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Saggio

I tanti volti di Svetlana Zakharova
Quando Svetlana Zakharova iniziò ad apparire sui palcoscenici dell’Occidente, le sue interpretazioni provocarono un brivido di piacere nel piccolo mondo del balletto. In tournée con il Balletto del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, la diciottenne prima ballerina aveva l’incantevole grazia di una creatura fatata nel “Pas de deux della Principessa Fiorina e dell’Uccellino azzurro” de La Bella addormentata – la stessa miniatura con cui aveva vinto, a sedici anni, quel concorso pietroburghese per giovani ballerini che le aveva aperto le porte dell’Accademia Vaganova. Non ci fu alcuno iato nel passaggio ai ruoli di protagonista dei grandi balletti dell’800 russo: la sua freschezza deliziosamente acerba diventava scintillante nell’Aurora de La Bella addormentata, fremente nel cigno bianco Odette de Il lago dei cigni, languida nella danzatrice del tempio de La bayadère. Con una Giselle disincarnata eppure palpitante aveva conquistato intanto Londra, in una memorabile rappresentazione che avrebbe fatto cercare a ballettomani e critici qualche divina del passato da rievocare. Qualcuno si ricordò del debutto londinese in Giselle di Natal’ja Makarova, altri riandarono alla rivelazione all’Occidente di Galina Ulanova, altri ancora giunsero a risvegliare il fantasma di Ol’ga Spesivtseva.  Ma fu subito chiaro che Svetlana Zakharova non poteva essere equiparata a nessuna delle grandi ballerine del passato. Né della precedente generazione russa, nonostante la sua fisionomia di ballerina esile e vibrante, classica nello stile eppure moderna nell’allure, portasse all’estrema perfezione il modello estetico delle ballerine-dive del Mariinskij dell’ultimo ventennio: Altinai Asylmuratova, Julja Makhalina, Ul’jana Lopatkina. Con le sue ideali proporzioni, lo stile squisito, la tecnica cristallina, la delicata intensità, in poche stagioni la giovanissima prima ballerina si impossessò al Mariinskij di un vasto repertorio: i grandi classici romantici e tardo-romantici, i migliori titoli del modernismo del ‘900 e del drambalet sovietico, e quei balletti imperiali di Balanchine che sembravano creati apposta per il suo limpido femminino. Mentre arrivava il successo internazionale e i grandi teatri d’opera occidentali facevano a gara per averla come guest star, la sua curiosità mirata alla perfezione le fece prendere nel 2003 una decisione inaspettata quanto sconvolgente: lasciare il Mariinskij per il Bol’sˇoj. Lo sconforto degli ammiratori della compagnia pietroburghese per la perdita del più prezioso tesoro e la trionfale rivincita del balletto moscovita sembravano riportare all’epoca della gelida rivalità tra il grande teatro dell’antica capitale e l’aristocratico palcoscenico della più occidentale città russa. Quante volte, quando l’Unione Sovietica aveva fatto di Mosca la sua nuova capitale e del Bol’sˇoj il suo teatro di rappresentanza, le migliori ballerine del Kirov erano forzosamente emigrate nella compagnia rivale. Cambiati i tempi, la scelta di Svetlana Zakharova segue naturalmente tutt’altri moti: sul palcoscenico del grande teatro moscovita la più squisitamente lirica delle ballerine del Mariinskij sapeva che avrebbe potuto aggiungere a queste sue eccellenze pietroburghesi quella vivacità, quella magniloquenza di stile e quella maniera di tenere l’immensa scena del Bol’sˇoj tipicamente moscovite. Se al Mariinskij l’insegnamento dell’ex ballerina Elena Evteeva l’aveva forgiata all’eleganza pietroburghese, ora, al Bolshoj è la famosa Ljudmila Semenjaka – anche lei ex ballerina del Kirov trasferitasi al Bol’sˇoj – a dare un colore nuovo alle sue interpretazioni. Danzare come ospite nelle migliori compagnie del mondo occidentale ha donato in questi anni a Svetlana Zakharova anche la complessa perfezione di uno stile internazionale, che assomma il meglio delle grandi scuole di balletto. È oggi con più animato carattere che la nuova stella di Mosca affronta al Bol’sˇoj i classici del balletto russo nelle chiaroscurate versioni di Grigorovicˇ: La Bella addormentata, Illago dei cigni, Rajmonda, in attesa di dare il suo grazioso vigore alla Frigia di Spartacus. E sfodera tutto il suo ardore virginale da Diana cacciatrice nel classico esotico La figlia del faraone, che le valse il primo grande balletto al suo arrivo a Mosca per inderogabile scelta del coreografo-ricostruttore Pierre Lacotte.
Intanto anche per Svetlana Zakharova, come per tutti i divi del balletto, è venuto il momento di uno spettacolo tutto suo, specchio di se stessa e delle sue predilezioni.  Per la prima assoluta del Galà An evening with Svetlana Zakharova, la diva russa sceglie di mostrarsi in una veste nuova: contando sì su qualche suo pezzo forte, ma coraggiosa nell’affrontare anche altre sfide. Se la Svetlana Zakharova che conosciamo avrà i fremiti ricamati de La morte del cigno nella celebre miniatura di Fokin dall’arabescato modernismo, la svolta moscovita è in scena con il “Grand pas de deux” di Don Chisciotte, il balletto che dal trasferimento al Bol’sˇoj ha portato alla luce le sue insospettate doti di ballerina brillante. Non manca un brano moderno a rivoluzionare la sua immagine, Revelation, creato per lei dalla coreografa giapponese Motoso Hiroyama: una spia di contemporanee curiosità dopo l’immersione nelle sospese atmosfere di John Neumeier.
Ma la vera sorpresa è il balletto che chiude la serata: Carmen Suite. Un titolo rappresentativo della leggenda del Teatro Bol’sˇoj e della sua più celebrata diva, Maija Plisetskaia, che ne fu ideatrice e interprete nel 1967. Nel clima opprimente degli anni brezneviani, il simbolismo ardente del balletto era una sfida aperta al sistema sovietico, come ha rivelato di recente la stessa Plisetskaja. La simbologia della durezza del potere, rappresentato dal torero che doma la disperata vitalità della zingara di Maija Plisetskaia e del Don José di Nikolaj Fadeecˇev, fu osteggiata dalla censura sovietica, che non permise mai al balletto di essere rappresentato all’estero. Con l’eccezione di Cuba, dove il fratello di Fidel Castro, Raul – ha raccontato la stessa Plisetskaia – al termine dello spettacolo si congratulò soddisfatto proprio con l’interprete del Torero, Sergej Radcenko. Nonostante ciò la volitiva Maija era riuscita a portare in scena il suo balletto: commissionando la suite musicale tratta da Bizet al marito Rodion Sˇcˇedrin – dopo che Sostakovicˇ aveva declinato l’offerta per rispetto a Bizet –, le scene al cugino Boris Messerer e la coreografia al cubano Alberto Alonso. Oggi Carmen Suite, ripreso nel mondo da varie compagnie e da carismatici ballerini, ancora attuale per la concezione moderna dello stile, l’originalità della partitura musicale e la forza di una violenta scena-arena, trova un suo posto nella storia della danza come un bell’esempio di balletto moderno sovietico-cubano. Che Svetlana Zakharova abbia voluto farlo proprio rivela una rispettosa affezione alla storia del balletto russo e sovietico, al grande teatro moscovita e alla sua più famosa ballerina. Alla première della ripresa, nel Galà dello scorso marzo al Teatro Bol’sˇoj celebrativo degli 80 anni di Maija Plisetskaia, è toccato propria a Svetlana Zakharova raccoglierne l’eredità. Ancora una volta suo modo: disegnando una Carmen di femminile grazia più che di calda sensualità, sublimata delle tinte più accese con la leggiadra bellezza della sua danza.

Valentina Bonelli

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