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Trama dell’opera

La trama e l’articolazione scenica di Alceste
La storia delle versioni di Alceste è sostanzialmente simile a quella di Orfeo ed Euridice. L’opera venne rap­presentata per la prima volta al Burgtheater di Vienna il 26.12.1767, con il libretto di Ranieri de’ Calzabigi. Riprenden­dola nove anni dopo per 1’Académie Royale di Parigi (23.4.1776), in collaborazione con il librettista François-Louis­ Gaud du Roullet, Gluck ne rimaneggiò profondamente la struttura sia dal punto di vista drammaturgico che da quello musicale, lasciando ben poco di immutato rispetto alla prece­dente versione viennese: i recitativi vennero totalmente riscritti, e furono aggiunte numerose danze; il secondo atto non iniziava più con la discesa di Alceste agli Inferi, ma con i festeggiamenti per il ristabilimento di Admeto (coro tratto dal I atto di Paride ed Elena); nel terzo atto, infine, entrambi gli sposi discendevano agli Inferi, e ricompariva il personaggio di Ercole previsto originariamente da Euripide nella sua omonima tragedia. Per molto tempo la versione comunemente diffusa in Italia, pubblicata dalle Edizioni Ricordi, era di fatto la retroversione italiana dell’edizio­ne francese, e non conteneva dunque nemmeno una parola del testo di Calzabigi del 1767. La versione data in questa produzione del Teatro Regio è quella di Vienna del 1767.
L’«Argomento», le «Mutazioni di scene», e tutte le altre citazioni tra virgolette che compaiono nel testo sono tratte dalla prima edizione a stampa dell’opera, pubblicata a Vienna da J. Th. Trattner nel 1769.

Argomento
Admeto Re di Fera in Tessaglia Sposo di Alceste, trovan­dosi sul punto di perder la vita, Apollo che esiliato dal Cielo era stato accolto da lui, ottiene dalle Parche, che non morrà, purché si trovi chi muoja in vece sua. Alceste accetta il cambio, e muore; ma Ercole amico d’Admeto che giunge in Fera in tal circostanza, ritoglie Alceste alla Morte, e la rende al suo Sposo.
Tale è il piano della celebre Tragedia d’Euripide intitolata Alceste: ma io in luogo d’Ercole ho introdotto Apollo beneficato da Admeto, ad operar per gratitudine questo prodigo.

Atto I
Gran piazza della Città di Fera terminata dalla facciata del Real Palazzo, con gran porta, e sopra di essa Balcone praticabi­le. Dopo l’Intrada – che anticipa il clima espressivo della tragedia, ma senza riferimenti espliciti alle musiche che seguiranno – si ode uno squillo di tromba, e un Banditore (basso) annun­cia che Admeto sta per morire (recitativo). Il coro (con interven­ti solistici di Ismene ed Evandro, «confidenti» rispettivamente di Alceste e di Admeto) piange sulla sorte del regno di Fera. Viene quindi danzata un’«Aria di Pantomimo», «per esprimere il dolo­re, e la desolazione del Popolo di Fera». Evandro (tenore) invita tutti a recarsi al Tempio di Apollo, per richiedere al dio un oracolo (recitativo). Viene ripreso ancora il coro iniziale, ed Evandro vorrebbe andare a consolare la Regina in questo triste frangente, ma proprio in quel momento la scorge arrivare (reci­tativo). Il coro, diviso in due gruppi contrapposti, compiange la dura sorte di Admeto e di Alceste.
Alceste (soprano) si rivolge amorevolmente ai suoi sudditi: il dolore è di tutti, e bisogna piangere in Admeto il padre, lo sposo ed il Re. Anch’ella, assieme ai suoi figli, si recherà al Tempio a chieder pietà agli dei (recitativo poi Aria «Ma il mio duol consoli almeno»). Eumelo ed Aspasia (soprani), i figli di Alceste, si stringono attorno alla loro madre, cercando di conso­larla; Alceste li abbraccia e medita ancora sul suo dolore, che può comprendere solo chi come lei è sposa e madre (breve aria «Cari figli del diletto sposo mio»). Si ode ancora il ritornello di compianto del coro diviso in due gruppi, quindi Alceste invita tutti ad affrettarsi al Tempio (recitativo), ed un ultimo intervento del coro conclude la scena, riprendendo il lamento dell’inizio dell’atto e poi proseguendo con un’invocazione alla clemenza degli dei.

Il Tempio di Apollo. I Sacerdoti danzano nel Tempio, ed il coro si rivolge al dio, un tempo accolto ospitalmente da Admeto, perché ascolti le sue preghiere. Tra una strofa e l’altra del coro si inserisce il recitativo accompagnato del Gran Sacerdote (teno­re), che chiede ad Apollo di accettare benignamente i sacrifici che gli vengono offerti. Ma sta per giungere la Regina, ed il Gran Sacerdote invita i presenti a sospendere il rito, per attenderla. Riprende la danza, ballata ora dalle Damigelle di Alceste. La Regina fa il suo ingresso nel Tempio, rivolge al dio la sua pre­ghiera (recitativo), ed ancora una volta riprende il coro di invo­cazione ad Apollo. Ma il Gran Sacerdote invita tutti al silenzio: compaiono strani bagliori, la volta del tempio si incrina, la terra trema. Segni inequivocabili rivelano che il dio sta per parlare. Ed ecco infatti la terribile voce dell’Oracolo (basso): «Il Re morrà, s’altri per lui non more». Il coro dei presenti resta sulle prime sbigottito, poi viene colto dal terrore e vorrebbe fuggire per ogni dove. Alceste, dal canto suo, appare profondamente turbata da quanto ha udito: chi si offrirà per morire al posto di Admeto?
Lentamente si fa strada nel suo animo l’idea di offrire se stessa. Si rivolge dunque alle Parche («Ombre, Larve, compagne di morte») per proporre lo scambio (recitativo accompagnato). Evandro ed Ismene accorrono in quel momento, per chiamare Alceste al capezzale di Admeto, che sta per morire (recitativo accompagnato). L’atto si chiude infine con un ultimo intervento del coro: si odono prima singole voci chiedere se si è offerto qualcuno per morire al posto del suo re, e quindi tutto il coro compatto commenta tristemente che il cielo ha forse chiesto troppo.

Atto II
Antica, e folta selva nel circuito di Fera, sacra agli Dei infernali, con Simulacri rozzi de’ medesimi. Notte. Ismene (soprano), che ha accompagnato Alceste in quel luogo terribile, cerca di convincerla a tornare indietro ed a recedere dai suoi misteriosi propositi: e se Admeto morisse proprio in quel momento? Ma Alceste la invita decisamente ad andarsene, e la ragazza si allontana, non senza aver ricordato alla sua Regina di temere molto per lei (recitativo accompagnato a poi aria «Parto, ma senti... senti oh Dio!»). Rimasta sola, e dopo aver contempla­to il terribile scenario naturale che la circonda, Alceste invoca gli dei infernali, ed un Nume (basso) risponde al suo appello (reci­tativo accompagnato). Alceste viene colta da un improvviso terrore, e quasi si sente venir meno (declamazione spezzata da continue pause, accompagnata da un ostinato ritmico nell’orche­stra, «Chi mi parla! che rispondo!»). Il coro dei Numi infernali «non veduto» cerca di dissuadere Alceste dai suoi propositi; ma la donna ritrova il coraggio e riconferma la sua intenzione di offrirsi al posto di Admeto (recitativo accompagnato di Alceste, che si alterna per due volte alle strofe del coro). Il Nume che aveva risposto all’appello di Alceste accoglie infine la sua offerta, e tutti «i Numi Infernali compariscono e circondano Alceste» danzando (breve aria «Dunque vieni la morte t’accetta»). Ma Alceste chiede loro di fermarsi, di aspettare, di concederle alme­no un ultimo abbraccio ai suoi cari (recitativo). Avuto il consen­so alla sua richiesta, Alceste si rivolge ancora una volta ai Numi per tranquillizzarli: ella manterrà la sua parola (aria «Non vi turbate, no, pietosi Dei»). La scena si conclude con la ripresa del «Ballo Pantomimo» dei Numi Infernali.

Camera interiore del Palazzo d’Admeto con Sacrario domesti­co, ed Ara da una parte, e Letto maritale dall’altra. La Scena è illuminata, per celebrare il ristabilimento di Admeto. Il Coro festeggia la guarigione di Admeto («Dal lieto soggiorno funesti pensieri») ed i Cortigiani danzano gioiosi. Evandro invita tutti all’allegria (aria «Or che morte il suo furore»), i Cortigiani intrecciano una nuova danza, e si ripete il coro iniziale. Evandro accoglie quindi Admeto (tenore) salutando il suo ritorno alla vita. Il re è ancora incredulo, e non sa capacitarsi del suo im­provviso e completo ristabilimento. Evandro gli narra allora del­l’oracolo: evidentemente qualcuno ha offerto la sua vita in cam­bio di quella del suo sovrano, ma non si sa assolutamente chi sia stato (recitativo). In quel momento giunge Alceste, e Admeto le corre incontro per stringerla a sé. Ma Alceste non riesce nemme­no ad abbracciarlo, non apre bocca, appare molto turbata e scoppia infine in lacrime (recitativo e poi duettino «Ah perché con quelle lagrime»). Admeto chiede spiegazioni, ed Alceste, dopo aver cercato di celare la verità, gli rivela infine di aver offerto in sacrificio la sua vita per salvare quella di lui. Admeto si rifiuta di accettare l’offerta: ella non poteva far questo contro la sua volontà, ed egli tornerà dall’Oracolo per annullare lo scam­bio crudele (recitativo accompagnato e poi aria «No, crudel, non posso vivere»). Alceste rimane sola ed incomincia a sentire la morte che si avvicina: chiama dunque Ismene e le sue ancelle perché la vestano adeguatamente e la preparino al grande mo­mento. Ismene e poi il coro osservano addolorate la vita che a poco a poco sfugge dal suo volto («Oh come rapida»). Alceste chiede ora che le siano condotti i suoi figli (recitativo); il coro le danza attorno piangendo la sua morte prematura, mentre tra una strofa e l’altra Alceste si rivolge a Vesta perché abbia cura dei suoi figli, e pensa alla nuova sposa che forse Admeto avrà dopo di lei: forse più bella, ma certo non più fedele di Alceste (coro «Così bella! Così giovane!»). Alceste dà un ultimo addio ai suoi figli, e decide di accompagnarli da Admeto, per affidarli alle cure del padre. Improvvisamente, però, sorge in lei un grande terrore, ed ella si accusa di essere una madre snaturata e di essere incosciente nell’affidarli ad un amore che un giorno potrà anche morire. Il dolore maggiore, nel lasciare questa vita, sta negli sguardi che i suoi figli le rivolgono (recitativo accompagna­to e poi aria «Ah per questo già stanco mio core»). L’atto si chiude con la ripresa del coro iniziale «Oh come rapida».

Atto III
Vestibulo magnifico, e scoperto del real Palazzo adorno di statue, e trofei. Fragli spazj che lasciano le colonne che lo sosten­gono, si scopre in diverse vedute la Città. Giorno. Admeto ed Evandro si incontrano, ed il re rivela al suo confidente la risposta negativa dell’oracolo: Admeto non potrà morire al posto di Al­ceste. Ed ora come potrà abbracciare i suoi figli, cosa risponderà loro quando cercheranno la loro madre? (recitativo accompa­gnato ed aria «Misero! E che farò!»). Ma ecco sopraggiungere Alceste, venuta a dare l’ultimo addio al suo sposo. Ella chiede ad Admeto, come unica ricompensa per il suo gesto, di non rispo­sarsi con un’altra donna; egli si impegna a farlo, dicendole che la piangerà finché avrà vita (recitativo accompagnato). I due uni­scono quindi le loro voci in un duetto, in cui si danno l’ultimo addio («Cari Figli... Ah! non piangete»). Alceste chiede al marito di abbracciarla un’ultima volta (recitativo accompagnato), quando si odono strani rumori (coro «Ma qual suono di voci tremende»). I Numi infernali sono giunti a prendere Alceste («Vieni Alceste; il tuo voto rammenta»), la circondano danzan­do, non ascoltano nemmeno l’ultimo disperato tentativo di A­dmeto di sostituirsi a lei («Fermatevi, udite»), e le lasciano appe­na il tempo di lanciare un ultimo «Addio!» al suo sposo, prima di trascinarla negli Inferi. Un lento movimento processionale si sostituisce alla turbinosa agitazione della scena precedente: si odono singole voci del coro chiedere se Alceste sia morta, poi tutto il coro intona mestamente il suo compianto funebre («Piangi o Patria, o Tessaglia», con singole frasi cantate da Evan­dro e Ismene, e con ritornelli ripetuti dal coro interno posto dietro le quinte). Admeto, disperato, tenta di uccidersi, ed Evan­dro ed Ismene cercano di fermarlo. In quel mentre si vede un bagliore accecante: è Apollo in persona che scende dal cielo (recitativo accompagnato). Ecco infatti comparire il dio su di una nuvola luminosa, con Alceste accanto a sé. Dopo un ampio brano orchestrale che accompagna la sua discesa, il dio si rivolge ad Admeto e gli annuncia che gli dei hanno avuto pietà di lui ed hanno apprezzato la generosità di Alceste: come ricompensa dell’ospitalità avuta da lui un giorno, Apollo gli restituisce Alce­ste (recitativo accompagnato). Tutti si riabbracciano, e decidono di offrire agli dei un sacrificio, in segno di ringraziamento (recitativo accompagnato). L’opera si chiude dunque con un coro in cui si cantano le lodi di Alceste, sulla cui musica tutti danzano gioiosamente («Regna a noi con lieta sorte»).

Franco Sgrignoli

(inizio pagina)

 

 
   
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