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Trama dell’opera

Atto I
A Mantova, nel XVI secolo. Una festa in un salone del palazzo ducale. Il Duca di Mantova (tenore) confida al cortigiano Matteo Borsa (tenore) che intende arrivare presto alla conclusione dell’avventura con la bella e scono­sciuta fanciulla che da tre mesi egli incontra tutte le domeniche in chiesa. Gli espone quindi, in una vivace ballata, la sua concezione dell’amore: per lui tutte le donne sono uguali, e non intende concedere a nessuna il suo cuore per più di un giorno («Questa o quella per me pari sono»). Riprendo­no le danze, ed a tempo di Minuetto il Duca si mette a corteggiare la Contessa di Ceprano (mezzosoprano), la più bella della festa. Fa una breve comparsa in scena Rigoletto (baritono), il gobbo buffone di corte, commen­tando le abitudini goderecce del suo signore. Si balla quindi un Perigordi­no, una vivace danza francese, ed il cortigiano Marullo (baritono) informa i presenti, con loro grande stupore, che Rigoletto possiede un’amante. Il buffone rientra quindi in scena, suggerendo al Duca di liberarsi del geloso Conte di Ceprano, per poterne meglio insidiare la moglie: potrebbe farlo incarcerare, esiliarlo, o addirittura fargli tagliare la testa. La pesante ironia di Rigoletto suscita ovviamente le ire del Conte, e fa nascere un desiderio di vendetta in tutti i cortigiani, da tempo infastiditi dai modi del buffone. Men­tre i cortigiani cantano in coro il loro odio per Rigoletto, questi si dice sicuro di essere intoccabile come protetto del Duca, ed il Duca lo rimprovera bona­riamente. La tensione si risolve ben presto, comunque, ed il gaio spirito della festa prende di nuovo il sopravvento. Improvvisamente irrompe in scena il Conte di Monterone (baritono), venuto a chiedere ragione al Duca, che ha sedotto la sua giovane figlia. Rigoletto si prende ferocemente gioco di lui, deridendolo, facendogli il verso, e fingendosi il Duca per rispondere alle sue accuse. Il Duca fa arrestare Monterone, e questi scaglia allora una solenne maledizione contro di lui e contro Rigoletto, che ha osato ridere del dolore di un padre. Tutti i presenti, dapprima quasi sussurrando e poi sempre più forte, uniscono le loro voci per invitare Monterone ad andarsene, ed a temere le gravi conseguenze dell’ira del Duca; il Conte continua intanto a ripetere la sua maledizione, e Rigoletto incomincia a meditare spaventato sul suo orribi­le gesto («Oh tu che la festa audace hai turbato»).

Quella sera stessa, in una strada buia. Rigoletto ripensa alla maledizione di Monterone, temendo che le sue parole possano rivelarsi presaghe di sventura. Egli incontra quindi il brigante Sparafucile (basso), che gli offre i suoi servigi: per denaro egli è disposto ad uccidere qualsiasi nemico. Rigo­letto rifiuta l’offerta, ma gli chiede comunque informazioni sul suo modo di agire, e si fa dire dove possa ritrovarlo in caso di bisogno («Signor? Va, non ho niente»). Il buffone ripensa ancora alla maledizione del vecchio, e medi­ta sulla sua scellerata condizione: se egli è così acido e crudele, la colpa non è sua, ma dei cortigiani che lo hanno reso tale («Pari siamo!»). Da una casa della via esce in quel momento una fanciulla, gettandosi fra le sue braccia: quella che i cortigiani credevano l’amante di Rigoletto, è in realtà sua figlia, Gilda (soprano). La ragazza vorrebbe sapere chi sia in realtà suo padre, quale vita conduca, e chi sia stata sua madre, che ella non ha mai conosciu­to: ma per paura che possa venirle fatto del male, Rigoletto la tiene all’oscu­ro di tutto, e le impedisce addirittura di uscire di casa se non per recarsi in chiesa, facendola sorvegliare ed accudire dalla fida Giovanna (mezzosopra­no). I due si scambiano a lungo le espressioni del loro grande e reciproco amore; quindi il buffone raccomanda ancora una volta a Giovanna di ve­gliare su sua figlia, e dato un ultimo abbraccio a Gilda si allontana. Durante le ultime battute di Rigoletto, compare in giardino il Duca, che ode non visto la conversazione tra i due, e capisce quindi che Gilda è la figlia del gobbo buffone. Allontanatosi Rigoletto, Gilda confessa a Giovanna di avere dei rimorsi, per non aver raccontato al padre del giovane che da tempo la segue in chiesa. Proprio in quel momento il Duca, che era rimasto celato in giardino, si fa avanti e dichiara a Gilda il suo amore, dicendo di essere uno studente povero di nome Gualtiero Maldé («T’amo... È il sol dell’anima»). Dopo l’ardente duetto d’amore il Duca si allontana, e Gilda, rimasta sola, canta il suo amore per lui («Caro nome»). I cortigiani del Duca, intanto, hanno deciso di rapire la ragazza, credendola l’amante di Rigoletto. Il buffo­ne proprio allora ritorna verso casa, ed i cortigiani lo convincono che essi sono lì per rapire la Contessa di Ceprano: dopo averlo bendato, senza che egli se ne accorga, essi fanno reggere proprio a lui la scala che servirà loro per introdursi nella casa («Zitti, zitti, moviamo a vendetta»). Udite le urla di sua figlia, e resosi conto della verità quando è ormai troppo tardi, Rigoletto cade a terra privo di sensi.

Atto II
Un salotto nel Palazzo Ducale. Il Duca è in ansia per Gilda: spinto da uno strano presentimento era infatti tornato sui suoi passi, e si era accorto che ella era stata rapita («Ella mi fu rapita!... Parmi veder le lagrime»). Giungono frettolosamente i cortigiani, e rivelano al Duca di aver rapito l’amante di Rigoletto e di averla condotta a Palazzo: il Duca capisce che si tratta di Gilda, e si precipita nella stanza in cui i cortigiani l’hanno rinchiusa («Possente amor mi chiama»). Entra quindi in scena Rigoletto, fingendo indifferenza, ma in realtà attentissimo alle parole ed ai gesti dei cortigiani, per cercar di scoprire dove essi abbiano condotto Gilda. I cortigiani, natu­ralmente, fingono di non ricordare nulla di quella notte; ma quando entra un paggio della Duchessa (mezzosoprano), venuto per cercare il Duca, dall’imbarazzata reazione dei cortigiani il buffone comprende immediata­mente che sua figlia si trova con il Duca nella stanza accanto. Rigoletto fa per slanciarsi verso la stanza, ma i cortigiani lo trattengono, dicendogli di trovarsi un’altra amante. Rigoletto urla allora che si tratta di sua figlia, e quindi impreca contro di loro, li minaccia; ma poi li prega, li supplica di aiutarlo, addirittura piangendo e prostrandosi ai loro piedi («Cortigiani, vil razza dannata»). In quel momento Gilda esce dalla stanza e si getta tra le braccia del padre. Rigoletto allontana imperiosamente tutti i presenti per poter rimanere solo con lei, e la ragazza gli narra del suo amore con il Duca, che ella credeva uno studente, e della vergogna ora subìta. («Tutte le feste al tempio»). Mentre Rigoletto consola amorevolmente la figlia, il Conte di Monterone attraversa la scena, condotto al carcere da due guardie, e constata con amarezza che la sua maledizione non ha avuto alcun effetto sul Duca. Ma il buffone gli grida che anch’egli desidera ora vendicarlo, mentre Gilda - sedotta, ma ancora innamorata del Duca - cerca di calmare la sua ira («Sì, vendetta, tremenda vendetta»).

Atto III
Una casa mezzo diroccata sulla riva destra del Mincio, un mese dopo. Rigoletto ha condotto Gilda nei pressi della casa in cui Sparafucile abita con la sorella Maddalena (contralto), per mostrarle che il Duca non l’ama affatto ed è invece sensibile alle lusinghe della sorella del bandito. Non visti, i due odono infatti giungere il Duca, che canta un allegro e sprezzante motivetto («La donna è mobile»). Sparafucile esce intanto dalla casa e si avvicina a Rigoletto per chiedergli se vuole che il suo uomo viva oppure muoia, ma il buffone gli dice di ritornare più tardi per avere una risposta. Il Duca inco­mincia a corteggiare la ragazza, e nel quartetto che segue odiamo mescolarsi le schermaglie amorose tra lui e Maddalena con il dolore di Gilda e la determinazione di vendetta di Rigoletto («Bella figlia dell’amore»).

Rigoletto ordina a Gilda di indossare degli abiti maschili e di partire subito per Verona, dove egli la raggiungerà al più presto, e si incontra poi con Sparafucile per perfezionare il suo contratto: in cambio di venti scudi questi ucciderà il Duca e gli consegnerà il cadavere chiuso in un sacco, per gettarlo nel fiume. Canticchiando il suo motivetto, il Duca va intanto a dormire, mentre si odono i primi tuoni di un temporale che si avvicina. Maddalena, però, si è invaghita del giovane sconosciuto, e prega il fratello di non ucciderlo («è amabile invero cotal giovinotto»). Il fratello esita, perché non vuol venire meno alla parola data a Rigoletto, e soprattutto perché non vuol perdere il denaro promessogli; alla fine, però, cede alle insistenti preghiere della sorella, e decide di uccidere al suo posto il primo viandante che passerà per la strada e busserà alla loro porta. Mentre il temporale si fa sempre più minaccioso, Gilda, in abiti maschili, si avvicina alla casa, ed ode non vista i progetti dei due briganti. Ella è ancora innamo­rata del Duca, e decide quindi di bussare alla porta, sacrificando volutamen­te la sua vita per salvare quella del suo amato. Il temporale giunge al suo culmine, e Gilda entra nella casa dove verrà uccisa dai due briganti. A mezzanotte ritorna Rigoletto, per pagare il prezzo concordato e per ritirare il sacco con il cadavere del Duca; ma mentre si allontana per gettare il sacco dove l’acqua è più profonda, ode in lontananza lo sprezzante motivetto del Duca. Terrorizzato, apre il sacco, ed alla luce dei lampi scorge il volto di Gilda. Prima di esalare l’ultimo respiro, ella trova ancora la forza di chieder­gli perdono, e gli promette che pregherà per lui dal cielo («Mia figlia!... Dio!... Mia figlia!...). Disperato, Rigoletto cade svenuto sul corpo esanime della ragazza.

Franco Sgrignoli

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