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giovedě 3 novembre 2005, ore 20.30  Turno A
venerdě 4 novembre 2005, ore 20.30  Turno B

Sylvie Guillem
Michael Nunn
William Trevitt

Rise and Fall

Torsion
Coreografia Russell Maliphant
Luci Michael Hulls
Musica Richard English
Interpreti Michael Nunn & William Trevitt
Sponsor della produzione Luscious Chocolate
Coreografia commissionata da The Place
Costumi gentilmente forniti da
FCUK, French Connection, UK
Creazione 2002

Two
Coreografia Russell Maliphant
Luci Michael Hulls
Musica Andy Cowton
Interprete Sylvie Guillem
Coreografia commissionata dal
Dance Umbrella Festival, Londra, 1998

Broken Fall
Coreografia Russell Maliphant
Luci Michael Hulls
Musica Barry Adamson
Interpreti Sylvie Guillem,
Michael Nunn, William Trevitt
Creazione 2003

 

Marinella Guatterini
Sylvie Guillem, una diva in cammino

A stento il balletto si mantiene un’arte per dive e divi, e visto che lo stesso fenomeno divistico è in crisi nel limitrofo mondo dell’opera, potrà stupire ben poco se oggi esistono tante belle danzatrici e tanti aitanti ballerini dalla tecnica impeccabile o dalle toccanti doti interpretative ma pochissimi divi. D’altra parte nella nostra società omologata è sempre più difficile catalizzare quella stessa attenzione planetaria che ad esempio fu riservata, negli anni Sessanta, a Rudolf Nureyev, transfuga russo e per di più segnato da un destino leggendario sin dalla nascita. Oltre alle doti comuni ai grandi ballerini - vocazione, talento, professionalità - oggi occorre ancora avere, se non l’impossibile unicità di personaggi oltremodo travagliati (come Vaslav Nijinskij, le Dieu de la danse della prima metà del secolo scorso), almeno qualcosa in più: uno scintillio, una personalità inimitabile, un tocco speciale non costruito ma intrinseco, naturale.
Perché divi si nasce e purtroppo non si diventa, proprio come la francese Sylvie Guillem, asse centrale di questo spettacolo: da vent’anni “fenomeno” internazionale analizzato, discusso, ma soprattutto esaltato o fatto a pezzi con quella miope ma in fondo eccitante partigianeria che non fa che alimentare l’aura del personaggio.
Ma che tipo di diva è Sylvie Guillem? Anzitutto è una ballerina dalla bellezza ancora incantevole e dalle spiccatissime doti naturali, come la strabiliante apertura delle anche che a lei consente di raggiungere e di mantenere,senza sforzo, quegli equilibri che altre danzatrici conquistano, se li conquistano, con grande sudore.
Ma è soprattutto una danzatrice di formazione classica, capace di migrare da una cifra espressiva a un’altra, da uno stile a un altro, come ben dimostra lo spettacolo tutto contemporaneo e tutto affidato alle coreografie di Russell Maliphant, inserito in questo ricco cartellone di “ParmaDanza 2005”. Nelle migrazioni che da tempo la caratterizzano, Guillem non mantiene intatta, come sostengono i suoi detrattori, “la glaciale indifferenza e freddezza da ginnasta”, e neppure, come invece ribattono i suoi sostenitori ad oltranza,“la maestria inimitabile, da superballerina”. Semmai esercita la sua flessibilità mentale, la sua disponibilità a modulare nei mille modi possibili l’idea di un corpo contemporaneo, proteiforme e mutante, che oggi danza una coreografia del passato o dell’altro ieri, senza soverchie polveri o incrostazioni stilistiche,e domani si getta a capofitto in un progetto tutto nuovo come questo Rise and Fall.
Piaccia o meno la sua invidiabile facilità tecnica, Guillem è riuscita a canalizzare le sue doti nella ricerca, ancora e sempre perfettibile, come lei stessa sa bene, di un’immagine diversa di ballerina. Poca importanza ha che questa ballerina sia sulle punte o a piedi nudi: ciò che importa è che creda non a un qualche stereotipo preconfezionato da imitare ma in se stessa, e che sappia esternare senza infingimenti la propria sensibilità di artista e di donna d’oggi. In tutti questi anni Guillem non solo ha affrontato esperienze sempre nuove ma si è messa in sintonia e in viaggio assieme alla danza che, al di là di ogni ovvia congettura,“si muove”, e oggi più che mai in mille, inattese, direzioni.Per questo ciò che più attrae in questo personaggio via via descritto come superbo, arrogante, impertinente ma, con la raggiunta maturità, forse scoperto nella sua luce più autentica - quella che la ruvidezza emotiva e giovanile le nascondevano - è proprio la sua continua crescita, nella messa in crisi, sempre dubitativa, delle conquiste raggiunte.
Gli artisti che si interrogano e non hanno solo risposte risolutive, o definitive, da proporre, sono sempre i più affascinanti. E certo l’odierna quarantenne Guillem, somiglia poco alla ballerina spavalda che a sedici anni entrava, col naso forse troppo all’insù, nell’aristocratico complesso dell’Opéra di Parigi (dopo un rapido passaggio infantile nel mondo della ginnastica artistica). Né ha molto a che spartire con la diciannovenne étoile nominata sul campo da Rudolf Nureyev, durante una recita del Lago dei cigni, e che appena cinque giorni prima di quel debutto aveva ottenuto la nomina al grado inferiore di prima ballerina.
Nel 1988 un vero coup de théâtre divistico: Guillem abbandonava clamorosamente l’Opéra di Parigi a causa di misteriose “incomprensioni burocratiche”: in apparenza è insensibile al fatto che proprio in quel teatro e grazie al suo talent scout e direttore, Rudolf Nureyev, aveva avuto l’occasione, non solo di danzare molti classici del repertorio (Romeo e Giulietta, Raymonda, Don Chisciotte, Cenerentola con Agon, Concerto barocco, Apollon musagète, e il Magnificat di John Neumeier), ma anche di incontrare alcuni coreografi e registi che avrebbero segnato la sua carriera e la sua crescita intellettuale, come William Forsythe (per France Dance del 1983 e In the middle, somewhat elevated, in parte proprio a lei dedicato nel 1987), come Robert Wilson per un Martyre de Saint-Sébastien (1988) in cui interpretò il ruolo del Santo.
Con la maturità si sono smussati gli angoli del carattere,come provano sia la sua ormai più che quindicinale - e tranquilla - appartenenza al Royal Ballet in veste di “prima ballerina ospite”, sia i ripetuti ritorni a Parigi che hanno dissolto, come neve al sole, gli antichi attriti. Oggi l’egotica, assoluta, consapevolezza di “essere Sylvie Guillem” si direbbe meglio indirizzata nella difesa a spada tratta di scelte e idee personali, mai di convenienza o acquiescenti e peraltro spesso condivisibili. Come la necessità di avere accanto partner in grado di colloquiare con lei - ed è senz’altro il caso di Michael Nunn e William Trevitt - e la non meno necessaria urgenza di penetrare sino in fondo i personaggi che sceglie (La Sylphide, curiosamente ma non troppo, è forse l’unico, famoso, balletto del repertorio in cui non si è mai voluta cimentare) e possibilmente senza ripetere se stessa. Così la sua Giulietta di oggi è infinitamente più introspettiva di quella di ieri, e la sua Manon è un modello non solo di eleganza ma anche di ricerca e trasformazione di un’eroina letteraria (troppo spesso restituita con superficialità od esagerata civetteria) non solo fedele alla coreografia di Kenneth MacMillan ma anche dissotterrata tra le pagine e le righe del romanzo dell’Abbé Prevost.
La “diva” Guillem ha tentato anche dell’altro: nel 1998 ha ancora una volta interpretato ma soprattutto allestito, da neofita coreologa-coreografa, il capolavoro romantico Giselle, dapprima per il Balletto Nazionale Finlandese poi, con alcuni ritocchi nella coreografia e soprattutto nell’impianto scenografico, per il Balletto della Scala che ne ha fatto un suo cavallo di battaglia nella stagione 2000-2001, portandolo in tournée negli Stati Uniti e a Londra. In questa ricostruzione-ricreazione, Guillem ha espresso un suo punto di vista emotivo e comunicativo: danzare i classici del repertorio, significa per lei, tornare a scoprire una motivazione plausibile ed interiore per farlo.
Di nuovo amata e odiata per questo ennesimo salto in un terreno scosceso e ignoto come quello della coreografia, la ballerina-diva ha se possibile rafforzato il suo rapporto con la scena e le sue difficoltà (“dirigere altri danzatori è stato l’impegno più estenuante in quest’impresa”, ricorda) e dopo i videoclip, i filmati sulla danza, le fotografie che ama scattare (e anche la pubblicità) ha ulteriormente ramificato i suoi tentacoli artistici.
In seguito le sue sfide non sono state meno numerose, ma sino ad oggi tutte assunte in prima persona: da Marguerite and Armand, cammeo che vive nel ricordo di Margot Fonteyn a Carmen di Mats Ek che pure si nutre ancora dell’immagine indimenticabile di Ana Laguna, passando attraverso due testimonianze storiche della pioniera e coreografa espressionista Mary Wigman: La danse d’éte e soprattutto la specialissima Danse de la sorcière o Hexentanz, sino a quest’ultimo trittico “inglese”, frutto di un sodalizio recente, ma folgorante. Si potrebbe obbiettare che in questa ennesima avventura artistica la diva Guillem gioca, come mai prima d’ora le era capitato in ambito di danza contemporanea,“in casa”: i suoi due partner,Michael Nunn e William Trevitt, sono rampolli inglesi con una formazione “regale” alle spalle; entrambi allievi della Royal Ballet School sono diventati solisti (Nunn, nel 1997) e primi ballerini (Trevitt, nel 1994) della maggior compagnia londinese di cui anche Guillem, sia pure in veste di ospite, fa parte. Non solo: anche Russell Maliphant, il coreografo di Rise and Fall, ha studiato alla Royal Ballet School e si è diplomato al Royal Ballet prima di lasciare la compagnia per iniziare una carriera indipendente. Ma il linguaggio che traspare nei tre pezzi del programma va ben al di là dell’accertata conoscenza reciproca dei suoi interpreti e del feeling che si può creare tra colleghi che operano in una stessa istituzione artistica. Inoltre, da qualche tempo, Guillem mostra interesse proprio per la nuova coreografia del suo Paese d’adozione: ha danzato Blue Yellow di Jonathan Burrows, poi inserito nel suo film Evidentia e Ten Blisters di David Kern.Ora affronta un programma da camera e monografico,che forse ancora mancava nel suo fitto carnet sperimentale.
Rise and Fall si apre con Torsion, un balletto tutto maschile di 24 minuti, commissionato dalla George Piper Dances nel 2000: Nunn e Trevitt, in costumi che paiono uniformi da lavoro ma senza maniche, sfoggiano tutti i trucchi, le concatenazioni di braccia, i tira e molla, le soffici acrobazie tipiche del linguaggio di Maliphant. Vero e proprio scultore di corpi in movimento e in stasi che ama immergere nelle luci preziose, quanto discrete, di Michael Hulls, questo coreografo anglosassone ha proiettato tutto il suo sapere e il suo acume compositivo nello sforzo di far convivere, esplorandole, le tecniche più diverse ma anche i riti e le terapie del corpo: dal classico alla Contact Improvvisation, dallo yoga indiano alla capoeira brasiliana sino al Tai Chi cinese. Proprio questo suo morbido, singolare e non aggressivo rimescolio di generi è il vero collante di Torsion: i due protagonisti non sono che raramente competitivi, semmai complementari nel protendersi quasi al raggiungimento della “torsione ideale”. Se infatti si presta ascolto anche agli strani echi, come di temporale, della musica di Richard English, il movimento della coppia parrà orientato alla sublimazione quasi metafisica dell’“essere in torsione-tensione” e dell’“essere in rotazione”. Nella nitida pirouette che uno dei due protagonisti ad un certo punto esegue, tutto solo, al centro scena, ravvisiamo l’importanza dello spazio calamitante, centrale. Basta un tocco delle dita perché i due danzatori, a braccia tese, vengano risucchiati al suo interno; prima forze occulte o semplici volontà divergenti, li tenevano separati,uno davanti o a fianco all’altro, intenti ad agire anche specularmente, a imitarsi. Poi il centro-calamita li avvinghia, li tiene sin che può stretti a sé.
Più complessa, ma forse concettualmente più semplice, la coreografia Brocken Fall debuttò nel dicembre 2003 alla Royal Opera House di Londra. Qui anche Sylvie Guillem è parte dell’irrefrenabile melting pot globale che attira, respinge, contorce, compone i corpi come fossero soffice materia di gomma senza spigoli. Il titolo della coreografia allude, però, a “cadute rovinose” che in effetti sono ricorrenti: in costumi da palestra e ginocchiere, chi si erge più in alto di tutti - sempre l’esile Guillem, filiforme e dal peso piuma - si espone a rovesci improvvisi, a cedimenti tutti da controllare. Questa volta siamo davvero in un regno atletico ma ancora soft: l’orizzontalità che spesso preme ai danzatori è la conquista di un respiro rilassato, di un avanzare ed indietreggiare nello spazio prima di un nuovo incontro. Nel trascolorare della musica di Barry Adamson, questo pezzo che certo non ignora i grovigli umani del Laocoonte, e che ha vinto il Premio “Laurence Olivier”come miglior produzione di danza del 2004, ammorbidisce o incrudelisce le sue lotte e acrobazie, ora con il sostegno di suoni quasi classicheggianti, ora di percussioni in sordina oppure stridenti. Inequivocabile, la poetica “globale” di Maliphant che tutto stempera in armonia, emerge anche in Two, il nucleo originale dal quale si sviluppò, anni dopo, il terzetto Rise and Fall. L’assolo Two risale infatti al 1998 e da allora ne furono interpreti diverse danzatrici della compagnia fondata da Maliphant nel 1996. Da qualche tempo è un dono per Sylvie Guillem e la diva francese lo ha fatto proprio, aggiungendo ancora una tessera al suo mosaico di danza contemporanea in costruzione.

 

Judith Mackrell
Russell Maliphant

La coreografia di Russell Maliphant è da lungo tempo apprezzata per la sua eccezionale ed echeggiante poesia ma, nonostante questo, le sue prime opere sono state viste solo da poche persone. Interpretate da improvvisati gruppi di ballerini e presentate in teatri d’avanguardia, rimangono uno dei segreti meglio custoditi del mondo della danza. Tuttavia, negli ultimi anni, il pubblico di Maliphant è cresciuto in maniera esponenziale. Le sue opere sono state presentate in tournée all’estero, sia dai suoi stessi ballerini sia da altre compagnie - George Piper Dances, ad esempio - e le sue coreografie sono state adattate per la televisione.
Broken Fall ha segnato la sua prima esperienza coreografica sul palcoscenico della Royal Opera House anche se, come ballerino, Maliphant è stato per diversi anni molto vicino al Covent Garden. È nato ad Ottawa nel 1961 e ha trascorso la sua infanzia a Cheltenham,dove ha studiato danza. A sedici anni è diventato studente della Royal Ballet School e dopo tre anni è entrato a far parte del Royal Ballet.Vi è rimasto fino al 1988 quando ha deciso di lasciare la compagnia per ampliare la sua esperienza di interprete. In questa fase l’interesse di Maliphant si è spostato dalla danza classica a quella moderna e gli anni immediatamente successivi lo hanno visto lavorare con numerosi coreografi indipendenti. Tra questi citiamo Michael Clark, Laurie Booth, Rosemary Butcher e Lloyd Newson (direttore del DV8 Physical Theatre) per il quale ha interpretato nel 1988 la produzione intitolata Dead dreams of monochrome men.
La gamma di tecniche che Maliphant ha affrontato danzando per questi coreografi è stata molto ampia. La sua formazione classica si è ampliata con l’assimilazione della contact improvisation, delle arti marziali, della capoeira, del Tai chi e persino dell’acrobazia. Una delle caratteristiche comuni a questi coreografi era la dipendenza dagli stimoli provenienti dai ballerini durante il processo creativo. Per Maliphant l’esperienza di improvvisare la danza, sia durante le prove sia durante la recita, è stata cruciale per la sua transizione al ruolo di coreografo. Nel 1991 ha creato le sue due prime coreografie: un solo per se stesso intitolato Evolving paradigm e un duo senza titolo accanto al danzatore Scott Clark. Queste creazioni hanno portato a una vera e propria commissione: nel 1992 la Ricochet Dance Company gli ha commissionato un quartetto intitolato Relative shift. Lo stile coreografico di Maliphant si è evoluto parallelamente alle sue molteplici esperienze come interprete. È riuscito a padroneggiare una forza difficile a contenersi, che si manifesta attraverso un superbo controllo fisico invece che un atletismo aggressivo. Le tecniche meditative e di rilassamento apprese grazie allo yoga e al Tai chi sono evidenti nella naturalezza della sua danza e nella capacità di non perdere la concentrazione anche in uno stato di veloce instabilità. La tecnica acrobatica della contact improvisation gli ha insegnato ad imbrigliare le sue energie e quelle degli altri in prodezze ed equilibri all’apparenza rischiosi. Tuttavia la formazione classica di Maliphant ha sempre continuato a coesistere nelle sue creazioni e a manifestarsi nella definizione scultorea della danza e nel suo sofisticato senso ritmico. Quando ha iniziato a creare le sue coreografie, Maliphant ha imparato presto ad aggiungervi anche suggestioni emotive. Il suo solo del 1996 intitolato Shift è esemplificativo della presenza di sottili melodie fisiche (un piccolo movimento a spirale del polso o un sensuale arco della schiena), inserite per
costruire un’aria coreografica elegiaca. Nel suo duo Critical mass (1999), vincitore di vari premi, attualmente danzato da William Trevitt e Michael Nunn della George Piper Dances, una serrata lotta di inchini diventa uno studio delle volontà in lotta tra loro.
Dal 1994 un ingrediente essenziale della coreografia di Maliphant è costituito dal disegno luci di Michael Hulls. Poeta della forma, Hulls non soltanto ridisegna il palcoscenico con la sua straordinaria architettura di luci, ma ridefinisce la presenza fisica dei ballerini. In alcuni momenti li proietta in un corpo bronzeo, in altri dissolve i loro contorni in piccoli punti di luce scintillante. Hulls intensifica il centro di interesse di coloro che guardano in modo da armonizzarli con la concentrazione interiore dei ballerini. Un ulteriore ingrediente è costituito dalla partitura musicale.
Maliphant non crea la coreografia direttamente sulla musica; tuttavia sceglie i
compositori molto attentamente e in base all’atmosfera che possono ricreare nelle sue coreografie. Tra questi citiamo Andy Cowton, Richard English, Mukul, Shirley Thompson, Matteo Fargion e, per Broken Fall, Barry Adamson. La potente alchimia generata dalle collaborazioni musicali e da quelle con le arti visive è stata ricompensata nel 2002 con un Time Out Live Award.
Anche i danzatori di Maliphant sono essenziali in questa alchimia e Broken Fall è la risposta tipica dei suoi tre interpreti: Sylvie Guillem, Michael Nunn e William Trevitt.
È stata infatti Sylvie Guillem ad aver dato avvio a questa collaborazione dopo aver assistito alla rappresentazione di una coreografia di Maliphant interpretata dalla sua compagnia e dalla George Piper Dances. Affascinata dallo stile di Maliphant e desiderosa di sperimentarlo direttamente, Sylvie Guillem ha chiesto di poter prender parte alla sua nuova creazione per la George Piper Dances, insieme a Michael Nunn e William Trevitt come artisti ospiti. Le coreografie di Maliphant sono molto richieste anche da altre compagnie e le sue recenti commissioni includono coreografie per il Ballet de l’Opéra de Lyon, la Batsheva Dance Company, il Nuremberg Ballet e per Channel 4.

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Torsion
Michael Nunn, William Trevitt,
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Torsion
Michael Nunn, William Trevitt,
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Broken Fall
Silvie Guillem, Michael Nunn, William Trevitt,
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Sylvie Guillem - Michael Nunn - William Trevitt
   
Locandina
Immagini
Cast
 
DURATA
 
Prima parte
35 minuti
 
intervallo 20 minuti
 
Seconda parte
25 minuti
 
Durata complessiva
1 ora e 20 minuti