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Saggio
Custodi della tradizione
Dietro l’evidenza della parodia, seppur irriverente, non deve
sfuggire quanto Les Ballets Trockadero de Monte Carlo custodiscano
religiosamente un’aulica tradizione di balletto ormai a rischio
di estinzione.
La stessa maniera del travestitismo è tanto antica quanto la danza.
Nella storia del balletto occorre arrivare alla metà del XVII secolo
per trovare sulle scene la prima ballerina donna: quella Mademoiselle
de la Fontaine uscita dall’Académie Royale de la Danse che nella
Francia di Re Sole raggiunse finalmente il professionismo. Prima
di lei esibirsi in scena era prerogativa esclusivamente maschile:
erano gli uomini infatti ad interpretare en travesti anche i ruoli
femminili, mentre principesse, cortigiane e nobildonne potevano
danzare soltanto nei ballets de cour e per proprio divertimento.
È con il Romanticismo che i ruoli caricaturali di balletti commedie,
crepuscolari o féerie acquistano, nell’interpretazione maschile,
una sottolineatura doppiamente grottesca. Nel balletto più antico
giunto sino a noi, La fille mal gardée, deliziosa commedia
agreste che porta la data della Rivoluzione Francese, è tradizione
che la vedova Simone – madre di quella vivace fanciulla mal sorvegliata
che gliela farà sotto il naso scegliendosi uno sposo bello ma squattrinato
- sia interpretata da un corpulento ballerino maschio. Nell’esilarante
versione coreografica e drammaturgica che ne diede nel 1960 l’inglese
Frederick Ashton, l’irresistibile danza degli zoccoli a ritmo di
tip-tap della sgraziata signora en travesti continua ad essere uno
dei passaggi più attesi e applauditi di tutto il balletto. Tra le
brume romantiche del balletto La Sylphide, se non lo fu alla
première francese del 1832, divenne ben presto consuetudine che
ad interpretare la strega Madge – responsabile del sogno d’amore
infranto tra i due protagonisti – fosse un uomo. Tanto che anche
il coreologo Pierre Lacotte, nella sua accurata ricostruzione del
balletto originale, optò senza esitazioni per un interprete maschile.
Ma fu in epoca tardo-romantica, nella Russia dei Teatri Imperiali,
che l’esibizione en travesti trovò con nel balletto La Bella
addormentata il suo personaggio esemplare. Per tratteggiare
il più efficacemente possibile la drammatica malvagità della strega
Carabosse, Marius Petipa pensò di affidarne la caratterizzazione
al ballerino italiano Enrico Cecchetti, che eccelleva egualmente
in virtuosismo come nell’arte del mimo. La sua interpretazione,
a quella memorabile première del 1890 al Teatro Mariinskij di San
Pietroburgo, fece sensazione e restò nella memoria. Tanto che, a
grande richiesta, l’anziano Cecchetti tornò ad impersonare Carabosse
in quella Bella addormentata che Sergej Djagilev, per i suoi
leggendari Ballets Russes, allestì per la prima volta a Londra nel
1922. Divenuta modello del genere, l’interpretazione di Carabosse
en travesti continua a prevalere nelle tante versioni de La bella
addormentata, dimostrandosi incomparabilmente più efficace dell’alternativa
femminile. Persino nell’austera epoca sovietica non si dimenticò
di ricorrere, all’occorrenza, alla parodia di qualche innocente
gag en travesti, come mostra ad esempio Il ruscello brillante,
balletto su musica di Sˇostakovicˇ e coreografia
di Lopuchov recentemente riallestito per la compagnia del Bol’sˇoj
dal suo giovane direttore, Alekseij Ratmanskij. Nell’idilliaca ambientazione
di un operoso kolkoz è l’espediente di un ballerino in veste da
silfide, con tanto di alucce, coroncina e scarpette da punta, a
riportare l’ordine familiare e sociale. Ma di lì a pochi anni fu
la versione di Cenerentola firmata nel 1948 da Frederick
Ashton ad aggiudicarsi una delle più memorabili e spassose apparizioni
di ballerini in vesti femminili. Inaugurando una consuetudine che
molto piacque a tanti coreografi venuti dopo di lui, lo stesso Ashton
e il solitamente compassato ballerino Robert Helpmann vestirono
i panni delle due sorellastre, in un’interpretazione che all’estrosità
dei loro caratteri univa magistralmente la tradizione teatrale inglese.
Nel teatro di danza moderno e contemporaneo al travestitismo nel
balletto si fa spesso ricorso, ma con intenti diversi da quelli
parodistici. L’immagine del danzatore in abiti femminili si rivela
di ineguagliabile possenza laddove caricata di valenza espressiva
e drammatica: si pensi alla vittima del Mandarino meraviglioso nel
balletto di Maurice Béjart, o ai piumati maschi ugualmente inquietanti
del Lago dei cigni di Mats Ek e di Matthew Bourne.
Insieme alla storia del balletto, i Trockadero rivelano con i loro
spettacoli di conoscerne e venerarne sia i grandi autori che le
leggendarie interpreti. Il loro repertorio, cresciuto a vista d’occhio
in quasi trent’anni di attività, si è articolato per epoche e generi,
arrivando a comprendere non solo i grandi balletti classici, neoclassici
e moderni, ma anche titoli rari e preziosi, talvolta persino dimenticati
dalle grandi compagnie. Del repertorio romantico francese e tardo-romantico
russo, cui vanno le predilezioni dei Trockadero, fanno parte sì
estratti, grand pas o passi a due di titoli celeberrimi quali Giselle,
Don Chisciotte, La Bayadère, Il lago dei cigni,
Lo schiaccianoci, ma anche i meno rappresentati Pas de
quatre, La Vivandière, Paquita, Raymonda,
così come autentiche rarità quali Il cavallino gobbo o Harlequinade.
Ed è ai sommi maîtres de ballet del XIX secolo che la compagnia
americana rende omaggio en travesti: il romantico Jules Perrot e
i tardo-romantici Marius Petipa e Lev Ivanov sopra tutti, dai quali
derivano, con scrupolosa autenticità di disegno coreografico, le
brillanti riletture firmate Trocks. Nel pure cospicuo repertorio
del ‘900 non manca il coreografo che seppe esaltare come nessun
altro la delicata eppur vivace femminilità delle sue bellissime
ballerine: il russo-americanizzato George Balanchine. Nella celebrazione
di una femminilità indomita e volitiva non si potevano dimenticare
neppure la vestale della danza libera, Isadora Duncan, né la sacerdotessa
della modern-dance americana, Martha Graham. Ma è la ballerina classica
la magnifica ossessione dei Trockadero, purché sia assolutamente
diva, di grande temperamento, meglio se tragédienne. Il culto della
ballerina non è nemmeno troppo adombrato nei loro nomi d’arte, in
spiritose assonanze con le ultime grandi dive del balletto classico:
la russa Maija Plisteskaja, l’inglese Margot Fonteyn, le indiane
d’America Maria e Marjorie Tallchieff, la cubana Alicia Alonso.
E ancora indietro, fino alle prime dive universali del balletto
romantico e tardo-romantico, come la sublime Anna Pavlova e la divina
Maria Taglioni. Tra le giovani dive di oggi la preferenza dei Trockadero
va alle ballerine russe: i nomi di Ul’jana Lopatkina e Svetlana
Zakharova spuntano ilarmente dietro i loro pseudonimi. È dalla venerazione
e dallo studio di simili modelli che nascono le insuperabili parodie
della “prima ballerina assoluta”: con le sue maniere di squisita
grandeur, i vezzi e le manie da primadonna, il saper tenere la scena
oscurando tutti gli altri, il rito narcisistico degli inchini e
degli applausi.
Il cerimoniale d’antan del balletto classico torna a rivivere, per
non dimenticare.
Valentina Bonelli
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