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Trama
dell’opera
Parte prima: Il duello
Atrio nel palazzo dell’Aliaferia, contiguo agli appartamenti
del Conte di Luna. Ferrando, capitano degli armigeri del Conte
di Luna, sveglia i suoi uomini («All’erta, all’erta!»), addormentatisi
mentre attendono il rientro del Conte, che, innamorato di una nobile
dama della regina, Leonora, passa le notti presso il suo verone,
in preda ai furori della gelosia perché un misterioso trovatore
la corteggia. Per tenerli svegli, Ferrando racconta loro dell’atroce
fine di García, fratello del Conte, avvenuta molti anni prima («Di
due figli vivea padre beato»). Una mattina, la nutrice scoprì presso
la culla del fanciullo una zingara che compiva dei gesti di maleficio
(«Abbietta zingara, fosca vegliarda»).Venne subito scacciata, ma
il bimbo, evidentemente stregato, in preda alla febbre si ammalò.
Così il vecchio Conte aveva ordinato di bruciare sul rogo la zingara
fattucchiera. La figlia di costei, per vendicare la madre, aveva
rapito il piccolo García. Passati pochi giorni, nel luogo stesso
dove era stata arsa la donna fu rinvenuto uno scheletro mezzo bruciato
di bambino. Il padre per il dolore in breve tempo moriva, facendosi
promettere dal figlio maggiore che avrebbe continuato le ricerche
del fratello, perché un presentimento gli diceva che il figlioletto
era ancora in vita. E così, mentre Ferrando rievoca e gli altri
parlano di stregonerie e di leggende riguardanti la zingara, suonano
cupi i rintocchi della mezzanotte.
Giardini del palazzo. È notte. Leonora racconta alla fedele
Ines di come si sia innamorata di un giovane guerriero incontrato
nelle gare dei tornei: una volta lei stessa l’aveva incoronato del
serto della vittoria. E un giorno sotto le sue finestre ha sentito
il canto di un trovatore e, tra gli accordi del liuto, chiaro scandirsi
il suo nome («Tacea la notte placida»). Da allora non vive che di
questo amore. Ines, turbata, la esorta a dimenticarlo. Mai, esclama
Leonora: meglio morire che vivere senza di lui («Di tale amor»).
Entrambe rientrano nel palazzo. Sopraggiunge il Conte di Luna: la
regina dorme, osserva, ma la sua dama, Leonora, veglia; glielo rivela
dal balcone il raggio tremolante di una lampada.Vuole assolutamente
salire da lei per dichiararle tutto il suo amore, ma è fermato dagli
accordi di un liuto e dal canto del Trovatore che risuona nella
notte («Deserto sulla terra»). È Leonora invece a scendere e a gettarsi
tra le sue braccia: tradita dall’oscurità, lo ha scambiato per il
Trovatore, il suo amato. Ma un urlo rabbioso di quest’ultimo, «Infida!»,
l’avverte dell’equivoco; così si precipita ai piedi di Manrico che,
comprendendo l’errore, la solleva e la stringe a sé. Furibondo,
il Conte di Luna chiede al Trovatore di dichiarare il suo nome.
Manrico, sdegnoso, lo rivela. In lui il Conte riconosce un seguace
del ribelle ed eretico Urgel, condannato a morte. Nonostante i pianti
di Leonora, i due escono con le spade sguainate per affrontarsi
in duello («Di geloso amor sprezzato»).
Parte seconda: La Gitana
Accampamento di zingari, in un diroccato abituro sui monti
della Biscaglia. La zingara Azucena e Manrico siedono accanto
a un fuoco. Intorno a loro i gitani lavorano martellando sulle incudini
(«Vedi, le fosche notturne spoglie»). Le fiamme in Azucena rievocano
spaventose visioni («Stride la vampa!»). Come in trance, e
attirando l’attenzione di tutti, racconta di sua madre, bruciata
sul rogo per stregoneria. Per vendicarla aveva rapito il secondogenito
del Conte, decisa a fargli fare la stessa fine. Poi, commossa dal
suo pianto, l’aveva deposto nella stessa culla del figlioletto suo.Ma
la visione della madre, che tra i tormenti delle fiamme le grida
di vendicarla, la stravolge («Condotta ell’era in ceppi»): come
in delirio agguanta il piccolo, e lo va a bruciare nel luogo stesso
ove è stata suppliziata la zingara. Ma, una volta placata la furia,
con orrore si accorge di aver gettato nel fuoco la creatura sua.
A questo punto Manrico, turbato e sospettoso, le domanda allora
di chi lui sia figlio. Azucena si riprende, cerca di ritrattare
la confessione quasi involontaria: egli è suo figlio, non dia ascolto
a parole senza senso. Manrico, come per un inconscio richiamo, le
racconta che, vinto in duello il Conte, una voce misteriosa lo aveva
costretto a risparmiargli la vita. La zingara lo fa giurare che
la prossima volta non ascolterà quella voce e ucciderà il rivale
(«Mal reggendo all’aspro assalto»). Sopraggiunge un messo inviato
dal fido Ruiz: il fortilizio di Castellor è stato conquistato e
Leonora, credendo morto Manrico in combattimento, sta per farsi
monaca. Manrico parte precipitosamente per distorglierla dal proposito.
Chiostro nelle vicinanze di Castellor. Il Conte di Luna,
insieme a Ferrando e ai suoi seguaci, è nascosto nell’ombra per
rapire Leonora; è in preda alla passione («Il balen del suo sorriso»).
Rintocca la campana del convento; preceduta da Ines e da alcune
suore, si avanza Leonora. Il Conte le sbarra il passo per rapirla,
quando improvvisamente tra lui e la donna si interpone Manrico.
Folgorata dallo stupore e dalla gioia («E deggio e posso crederlo?»),
gli si getta tra le braccia, mentre il Conte è furibondo. All’arrivo
di Ruiz e dei seguaci di Urgel, il Conte e i suoi uomini vengono
disarmati. Manrico trascina con sé Leonora.
Parte terza: Il figlio della Zingara
Accampamento del Conte di Luna. Drappelli di soldati
bivaccano, giocano con i dadi e cantano («Or co’ dadi, ma fra poco»),
mentre cingono d’assedio Castellor. Ferrando annuncia loro che domani
si tenterà l’assalto al fortilizio; tutti inneggiano («Squilli,
echeggi la tromba guerriera»). Mentre il Conte si rode dalla gelosia,
alcuni soldati gli portano davanti una zingara: è Azucena, che si
aggirava nel campo con fare sospetto. Ferrando trasalisce: crede
di riconoscere la gitana che aveva rapito tanti anni prima il fratello
del Conte. Lo smarrimento di lei trasforma il sospetto in certezza.Torturata,
invoca il nome del figlio Manrico; così si tradisce. Con gioia feroce
il Conte capisce d’aver in mano una pedina per vincere il rivale.
Intanto si prepara il rogo.
Sala vicina alla cappella, in Castellor. Manrico e Leonora
stanno per unirsi in matrimonio. Sinistri presentimenti agitano
il cuore della donna, e lui cerca di confortarla («Ah sì, ben mio»).
Si sente un suono d’organo, e i due si avviano verso la cappella.
Improvviso irrompe Ruiz e avverte che Azucena è stata catturata;
dal verone Manrico scorge la pira già apprestata e, in preda all’orrore
e al furore, lascia Leonora per correre a salvare la madre («Di
quella pira l’orrendo foco»).
Parte quarta: Il supplizio
Esterno della prigione in un’ala del palazzo dell’Aliaferia.
Vinto in combattimento, Manrico è imprigionato insieme ad Azucena.
Leonora, fuggita da Castellor, approfittando dell’oscurità, raggiunge
con l’aiuto di Ruiz la torre dove l’amato e sua madre sono rinchiusi.
Rimasta sola, pensa a lui («D’amor sull’ali rosee»). Insieme alla
preghiera dei frati per i condannati a morte («Miserere d’un’alma
già vicina»), dal carcere si leva il canto di Manrico, che le chiede
di non dimenticarlo («Ah! che la morte ognora»). Esce il Conte di
Luna dal corpo di guardia, e conferma la decapitazione per il Trovatore
e il rogo per la madre. Ma un dubbio l’assale: che egli abusi del
potere per l’amore che porta a Leonora, e si chiede anche dove ella
sia. «Accanto a te» gli risponde costei, gettandosi ai suoi piedi
(«Mira, di acerbe lagrime»). Se salverà Manrico, gli giura che sarà
sua. Ottenuta la promessa che Manrico sarà salvo, segretamente beve
il veleno contenuto nel suo anello.
La prigione. Manrico è seduto accanto ad Azucena, stesa sul
giaciglio: non riesce a dormire, ossessionata dal ricordo della
madre e del rogo che attende anche lei. Manrico la conforta, l’esorta
a riposare. La donna si addormenta pensando di tornare alla pace
dei loro monti («Ai nostri monti… ritorneremo…»). La porta del carcere
si apre ed entra Leonora. È venuta per liberarlo, ma non può seguirlo.
Alla felicità, nell’animo di Manrico subentra il sospetto: a che
prezzo la donna ha ottenuto la sua libertà? («Parlar non
vuoi?… Balen tremendo!…»). Leonora, ormai morente, glielo dice («Prima
che d’altri vivere»). Spira tra le sue braccia, mentre il Conte
entra e ordina che il rivale venga condotto via per essere giustiziato.
Azucena ridestandosi domanda dove sia suo figlio. Il Conte la trascina
alla finestra, mentre la scure si abbatte sul capo di Manrico.Troppo
tardi. Con orrore l’uomo apprende dalla zingara d’aver giustiziato
suo fratello. Azucena urla le parole che chiudono la fosca tragedia:
«Sei vendicata, o madre!».
A cura di Piero Gelli
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