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martedì 9 novembre 2004, ore 20.30 Turno B
Fondazione Nazionale della Danza
Compagnia Aterballetto
Direzione artistica Mauro Bigonzetti
Les Noces
Musica Igor Stravinskij
Scene Fabrizio Montecchi
Costumi Kristopher Millar, Lois Swandale
Supervisione drammaturgia Nicola Lusuardi
Luci Carlo Cerri
Sciarada
Musica Jan Garbarek
Elaborazioni sonore a cura di Roberto Monari
Costumi Lucia Socci
Luci Carlo Cerri
Rossini Cards
Musica Gioachino Rossini
eseguita dal vivo al pianoforte da Bruno Moretti
Costumi Helena Medeiros
Luci Carlo Cerri
Coreografie Mauro Bigonzetti
Danza in video
Aterballetto
lunedì 8 novembre 2004, ore 16.30 e 18.00, Sala del foyer
Aterballetto: variegato astratto
A sette anni dal nuovo corso, l’Aterballetto di Mauro Bigonzetti
si è ormai distintamente profilato come la compagnia immagine di
una precisa creatività d’autore, italiana ma di risonanza
internazionale, che si esprime in balletti dal volto astratto ma
densi di umori, siano essi musicali o letterari, autobiografici
o popolari. Il solco è quello della grande coreografia europea moderna,
che il direttore e coreografo romano sembra avere da sempre come
naturale modello, screziandolo di volta in volta delle sue mutevoli
predilezioni artistiche. Volte alternativamente alla coreografia
pura o a una danza visivamente teatrale, a ispirazioni musicali
e letterarie o a proprie e personalissime suggestioni, a brani da
camera per pochi interpreti prediletti o a composizioni di ampio
respiro per l’intero ensemble, a riletture di classici del
balletto del Novecento o a originali nuove creazioni, le scelte
autoriali di Bigonzetti sembrano racchiudersi e rincorrersi nei
tre titoli di questo programma: Les Noces, Rossini Cards, Sciarada.
Con Les Noces Bigonzetti riprendeva una sfida che già in
passato, agli esordi di coreografo, l’aveva sporadicamente
tentato: rivisitare i titoli cardine della storia del balletto.
Dopo aver riletto una classica Coppelia per gli allievi della
Scuola dell’Opera di Roma e aver dato al Balletto di Toscana,
in una nuova veste, quel Mandarino meraviglioso di Bartók
tante volte rimaneggiato per la scena, due anni fa fu la volta di
Stravinskij e di quelle sue partiture così intimamente legate alle
originali versioni sceniche. Accanto a Petrusˇka, presentato
a dittico in una «Serata Stravinskij», dell’epoca dei Ballets
Russes di Diaghilev il coreografo romano scelse anche Les Noces.
Su quella partitura nel 1923 Bronislava Nizˇinska – sorella
del leggendario ballerino Vaslav – creava una coreografia
che come la musica riusciva a decantare l’apparenza delle
inflessioni naturalistiche e folkloriche in una fulgida ritualità
astratta. Nonostante il libretto avesse per soggetto la celebrazione
delle nozze contadine russe e i materiali musicali ne echeggiassero
la tradizione sonora popolare, uno Stravinskij al culmine del cosiddetto
«periodo russo» imprimeva ai vari elementi della sua opera uno straniamento
assoluto. Allo stesso modo Nizˇinska, nella fissità quasi lignea
che scolpiva i suoi gruppi di danzatori, disposti a piramide o inanellati
in serpentine, trovava una bellezza iconica, senza tempo né luogo.
Capace di dare valenza assoluta anche a scene di minuto realismo
popolare, come la benedizione della sposa e l’acconciatura
della sua treccia, le lamentazioni dei genitori e le felicitazioni
degli amici, e persino il rito di scaldare il letto nuziale da parte
di una coppia più anziana. Da quella première parigina Les Noces,
ripreso sotto la supervisione della stessa Nizˇinska negli
anni ’60 e di recente riapparso, in filologiche ricostruzioni,
in vari teatri del mondo, è stato oggetto di innumerevoli riletture
coreografiche. Molti, prima di Bigonzetti, i grandi coreografi
che vi si sono dedicati, a partire da Aurelio Milloss – suo
ideale maestro romano – Jerome Robbins per l’American
Ballet Theatre, Maurice Béjart per il Ballet du XXème Siècle, Lar
Lubovitch per la sua compagnia, fino al più giovane Angelin Preljocaj.
Volti tutti a restare fedeli allo spirito della partitura musicale
quanto dell’archetipica versione scenica, senza lasciarsi
tentare da alcuna caratterizzazione narrativa, temporale o geografica.
Andare al cuore del rito per lasciarne intatta la grandezza di icona
è stato anche l’avvio creativo di Mauro Bigonzetti, che citando
in veste contemporanea l’originale di Nizˇinska ne riprende
la rigida separazione coreografica tra maschi e femmine, i ruoli
protagonistici della sposa e dello sposo, e persino l’essenzialità
monocromatica dei costumi, ideati allora dalla pittrice russa Natal’ja
Goncharova. Ciò che appare invece predominante ne Les Noces
di Bingonzetti è l’aggressività quasi barbara e tribale del
rito nuziale, pur nell’estrema stilizzazione della contemporaneità.
A stento trattenuta, la violenza si cela nel fronteggiarsi minaccioso
dei danzatori, negli inginocchiatoi simili a trespoli che ondeggiano
sinistramente rumorosi, nell’esposizione al pubblico sguardo
dell’intimità degli sposi, nello sgomento dei volti dei protagonisti,
nell’attesa piena di oscuri presagi del finale sospeso.
L’ispirazione musicale, ancor prima che coreografica, è pretesto
creativo sempre più frequente per il direttore di Aterballetto.
Se ad autori come Hendrix o Zappa Bigonzetti si volge con un’attrazione
naturale che lo riporta alle passioni della giovinezza, in questi
anni di maturità creativa le sue esplorazioni musicali hanno spaziato
nel tempo e nei generi con sorprendente curiosità intellettuale.
Una delle ultime scoperte, ammantata dell’entusiasmo di un
coreografo che ama profondamente la musica e che crea intimamente
con essa, è Gioachino Rossini, che Bigonzetti si è spinto a conoscere
fino in fondo, senza fermarsi agli splendori celebri delle opere
della maturità, ma arrivando anche alle raffinate composizioni della
vecchiaia per pianoforte e voce, come le Soirées musicales
o i Péchés de vieillesse. Ne è nata una creazione che già
nell’estemporaneità del titolo, Rossini Cards, rivela
come la figura di uomo e di artista del grande pesarese vi si rifletta
qua e là riconoscibile, incorniciata dalla sua musica ed evocata
in un quadro di sostanziale astrazione. Ecco allora i segni di un’esistenza
eccessiva e raffinatissima insieme, folle e drammatica, buffa e
intensa, allietata dai piaceri del cibo, del vino e dell’amore
balenare tra la grande tavolata settecentesca su cui si apre il
sipario, nei carnali duetti d’amore dall’accesa sensualità,
tra le crinoline audaci di taglio contemporaneo, negli ensemble
di frenetica allegrezza danzati al ritmo di un’eroica ouverture.
Maestro delle composizioni corali, capace di disporre sulla scena
con intensità visiva e perizia coreografica il suo intero ensemble,
Bigonzetti non ha mai tralasciato di dedicare ai danzatori particolarmente
amati qualche preziosa creazione da camera. È accaduto anche con
Sciarada, un balletto drammaturgicamente allusivo alle preferenze
letterarie di Bigonzetti, che ne ha indicato la chiave di lettura
nell’opera di Pessoa e di Conrad. Ma se nel titolo e nell’allestimento
scenico si possono ritrovare la complessità esoterica dell’uno
e le metaforiche peregrinazioni per mare dell’altro, Sciarada
è soprattutto l’incontro artistico di due danzatrici, e del
coreografo Bigonzetti con loro. A Sveva Berti, compagna d’arte
e di vita, danzatrice dai tratti forti e dal segno danzante marcato,
Bigonzetti oppone una deuteragonista di opposte fattezze e di diverso
temperamento scenico. Al debutto dello scorso anno era Macha Daudel,
una danzatrice che come Sveva Berti accompagna da lungo tempo la
vicenda di Bigonzetti coreografo. Oggi il suo ruolo è danzato da
Béatrice Mille, anche lei francese, morbida e bionda, soltanto più
minuta e fanciullesca di colei che l’aveva preceduta. Ma ciò
che continua a essere importante in questa Sciarada dall’ambientazione
teatrale e dall’andamento coreografico astratto è l’intimità
crescente che si crea a poco a poco tra le due donne. Tanto diverse
all’inizio e sempre più simili infine, ormai spogliatesi degli
abiti reali e simbolici, per offrirsi nella loro purezza di danzatrici
a se stesse, al loro coreografo demiurgo, e al pubblico.
Valentina Bonelli
(inizio pagina)
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