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Saggi
Clement Crisp
Kenneth MacMillan e Manon
Il balletto al servizio della verità espressiva Manon
fu il terzo dei sei grandi balletti di Kenneth MacMillan. Realizzato
nel 1974 per il Royal Ballet, del quale era ancora direttore, è
un eccellente esempio della creatività di MacMillan nella
sua fusione di mezzi tradizionali e spirito innovativo.
È al Royal Ballet che dobbiamo guardare per la ripresa di
interesse in Occidente nei confronti dei balletti classici come
spettacoli autonomi. La rinascita della popolarità del balletto
in Europa, dovuta ai Ballets Russes di Djagilev, dimostra che il
pubblico apprezzava soprattutto il balletto come intrattenimento
in un atto (il tentativo di Djagilev di introdurre un tradizionale
spettacolo imperiale russo sulla scena - l’eccellente ma non
apprezzata ripresa di La Bella addormentata a Londra nel
1921 - fu un fallimento sul piano commerciale). Le compagnie eredi
di Ballets Russes che
fiorirono sulla scia di Djagilev negli anni Trenta e Quaranta si
occupavano essenzialmente di un analogo repertorio di balletti in
un solo atto.
Contro ogni previsione, fu il lavoro a Londra di Ninette de Valois,
che nel 1931 si accinse a creare un balletto nazionale in Inghilterra,
a rendere popolari le vecchie produzioni russe. Ninette de Valois
iniziò la sua attività con una compagnia molto ridotta.
Nel giro di tre anni riuscì però a realizzare i suoi
primi spettacoli completi, che furono resi possibili da due fattori.
Ninette venne a sapere che Nikolaj Sergeev, un tempo coreografo-regista
del Balletto Imperiale di San Pietroburgo, viveva in povertà
a Parigi. In esilio aveva portato con sé le notazioni ufficiali
che aveva utilizzato al Teatro Mariinskij e che rappresentavano
la chiave d’accesso nel repertorio classico tradizionale.
In Alicia Markova, poi, Ninette de Valois trovò una giovane
brillante ballerina capace di interpretare i ruoli principali: sapeva
che i vecchi balletti - Sergeev nel 1933 e nel 1934 aveva allestito
Coppélia, Giselle, Lo schiaccianoci e Il lago
dei cigni - rappresentavano un passaggio vitale nella formazione
dei suoi ballerini e del suo pubblico. Fornivano le radici storiche,
l’esempio classico, il senso di continuità essenziali
per una troupe che si proponeva di diventare una compagnia nazionale.
Certo, gli allestimenti erano su scala ridotta (Ninette de Valois
mi disse: «Sapevo che sarebbe stato possibile ampliarli una
volta che fossero stati realizzati i modelli originali»),
ma assai popolari. Nel 1939 poté addirittura chiedere a Sergeev
di mettere in scena La Bella addormentata con la sua ancora
modesta compagnia, ottenendo un fantastico successo, quando diciotto
anni prima, per quanto gloriosamente allestito per Djagilev, lo
spettacolo era stato un fallimento.
Nel 1946,dopo sei anni di guerra nei quali il balletto era diventato
molto popolare in tutta la Gran Bretagna, Ninette de Valois condusse
la sua compagnia in una nuova e grande sede della Royal Opera House,
il Covent Garden. La Gran Bretagna aveva un vero balletto nazionale.
Fu un successo straordinario. I vecchi ideali dei Ballets Russes
erano ormai moribondi. Ninette de Valois aveva i suoi propri coreografi,
il più importante dei quali fu Frederick Ashton. Il pubblico
ora adorava i vecchi balletti in più atti (e altre compagnie
seguirono con entusiasmo l’esempio Ninette de Valois portandoli
in scena - ma con risultati meno brillanti). A Ninette de Valois
era però chiaro che erano necessari altri lavori di grande
portata, e si rivolse ad Ashton per crearli. La ricerca di una partitura
adatta portò inevitabilmente al repertorio sovietico - il
balletto in Russia non aveva mai abbandonato la tradizione di lavori
destinati a spettacoli autonomi, e le nuove partiture abbondavano.Ashton
si rivolse a Prokof’ev, e nel 1948 andò in scena al
Covent Garden la sua versione di Cenerentola.
Fu questo il primo balletto inglese di grandi proporzioni. Ebbe
immediato successo, e quando nel 1949 il Sadler’s Wells Ballet
(che poi divenne Royal Ballet) fece la sua prima importantissima
tournée negli Stati Uniti, il trionfo dei vecchi balletti
«classici» confermò il desiderio del pubblico
di avvicinare un genere più spettacolare. Ashton continuò
a creare altri balletti di ampie proporzioni (Sylvia, Ondine
e Romeo e Giulietta per il Balletto Reale Danese), quindi
La fille mal gardée e Les deux pigeons.
Si trattava di lavori eleganti, lirici, tradizionali - Ashton si
recava talvolta a vedere La Bella addormentata, affermando
di «fare una lezione privata con Petipa».
Significativamente sarebbero poi stati i suoi eredi nella compagnia,
John Cranko e Kenneth MacMillan, a sviluppare la forma del balletto
in più atti imprimendo nuovo slancio alla coreografia inglese.
John Cranko realizzò il suo primo lavoro completo, Il
principe delle pagode, nel 1957 per il Royal Ballet, e l’anno
successivo mise in scena Romeo e Giulietta per il Teatro
alla Scala. Insediatosi come direttore al Balletto di Stoccarda
nel 1961, Cranko continuò con le sue produzioni classiche,
propose una nuova versione di Romeo e Giulietta e produsse
tre nuovi grandi balletti: La bisbetica domata, Onegin
e Carmen. In questi balletti esplorò le possibilità
drammatiche ed emotive della forma (l’esempio dei grandi balletti
sovietici, mostrato dalle compagnie del Bol’soj e del Kirov
nelle loro tournée in Occidente negli anni Cinquanta e Sessanta,
era caratterizzato da monumentalismo e grandiosità piuttosto
che da spirito innovativo).
Tuttavia fu Kenneth MacMillan, coetaneo e amico di Cranko, destinato
a confrontarsi più profondamente con l’idea e il potenziale
del balletto su larga scala nell’ambito delle tradizioni del
Royal Ballet. MacMillan, nato nel 1929, studiò alla Sadler’s
Wells Ballet School e debuttò, ancora studente, nelle rappresentazioni
de La Bella addormentata con le quali la compagnia di Ninette
de Valois riaprì il Covent Garden nel febbraio 1946, dopo
che nel periodo bellico questo teatro d’opera era stato utilizzato
come sala da ballo. MacMillan era un ottimo solista, ma dopo quasi
un decennio di attività come ballerino si sentì sempre
più insoddisfatto di questa dimensione del suo impegno artistico.
Gli amici lo spinsero a dedicarsi alla coreografia. Un primo saggio
nel 1953 (uno spettacolo intitolato Somnambulism, che trattava,
significativamente, di stati di sogno) rappresentò una chiara
indicazione delle sue doti naturali per il movimento. Nel giro di
due anni MacMillan abbandonò l’attività di ballerino,
incoraggiato da Ninette de Valois a dedicarsi alla coreografia.
Mostrò un’abilità straordinaria nella creazione
di balletti: il suo primo lavoro professionale, Danses concertantes
del 1955, spumeggiava di argute inversioni di passi classici, con
esuberante vitalità. Stava nascendo un grandissimo talento
creativo. Il fascino di MacMillan per le fonti emotive dei comportamenti,
per i risvolti sessuali e psichici della personalità, lo
portò subito a mettere in discussione le potenzialità
della danza accademica, e a cercare nuove vie per estenderne il
campo e rivitalizzarne il linguaggio.
È però importante notare come,nel corso di tutta la
sua carriera, MacMillan sia rimasto un coreografo di stile classico:
conosceva e amava Petipa (il suo ultimo grande lavoro, una versione
de Il principe delle pagode, era anche un omaggio a Petipa),
ma era profondamente interessato a mostrare come il balletto fosse
un’arte teatrale saldamente ancorata alla propria epoca, a
riconoscere Freud quanto Petipa, e a non produrre arte d’evasione
o ormai superata.
Il suo senso del teatro e il suo amore per il cinema contribuirono
al suo desiderio di esplorare le possibilità dello stile
e del vocabolario della danza. I suoi lavori in un atto rivelarono
ben presto tutto questo: nel 1961 con The invitation egli
aveva osato mettere in scena le passioni di un uomo sposato per
una giovanetta che portavano alla violenza. Con Las hermanas
egli studiò il mondo chiuso e le frustrazioni di La casa
di Bernarda Alba di García Lorca. In successivi lavori
più audaci - Playground, che trattava il problema
della malattia mentale; Valley of shadows, che affrontava
il tema dei campi di sterminio nazisti; My brother, my sister,
che oscillava sul filo fra incesto e pazzia - egli si spinse fino
a valicare i limiti estremi della convenzione ballettistica.
Quando giunse a realizzare Romeo e Giulietta per il Royal
Ballet nel 1965, era ormai un creatore sufficientemente affermato
per poter esprimere l’impulso passionale che conduceva Giulietta
a far precipitare il dramma: il temperamento della protagonista
femminile è la forza trainante della tragedia. Il lavoro
fu un enorme successo. Con Song of the earth (1965) MacMillan
mostrò il suo interesse per il soprannaturale, per questioni
di fede e per il rapporto dell’uomo con il destino. In questa
epoca MacMillan decise di mettersi alla prova, e fu per tre anni
direttore del balletto alla Deutsche Oper di Berlino, il che gli
rese possibile assumere la responsabilità di un’intera
compagnia.
Nel 1970 ritornò a Londra come direttore del Royal Ballet,
succedendo a Frederick Ashton, che, a sua volta, era subentrato
a Ninette de Valois. Compito di MacMillan fu anche quello di provvedere
a un nuovo repertorio. La sua prima grande produzione fu il balletto
in tre atti Anastasia, un ampliamento della pièce in un atto
da lui creata a Berlino per Lynn Seymour. MacMillan era affascinato
da personaggi storici «speciali».
Egli cercò, in grandi lavori come Anastasia, Mayerling
e Isadora, così come in Manon, di comprendere
e spiegare il loro mondo come pure i loro conflitti interiori.
Anastasia trattava degli ultimi anni degli zar, della giovane
granduchessa Anastasia e di una donna (Anna Anderson) che era stata
scoperta a Berlino e sosteneva di essere Anastasia. Combinazione
di esibizione classica (MacMillan doveva mettere in mostra la sua
compagnia) e studio della famiglia degli zar, con il suo interesse
per una giovane granduchessa che proprio allora si inseriva nel
mondo, ma anche per le memorie di una donna tormentata che cerca
di comunicare al mondo la propria identità, Anastasia
era l’affascinante ri-creazione di un’epoca. Forniva
un difficilissimo ruolo per una ballerina (Lynn Seymour): interpretare
le due figure della Granduchessa e di Anna Anderson.Tre anni dopo,
MacMillan si volse all’ambiente parigino della Reggenza per
il suo successivo grande lavoro, Manon. La seducente, infuocata,
amorale Manon ha affascinato il pubblico dal momento in cui l’Abbé
Prévost la creò. MacMillan si propose il compito di
collocarla nel suo ambiente, di spiegare il suo fascino e la sua
tragedia. C’era anche la necessità di creare un grande
ruolo per una danzatrice, e di contrapporre il fascino di Manon
alle attrattive del vero amore e della ricompensa terrena. I personaggi
di Lescaut,Des Grieux e Monsieur G.M.offrivano l’occasione
per tre splendidi ruoli maschili, con i grandi elementi scenografici
del cortile di una locanda nel primo atto e di una festa nel secondo
per mostrare l’intera compagnia.
Centrale negli interessi di MacMillan è il bisogno di esplorare
il fascino della giovane, e la sua corruzione. Quando Manon
giunge a Parigi, è una calamita per i diversi interessi di
chi la circonda: suo fratello la vede come un prodotto vendibile;
Madame può usarla; Monsieur G. M. la brama ardentemente;
perfino un tremolante vecchio ha dovuto soccombere alla sua freschezza
e alla sua grazia. E lo studente Des Grieux si innamora di lei.
La sua innocenza è mostrata tingersi di calcolo; la sua impulsività
emotiva e sessuale è già pericolosa. Il carattere
creato da Prévost, che gli appassionati
di opera hanno adorato per anni, acquista una nuova e affascinante
vita con la danza.
Manon è una creazione tipica di MacMillan sotto
molti aspetti: nella vivacità emotiva della coreografia,
nell’intensità delle sensazioni, nell’evocazione
di una minaccia incombente,e nell’abilità di rivelare
la passione nei termini più penetranti della danza. È
caratteristica anche per la sua freschezza inventiva, per il modo
in cui Manon può essere trattata come «carne»
(si veda come Lescaut e G.M., nella camera da letto, giochino con
il suo corpo) e adorata come un’icona sessuale nella scena
della festa, allorché è sollevata fra le braccia degli
ospiti maschili. Manon fu creata per Antoinette Sibley
e Anthony Dowell, due dei ballerini più puri e più
lirici del Royal Ballet negli anni Settanta, come il drammaticamente
intenso David Wall nelle vesti di Lescaut. Il balletto riscosse
immediato successo, e nel volgere di quattro anni (avendo lasciato
la direzione del Royal Ballet nel 1977) MacMillan avrebbe prodotto
un altro grande balletto, Mayerling, che presentava la
morte del principe ereditario Rodolfo e della sua giovanissima amante,
Maria Vetsera, nel castello di Mayerling. Nuovamente MacMillan indagava
le cause, psichiche e storiche, di una tragedia, e ancora una volta
(con David Wall fantastico Rodolfo e Lynn Seymour irresistibile
Maria) riusciva a mettere in scena un amore travolgente e fatale
nel contesto di un ambiente assai variegato. Il dramma era più
complesso di Manon, con tensioni politiche e familiari
portate in scena con grande maestria.Tre anni dopo fu la volta di
Isadora, un audace tentativo di esplorare la psiche di
Isadora Duncan. In questo ardito lavoro, come nei brevi balletti
che si collocano intorno ad esso nella produzione di MacMillan,
vediamo con quanta decisione il coreografo sfidava costantemente
il vocabolario del balletto classico, pretendendo che esso fosse
posto al servizio di una verità espressiva nella decisione
di comunicare con il pubblico con una forza priva di compromessi.
Nell’ultimo balletto, The Judas tree, creato nel
1991, l’anno prima della sua morte, MacMillan metteva ancora
in discussione la danza, richiedendo ancora una volta che essa parlasse
di ogni esperienza umana, mostrando ancora che il balletto poteva
essere, sarebbe dovuto essere - doveva essere - un’arte del
nostro tempo e della nostra cultura, un’arte relativa alla
nostra vita. In questo, almeno tanto quanto nella sua assoluta maestria
tecnica, stanno la sua grandezza e il suo intramontabile valore
come coreografo.
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