| |
giovedì 21 ottobre 2004, ore 20.30 Turno A
venerdì 22 ottobre 2004, ore 20.30 Turno B
Béjart Ballet Lausanne
Direttore Maurice Béjart
Le Presbytère
n’a rien perdu de son charme,
ni le jardin de son éclat
Coreografia e Regia
Maurice Bejart
Musica
Wolfgang Amadeus Mozart, Queen
Costumi
Gianni Versace
Luci
Clement Cayrol
Un balletto-rock per le nuove generazioni
Da magnifico seduttore qual è, insuperabile nel restituire
nella veste spettacolare più ammaliante ogni suggestione culturale,
storica, etnica che accenda di volta in volta la sua onnivora curiosità,
Maurice Béjart non poteva omettere di colpire al cuore, con un sontuoso
balletto-rock, anche le giovanissime generazioni. L’ha fatto
a suo modo, mescolando come sempre gli accade citazioni colte e
motivi pop, musica alta e canzoni leggere, levigato neoclassicismo
sulle punte e fremiti stilistici di odierna radice, costumi da prova
minimalisti e abiti post-moderni griffati Versace. La duplice anima
dello spettacolo si annuncia sin dal titolo: Le Presbytère n’a
rien perdu de son charme, ni le jardin de son éclat, ermetico
scioglilingua di musicale sonorità tratto da Le mystère de la
chambre jaune, romanzo poliziesco di Gaston Leroux, il cantore
popolare della belle époque francese. Bizzarra parola d’ordine
di Rouletabille, il detective protagonista, la melodiosa frase fu
un segreto diletto verbale per i surrealisti francesi, mentre per
Béjart, che non rinuncia al piacere della citazione dotta, la scelta
del titolo non ha legame alcuno con l’accezione dello spettacolo,
ma è conchiusa nel fascino della sua bellezza poetica. E se la lieve
dolcezza del titolo non sembra preludere allo show fragoroso e abbacinante
che racchiude, dall’estetica pop e dalla facile immediatezza
dello spettacolo si è spontaneamente originato un sottotitolo di
asciutta contemporaneità: Ballet for life. Mentre ad accendere
sin dall’inizio su Le Presbytère...! le luci dello
show - seppur segnato dagli eleganti confini del balletto moderno
- è la scelta musicale, concepita da Béjart come la colonna sonora
di un musical, con canzoni di successo susseguentisi in crescendo.
L’effetto è splendida-mente ottenuto con le più celebri hit
del gruppo inglese dei Queen - It’s a beautiful day, Time,
A kind of magic, Radio gaga, I want to break free, fino all’apoteosi
finale di The show must go on - tra i quali si schiudono,
all’improvviso e per brevi squarci intimi, le divine melodie
mozartiane del Concerto 21 C o della Marcia Funebre.
E per la prima volta Béjart lancia i suoi ballerini semidei, le
ragazze dalla bellezza luminosa e gli efebici ragazzi, su di un’impervia
partitura rockeggiante, sulla quale la sua elegante scrittura neoclassica
non solo non stride, ma si apre a nuovi, acrobatici virtuosismi.
Per l’ensemble, così come per i solisti: l’uno a contrappuntare
con ampio respiro il florilegio di assoli, pas de deux e pas de
trois che costellano lo show, gli altri a brillare in folgoranti
cammei di trascinante possenza. Perché con Le Presbytère...!
Béjart ritrova anche quella grandiosità di tono che sembrava aver
abbandonato per sempre dopo lo scioglimento del leggendario Ballet
du XXème Siècle, la costituzione del più piccolo Béjart Ballet Lausanne
e la sua ulteriore riduzione a una trentina di elementi. L’occasione
è troppo importante perché il vecchio leone Béjart rinunci all’attitudine
di gridare, alle più vaste platee, i suoi messaggi di universale
ambizione, che lascino intravedere, in controluce, la ricca trama
del suo personale vissuto. Ecco allora che con Le Presbytère...!
il dolore intimo e privato per la perdita di Jorge Donn –
ballerino e uomo amatissimo morto di Aids - si sublima in uno spettacolo
di timbro magniloquente, ove le lugubri allusioni alla malattia
e alla morte che sembrano ombreggiarlo vengono quasi spazzate via
dai ballerini di Béjart. Merito, ancora una volta, di quell’ecumenismo
della bellezza e della giovinezza che nel coreografo di Marsiglia,
a dispetto di tutto, non ha mai vacillato, della forza e dell’ottimismo
di quell’ideale enclave multirazziale che è stato il Ballet
du XXème Siècle un tempo e che è oggi il Béjart Ballet Lausanne,
ovvero le felici rappresentazioni in miniatura del reale mondo esterno.
Ma questa volta il fiero esibizionismo di un coreografo star come
Béjart si ferma davanti al pudore del proprio dolore, custodito
nei tanti anni che lo separano ormai dalla morte dell’amato
Jorge Donn con un silenzio duro e toccante, mentre il solo pronunciare
quel nome basta a rompere in lui il riserbo della commozione. Parimenti,
incapace di esporre sulla scena, per tutto il tempo del balletto
a lui dedicato, l’idolo Jorge Donn, Béjart manda avanti al
suo posto un uomo dello schermo: Freddie Mercury, il leader dei
Queen. Morto come Donn di Aids, anch’egli quarantacinquenne,
e ad un solo anno di distanza, oltre alle coincidenze che per Béjart
hanno la valenza magica dei segni, Mercury uomo e artista non poteva
non suscitarne l’interesse. Il cosmopolitismo stregato dall’Oriente
di Béjart ha voluto trovare il fascino misterico della pop-star
inglese nelle sue radici mediorentali: nato a Zanzibar e vissuto
in India ma di origini iraniane, Farouk Bulsara – questo il
suo vero nome - apparteneva a una famiglia della setta dei «parsis»,
i persiani adoratori di Zaratustra, che alla sua morte gli riservarono
una cerimonia funebre officiata da sacerdoti zoroastriani. Ma come
ha dichiarato lo stesso Béjart, ad affascinarlo della personalità
di Mercury furono soprattutto la stessa grinta, la stessa voglia
di vivere e di mettersi in mostra che anche Donn possedeva, tanto
da fargli avvertire, sospesa tra i due, un’«affinità baudelairiana».
Ma se Mercury appare riconoscibile in ogni quadro dello spettacolo
dietro gli eccentrici travestimenti con la bandiera inglese, la
tiara e lo scettro da regina, le parrucche femminili o il chiodo
in pelle, la presenza inquieta di Donn si ravvisa invece aleggiante
sull’intera trama coreografica, per leggersi con assoluta
chiarezza negli assoli maschili a torso nudo che Béjart sembra aver
pensato per lui. Mentre baluginano qua e là la sensualità accesa
e trasgressiva, la bellezza da divinità greca sospesa tra apollineo
e dionisiaco, una febbre di vita e una generosità nel donarsi che
sembravano divorarlo anche sulla scena. Nei tanti balletti che Béjart
creò per lui: La Nona Sinfonia, Romeo e Giulietta,
Messa per il tempo presente, o ai quali l’argentino
arrivato come un dono nel cuore del Ballet du XXème Siècle diede
nuovo fervore: La Sagra della Primavera, e ancor più Bolero,
di cui fu il primo interprete maschile, fissato per sempre dal film
di Leluch. Così i cimiteriali sudari, le barelle d’ospedale,
i seducenti angeli della morte, una sposa in nero, le ambigue promiscuità,
i convegni fugaci di Romeo e Giulietta nell’era dell’Aids
e i tanti altri simboli sinistri del balletto, non possono nulla
contro la fisicità iperrealistica dell’immagine di Jorge Donn,
che invade infine la scena palpitando da uno schermo immenso. Con
la maschera tragica e grottesca di Nijinskij, clown de dieu,
memoria non casuale di un altro dio della danza strappato troppo
presto alle scene, e anche allora dalla malattia. Raccolti intorno
all’effigie di Donn in devoto silenzio, i giovani ballerini
del Ballet Lausanne, che forse neppure l’hanno conosciuto,
insieme ad un commosso eppur sempre ottimista Béjart, siglano infine
con una giubilante passerella la spettacolare messa laica che hanno
appena celebrato.
Valentina Bonelli
Per gentile concessione della Fondazione Teatro Comunale
di Modena
«Era poco prima o forse poco dopo la morte di Donn. Freddie Mercury
e Donn sono morti alla stessa età. Erano due personalità molto diverse,
caratterizzate tuttavia dalla stessa grinta e dalla stessa voglia
di vivere e di mettersi in mostra. Avvertivo una certa affinità
(nel senso che Baudelaire dà a questa parola) tra Donn e Freddie
Mercury.
Poi ho trovato lo chalet vicino a Montreux, mi sono seduto di fronte
a un paesaggio che mi affascinava, un panorama sul Lago di Ginevra
che sembrava senza fine; qualche giorno dopo è uscito il disco dei
Queen, quello pubblicato dopo la morte di Mercury, e l’immagine
sulla copertina del CD Made in Heaven era la stessa che vedevo
io dallo chalet. Sono estremamente sensibile a questo tipo di coincidenze.
In seguito ho letto alcuni libri su Freddie Mercury e sulla sua
vita. Ho appreso che era nato a Zanzibar, aveva vissuto in India,
che era di origine iraniana, che la sua famiglia apparteneva alla
setta dei «parsis». «Parsis» significa «persiani»: sono gli adoratori
di Zoroastre-Zarathustra, partiti per Bombay al momento dell’invasione
musulmana. Il vero nome di Freddie Mercury era Farouk Bulsara. Ho
anche letto che sarebbe stato sepolto a Londra dopo una cerimonia
privata tenuta da preti zoroastriani. Di colpo, l’interesse per
Freddie Mercury e per i Queen mi ha portato a rileggere alcuni testi
di Henry Corbin.
Questo balletto è legato a molti sentimenti che mi appartengono
in questo momento. Lo considero un balletto allegro e pieno di gioia,
né sinistro né disfattista. Se non dico che è un balletto sulla
morte, il pubblico non se ne accorgerà nemmeno. Ispiratomi da Jorge
Donn e da Freddie Mercury, non sarà un balletto sull’aids, ma su
persone morte in giovane età. Non voglio dire che sono morti troppo
presto, perché non sono sicuro che le cose arrivino troppo presto
o troppo tardi, in genere arrivano quando devono arrivare. Accanto
ad alcuni brani dei Queen metterò qualche pezzo di Mozart per pianoforte,
oppure dei brani strumentali, ma nessuna voce perché già tutti i
brani dei Queen sono cantati. Anche Mozart è morto in giovane età,
a 35 anni, dieci anni prima degli altri due: Freddie e Donn sono
morti a 45 anni.
Ecco io lavoro su tutto questo, cerco di approfondire alcune cose,
a volte procedo a tentoni, allora riguardo le videocassette dei
Queen, ascolto sistematicamente tutti i loro dischi, paragono le
diverse registrazioni di ogni brano e ho in realtà un debole per
le registrazioni live. Quando registrano in studio sono più
lenti, meno trasportati dal pubblico.
Poiché desideravo un titolo che non evocasse nulla, rileggendo Gaston
Leroux ho scelto quella che ne Le Mystère de la chambre jaune
è la parola d’ordine del detective Rouletabille: «Le presbytère
n’a rien perdu de san charme, ni le jardin de san éclat». Mi
è stato poi riferito che questa frase era stata ripresa dai surrealisti
e che circolava già «clandestinamente» a quei tempi. È in effetti
una frase che non significa nulla, ma che è affascinante, poeticamente
molto bella e musicale.
Desidero che i costumi siano bianchi, completamente bianchi. Ho
voluto che li creasse Gianni Versace. Con il bianco si possono inventare
delle forme stravaganti, pur mantenendo sempre un certo rigore.
Uno dei regali che questa nuova creazione mi fa è l’occasione di
lavorare con Gianni. Sono passati alcuni anni dall’ultima volta
che abbiamo collaborato. Io amo molto lavorare con lui perché il
suo entusiasmo e il suo fervore sono contagiosi. Oltre cento boutique
in tutto il mondo portano il nome di Gianni Versace, ma non è questo
che mi interessa, e mi chiedo se è questo che interessi a lui. Dal
momento in cui iniziamo a lavorare insieme, lui ha le angosce e
le manie tipiche di un debuttante, proprio come me. È il segreto
della nostra amicizia».
Maurice Béjart (giugno-luglio 1996)
Tratto da La vie de qui?, Ed. Flammarion,
1996
(inizio pagina)
|
|