfr. il cap. Les sources de «Giselle» in E. Binney, Les ballets de Théophile Gautier, Librerie Nizet, Paris 1965.

Dal programma di sala della Stagione d’Opera e di Balletto 2003/2004 del Teatro di San Carlo.

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