| |
Saggi
La danza senza barriere di Alvin Ailey
Se alla fine degli anni ’50 Alvin Ailey, con talento e determinazione,
riuscì per la prima volta, senza riserve e col suffragio del successo,
a dare piena dignità all’espressione di danza dei neri d’America,
un cinquantennio dopo la sua splendida compagnia, forte di un repertorio
considerato ormai “classico”, ha fatto un passo in più e può affrontare
a modo suo tutti i generi e gli stili, non solo statunitensi ma
anche europei. È la piena realizzazione in danza di quel concetto
di spontanea contaminazione che è prerogativa dell’arte contemporanea
e che la sensibilità artistica di Alvin Ailey aveva prematuramente
intuito. Certo egli, per naturale inclinazione e con dedizione assoluta,
si votò alla connotazione squisitamente nera della sua danza, per
offrire ai danzatori e ai coreografi afro-americani la possibilità
di dimostrare, finalmente, il valore della loro unicità. Fino alla
sua comparsa infatti, le espressioni della cultura di danza dei
neri d’America già affacciatesi sulla scena statunitense, non godevano
ancora della dignità dell’autenticità, diversamente da quanto già
accadeva per la musica di estrazione nera, come il jazz o il blues.
Si pensi al tip-tap, la prima forma di danza afro-americana autoctona,
che negli show teatrali così come nel cinema degli anni ’20 e ’30
restava tuttavia legato a un’immagine stereotipata e svilente del
ballerino nero. Anche le schiere di boys di colore che non mancavano
mai nel genere di varietà dell’epoca, riproponevano persino nell’entertainment
la rassicurante figura del nero sottomesso e decorativo. Quanto
era ancora lontana una rappresentazione artistica veritiera della
complessità culturale dei neri d’America, che non vivevano più in
un mondo primitivo ma in una società industrializzata e dominata
dai bianchi. Le prime conquiste verso la definizione di un’immagine
autenticamente spontanea della danza afro-americana dovettero passare
da un recupero storico-filologico delle danze originali delle minoranze
di colore. Se ne dedicarono, intorno agli anni ’30 e ‘40, due danzatrici-antropologhe,
Catherine Dunham e Pearl Primus: l’una vivendo a lungo ad Haiti
e studiando le danze dei Caraibi, l’altra trasferendosi in Africa
e fondando in Liberia un centro di danza. Il rigore scientifico
del loro lavoro si manifestò anche nella creazione coreografica
e nell’attività spettacolare, seppur entro gli inevitabili limiti
di un pubblico di adepti. Visibilità maggiore la ottenne Catherine
Dunham, che in un momento in cui il varietà e il cinema scoprivano
il colorito folklore sudamericano grazie a una diva procace come
Carmen Miranda, ebbe di riflesso qualche picco di popolarità, apparendo
anche a Broadway e sul grande schermo. E fu proprio uno spettacolo
di Catherine Dunham a convincere l’adolescente Ailey, già affascinato
dalle delizie del balletto intraviste assistendo ad una memorabile
rappresentazione americana del Ballets Russes de Monte Carlo, che
la danza sarebbe stata la sua strada. Ma già allora Ailey dovette
intuire che il suo darsi alla danza non avrebbe potuto prescindere
da una connotazione sociale e politica, ed entrò come danzatore
nella prima compagnia razzialmente integrata: quella del carismatico
coreografo e insegnante di colore Lester Horton. In lui Ailey trovò
una spiccata attitudine per una concezione della danza valorizzata
dalla contaminazione: in sorprendente anticipo sui tempi Horton
compose il suo ensemble californiano di danzatori neri, messicani
e giapponesi, indirizzando la propria ricerca coreografica verso
la cultura degli indiani d’America, con qualche suggestione estetica
nipponica, e quella che dapprima poteva dirsi una danza essenzialmente
folkloristica divenne con il tempo una vera e propria tecnica. Ailey
non si dimenticò di questo insegnamento quando nel 1958 formò a
New York la sua prima compagnia nera, ma nel frattempo aveva completato
il suo training studiando con Martha Graham, la gran madre della
modern dance americana, e con le madrine Doris Humphrey e Hanya
Holm. Presto si vedrà come anche lo studio della tecnica classica
lo influenzerà decisamente, così come quel tocco di irresistibile
entertainement appreso a danzare nei musical e nei film, oltre alla
solida preparazione in arte drammatica, evidente nell’intensa teatralità
della sue creazioni. Certo era la sua gente ad ispirare i balletti
di Ailey: nei ricordi d’infanzia del profondo sud prigioniero della
povertà e del razzismo, in una comunità tenuta insieme dalla fede
ma con l’unica speranza di fuggire su un treno in corsa; nell’evocazione
dell’età d’oro del jazz e di un’adolescenza appassionata, ad ascoltare
Dizzie Gillespie, Sarah Vaughan, Charlie Parker, Duke Ellington
nei clubs californiani; nelle suggestioni del quartiere newyorkese
di Harlem che lo faceva sentire di nuovo a casa, dove i colori,
i suoni, i movimenti della gente erano continua fonte di ispirazione.
Ma è vero che Ailey non volle mai rischiare di ghettizzate di nuovo
i suoi danzatori, segregandoli in una compagnia bellissima ma autoreferenziale.
Se ad alimentarla dunque non era soltanto la ritmica sensualità
della danza jazzy - ideale per corpi così musicali, atletici e scattanti
- ma una disciplina e una pratica estese dalla tecnica Horton alla
modern dance, dal classico all’entertainment, la compagnia non interpretava
solo i numerosissimi titoli di Ailey, ma anche quelli di tanti altri
coreografi, afro-americani e non: Lester Horton e Katherine Dunham,
Pearl Primus e Glen Tetley, Louis Falco e Lar Lubovich, Elisa Monte
e Twyla Tharp, Bill T.Jones & Arnie Zane. Come ancora oggi ricordano
coloro che lavorarono con lui, la genialità di Ailey scavalcava
largamente i confini della modern dance afro-americana. Piuttosto
egli, appassionato di tutti gli esseri umani, sembrava voler portare
sulla scena proprio la loro diversità, nella visione di quell’integrazione
che doveva rappresentare la cultura di una grande America. È stata
questa la sua più importante intuizione: una fusione di stili e
genti che sarebbe stata l’immagine di una società globale panetnica.
E questa è anche la sua maggiore eredità, perseguita dall’Alvin
Ailey® American Dance Theater di oggi, così come da tanti altri
ensembles, statunitensi e ora anche europei, che affrontano le sfide
della danza del XXI secolo armati di un bagaglio tecnico sempre
più eclettico e con ballerini le cui diversità etnico-culturali
sono risorse fisiche e interpretative. Oggi la compagnia, sotto
la direzione dell’ex danzatrice Judith Jamison, continua dichiaratamente
la strada dell’integrazione, tecnica, stilistica ed etnica, e ad
un repertorio che custodisce vivi i 79 titoli di Ailey aggiunge
ogni stagione nuove acquisizioni e commissioni, secondo la linea
tracciata dal fondatore. Ad una varietà tecnica e stilistica che
diventa sempre più fisica, veloce e virtuosistica, con un ensemble
di danzatori dalle nuances somatiche progressivamente più variegate,
corrispondono scelte artistiche che si ampliano in continuazione,
in vista forse di un’imminente unificazione dei generi. Accanto
ad una significativa presenza di creazioni commissionate a danzatori
neri già membri di spicco della compagnia, come Dwight Rhoden, Alonzo
King, Ronald K. Brown, splendidi epigoni di quello stile che ha
reso famoso l’AAADT, negli ultimi tempi le scelte di Judith Jamison
si sono volte anche alla ricerca di nuove forme spontanee di danza
afro-americana. Per esempio commissionando una creazione a Rennie
Harris, un coreografo che ha portato l’hip-hop – espressione dei
ghetti neri delle metropoli statunitensi – dalla strada al palcoscenico.
Ma al repertorio del nuovo Alvin Ailey American dance Theater accedono
sempre più spesso coreografi apparentemente molto lontani dalla
danza afro-americana del nostro immaginario, come l’americanissimo
wasp David Parson, la sofisticata post-classica Karole Armitage,
il suadente olandese Hans van Manen o l’inquieto israeliano Ohad
Naharin. Il futuro intravisto da Ailey è già il nostro presente.
Valentina Bonelli
(inizio pagina)
|
|